La geografia del cibo salverà il mondo

geografia del cibo

“È impossibile essere sicuri di qualcosa se non della morte, delle tasse e − aggiungo rispetto al famoso motto del commediografo inglese Christopher Bullock − del cibo. Fa parte della vita quotidiana di ognuno di noi: come respirare, parlare, camminare, piangere o ridere. Gli esseri umani devono mangiare per sopravvivere”. Volendo proseguire la frase, diremmo che del cibo quello che è sicuro che sia (anche) cultura: meno evidente è invece il fatto che che il cibo abbia costruito una geografia del mondo. O perlomeno, non è un pensiero frequente. Invece, Martina Liverani dimostra l’evidenza di una geografia alimentare nel suo Atlante di Geogastronomia, appena uscito per Rizzoli. Anche se si potrebbe pensare il contrario, perchè durante il lockdown si è molto cucinato e quindi si è molto pensato al cibo,”questo libro è nato ben prima della quarantena”, ci racconta Liverani . “Anzi, direi che è un libro spartiacque, pre – coronavirus, un lavoro molto personale il risultato di vent‘anni di viaggi, una summa di informazioni e di studi”.Il cibo disegna confini – afferma l’autrice – molto più antichi e molto meno ‘ristretti’ di quelli geopolitici, creando da sempre e ovunque comunità con un’identità sociale e culturale molto forte. Il sedersi insieme a tavola e la convivialità sono stati da sempre infatti un segno di rispetto, condivisione e conoscenza reciproca.

Il cibo che da millenni più unisce l’umanità è il pane, a cui l’Atlante dedica un intero capitolo: “Il pane è simbolo stesso dell’uomo. Dovunque si trovasse sulla Terra, con i cereali che aveva a disposizione, l’uomo ha sempre impastato e fatto il pane. E non è un caso se proprio durante il lockdown, un periodo comunque oscuro e ‘mortifero’, la reazione di tanti italiani sia stata proprio quella di farsi il pane in casa”. Oggi il piatto più popolare e conosciuto nel mondo, che da italiano è diventato universale, è la pizza: “Pizza e pasta non hanno nel mondo vincoli politici né limitazioni religiose”.  Vengono consumate tranquillamente (e golosamente) ovunque: la città a più alta densità mondiale di pizzerie è San Paolo, Brasile. Il cibo attraversa differenze di religioni e di classe. Ma sin dalla notte dei tempi, esso ha avuto anche, e soprattutto, il ruolo di azzerare le differenze sociali e di unire le persone. Mentre il mondo oggi si concentra sulle fratture, sottolineando le diversità e amplificando gli estremi, finendo facilmente per sviluppare preconcetti riguardo a un popolo o un luogo, non c’è dubbio alcuno che il cibo invece abbia il potere di accomunarci tutti.D’altronde basta pensare a come un piatto tipicamente italiano, come gli spaghetti al pomodoro, sia in realtà un composit fra medio Oriente, Asia, Sud America e Europa: con la pasta introdotta in Sicilia dagli Arabi, il pomodoro che arriva in Italia nel 1500 dopo la scoperta delle Americhe, e il basilico originario dell’India. “Le tradizioni sono relative, e anziché alla storia di un prodotto, bisognerebbe guardare alla geografia del prodotto stesso”.

Così scopriamo anche un altro caso fake (diremmo oggi) di esclusiva italiana, il caffè, è “la seconda bevanda più consumata dopo l’acqua: quasi tre miliardi di tazze ne vengono bevute ogni giorno in giro per il mondo. I maggiori bevitori sono i finlandesi, che ne consumano 12 chili pro capite all’anno, seguiti dai norvegesi con 9,9 chili”.

L’Atlante quindi rappresenta un invito ad approfondire la conoscenza del cibo per conoscere meglio l’etnografia umana: “Mangiare significa conoscenza, condivisione e aggregazione reciproca, è il più antico e moderno al tempo stesso dei social network: basta una tavola apparecchiata a scatenare una relazione. Il cibo è un linguaggio universale che non ha bisogno di traduzioni, un passaporto che ti apre al mondo. Quindi, se è vero che siamo quello che mangiamo, e che oggi − come mai prima d’ora nella storia dell’umanità − il cibo contribuisce a definire la nostra identità ed è argomento di attualità e formazione personale quanto collettiva, consumare le stesse pietanze o mangiare insieme ha
 il potere di farci sentire tutti uniti e fratelli”.

Morale: “Gli esseri umani, nel mondo, si cibano degli alimenti più disparati, esiste una biodiversità inesauribile e incalcolabile che va difesa e preservata, certo, ma proprio in nome delle connessioni e analogie da cercare. Ed è divertente scoprire che ci sono cibi che più di altri sono amati e condivisi da tutti. Proprio da tutti”. Tesi supportata dal tristellato Niko Romito, chef molto geogastronomico, che nella prefazione del libro scrive: “Leggendo certi fenomeni sociali (il molto cucinare durante la pandemia, ndr) viene quasi da pensare che il cibo ci rende un’unica grande nazione caratterizzata al contempo da gusti in comune, biodiversità e sapori da condividere e scoprire”.

Insomma, fate la pasta e non la guerra.

geografia del cibo

Martina Liverani, Atlante di Geogastronomia, Rizzoli, 2020.