Cultura e Recovery Fund, per risorse in cerca di progetti

Cultura

Recovery Fund e cultura, un rapporto che si preannuncia complesso in assenza di una visione e di una strategia d’azione. A fronte del taglio operato dalla Commissione europea ai programmi quadro del settore, pari a circa 5,4 miliardi di euro, l’industria culturale e creativa italiana, che sta uscendo duramente provata dalla crisi pandemica, deve essere messa nelle condizioni di accedere a una parte delle risorse del Recovery Fund. Tanto più che, secondo le ultime stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, all’Italia toccheranno 87,4 miliardi a fondo perduto, sei miliardi in più rispetto a quelli inizialmente previsti. Ma stenta a decollare un dibattito volto a sollecitare l’elaborazione di un progetto generale, nell’ambito del quale possano trovare spazio, respiro e finanziamenti le tantissime realtà culturali che operano nel nostro Paese.

L’ultimo Rapporto della Fondazione Symbola, che al sistema produttivo culturale e creativo italiano ha dedicato una giornata del Festival sulla Soft Economy, tenutosi la settimana scorsa, ha rivelato come il mondo della cultura e della creatività generi ricchezza per circa 90 miliardi di euro l’anno, attivandone oltre 250 con l’indotto e occupando circa il 6% dei lavoratori italiani. Se si considerano solo i musei statali, si vede come questi valgono 27 miliardi di euro, pari all’1,6% del Pil con 117 mila occupati. Per avere un’idea delle cifre e delle grandezze di cui si sta parlando, consideriamo che la ricchezza prodotta dall’agricoltura è pari al 2,1% del Pil del nostro Paese.

Come ha avuto occasione di dichiarare il ministro Franceschini, questi dati dimostrano come “investire in cultura e nel nostro patrimonio museale fa bene alle menti, alle anime, ma fa anche molto bene all’economia del Paese”.

Ora è proprio il momento di pensarci concretamente e con una visione di sostegno, di sviluppo e di promozione attiva. Perché una parte delle risorse del Recovery Fund possa essere investita anche nel mondo culturale e creativo. Perché questo Fondo, che è una straordinaria manifestazione di solidarietà e di unità dell’Europa, e dunque finalmente l’affermazione dei valori culturali e politici su cui è fondata, possa essere destinata a quel patrimonio materiale e immateriale che ne costituisce una delle ricchezze più solide e feconde di futuro.

E che l’epidemia da Covid-19, insieme alle misure di contenimento che si sono rese necessarie, abbia avuto un impatto forte sulle economie delle organizzazioni creative, sulle condizioni degli operatori culturali e sulle stesse città è questione che è stata analizzata, studiata e quantificata. “European Cultural and Creative Cities in COVID-19 times” è il titolo dell’ultimo paper promosso dal JRC, il Centro Comune Ricerca della Commissione Europea, su questo tema, che stima che siano oltre 7 milioni i posti di lavoro a rischio nella cultura in tutta Europa. Mentre KEA European Affairs ha stimato in 21 miliardi di euro la perdita derivata dal Covid-19 per i settori della cultura e della creatività a livello europeo. Per l’Italia la contrazione della spesa in cultura sarà del 5% (nel Regno Unito la capacità di spesa diminuirà del 10%, in Germania del 7%, e in Francia del 6%).

Il Centro Comune Ricerca della Commissione Europea ha pertanto indicato come sia assolutamente necessario sviluppare iniziative innovative e nuovi format per far sì che enti e organizzazioni culturali possano adattarsi ai nuovi paradigmi, rintracciando nuove opportunità su cui puntare anche grazie al sostegno dei governi regionali e nazionali. Si tratta di crediti d’imposta, contributi a fondo perduto e anche misure straordinarie come i contributi indirizzati a quelle organizzazioni che generalmente non possiedono i requisiti per accedere al Fondo Unico o il sostegno all’industria cinematografica.

“Oggi più che mai le Industrie Culturali e Creative sono chiamate a riflettere su come reinventarsi per continuare il loro operato – si legge nel documento del JRC –, senza il quale molte comunità e quartieri verrebbero privati di importanti attivatori sociali in grado di creare coesione e senso identitario.”

Nell’attesa dei Progetti, quelli che potranno trovare risorse nel Recovery Fund, pubblichiamo alcuni passaggi della lettera aperta che, attraverso la CEPI – European Audiovisual Production, 45 artisti europei, fra cui Björk, Marina Abramović, Jean-Pierre e Luc Dardenne e il compositore italiano Nicola Giangrande, hanno indirizzato ai leader europei per chiedere loro di  “fornire risorse finanziarie adeguate per consentire alle imprese e ai lavoratori dell’arte, della cultura e della creatività di continuare a lavorare, di sopravvivere e di crescere prosperi in futuro”. Un appello appassionato che tutti ci sentiamo di sottoscrivere.

“(…) I settori della cultura e della creatività sono al terzo posto in Europa per numero di lavoratori. Significa che le conseguenze economiche di una stagnazione si propagano ben oltre l’ambito della cultura. Ma, nonostante il paesaggio della cultura si sia drasticamente ridotto, è alla cultura che ci siamo rivolti in questi tempi di grandi difficoltà personali e sociali.

È la musica che ci ha portati tutti assieme sui balconi, sono i film e le serie TV che ci hanno fatto passare il tempo, sono i documentari, i libri, le performance e le opere d’arte che ci hanno davvero confortati nella nostra solitudine e ci hanno aiutati a trovare una via d’uscita intellettuale e creativa.

Il bene più prezioso dell’Europa è la nostra cultura. È una cultura unita nella sua diversità, una cultura che attrae ogni mese milioni di persone da tutto il mondo.

L’espressione culturale, in tutta la sua diversità, è il cuore di ciò che significa essere europei (…)”.