E non c’è niente da capire.

E non c'è niente da capire.

In una vecchia barzelletta (che faceva pensare più di quanto non facesse ridere), due matti – che avevano passato la vita a raccontarsi barzellette – avevano finito col numerarle una a una. E, così – quando volevano trascorrere qualche momento di ilarità – bastava che uno dei due dicesse all’altro il numero della barzelletta che intendeva raccontare, e l’altro cominciava a ridere. Come un matto, appunto.

Anche il nostro comunicare sta andando verso questo “prosciugamento”? All’inarrestabile bulimia di contatti continuerà a corrispondere una sempre più inquietante anoressia di senso? Onestamente, non so rispondere. Alcuni segnali, però, lasciano intravedere una prospettiva tutt’altro che rassicurante. È un dato di fatto che il linguaggio si impoverisca ogni giorno di più. Nei segni, innanzitutto. E quindi, inevitabilmente, nei significati. Sempre più spesso, e in un numero sempre maggiore di ambiti, faccine, simboli e immagini sostituiscono non solo parole e stati d’animo ma, addirittura, intere frasi. Passo avanti? Per quanto riguarda velocità e ampiezza della diffusione, non c’è alcun dubbio. Il messaggio arriva immediatamente. E a una platea potenzialmente illimitata, che comprende persino chi parla altre lingue, appartiene ad altre culture, generazioni o condizioni sociali.

Siamo proprio sicuri, però, che questa istantaneità sia sinonimo di qualità? E se – come credo – non è così, il fatto che messaggi senza qualità possano raggiungere platee virtualmente sconfinate rappresenta un progresso o una (pericolosa) involuzione?

Non è certo la prima volta nella Storia che i segni hanno tanta forza (anche se è certamente la prima volta che godono di una diffusione planetaria). Pittogrammi, ideogrammi e geroglifici hanno preceduto le scritture alfabetiche. E l’immensa forza espressiva del disegno – che, dalle pitture rupestri ai giorni nostri, è cresciuta in modo incommensurabile – è assolutamente fuori discussione. Le immagini dicono tantissimo. Spesso, molto più delle parole. Non a caso, la potenza di certi capolavori ci lascia senza parole. Ma è proprio questo il punto: certe immagini dicono così tanto che finiscono col dire troppo. Confondono, sviano, inducono in errore. E, soprattutto, ci “impressionano” al punto che non sentiamo il bisogno di andare oltre. Quell’immagine ci ha già detto tutto. Non ci serve altro. “E non c’è niente da capire”, cantava De Gregori.

Una convinzione (errata) che ci relega in una condizione di passività. Aiutata dalla bellezza (arte) o dalla facilità di fruizione (tv, Internet, social, ecc.) – o da entrambe – quell’immagine ci porta a confondere la superficie con l’essenza delle cose, convincendoci che sia possibile conoscere il mare, rimanendo a riva ad osservarlo dalla battigia.

Che Monna Lisa sorrida lo vediamo tutti. Eppure, da più di cinquecento anni, l’umanità si chiede cosa voglia dire quel sorriso. Le interpretazioni sono così tante che tendono all’infinito. Il che significa che quel messaggio, all’apparenza chiarissimo, in realtà è tutto meno che chiaro. È vero che, tra il sorriso della Gioconda e quello di un emoji, la distanza è siderale. Ma è altrettanto vero che il fatto che il sorriso di quell’emoji sia inequivocabilmente un sorriso, è tutto ciò che sappiamo di quel sorriso. Non molto, in effetti. Non vediamo l’espressione di chi ce lo ha inviato, e non sappiamo nemmeno di che tipo di sorriso si tratti. Dettagli? Può darsi. Non per Paul Ekman – considerato uno degli psicologi più influenti del XXI secolo – tra i pionieri nel riconoscimento delle emozioni attraverso l’analisi delle micro-espressioni facciali. Secondo Ekman, esistono decine di diversi tipi di sorriso. Diversi sia nell’aspetto, che nel messaggio che esprimono. Diciotto, solo tra quelli non falsi né ingannevoli. Sorrisi timorosi, beffardi, tesi, ironici, obliqui, di disprezzo, tristi, crudeli, sadici… La domanda, dunque, è: può un semplice “smile” esprimere tanta ricchezza di sfumature e sentimenti? Può contenerla, certo. E lasciarcela intuire. Ma come facciamo a sapere quale, tra le decine di sorrisi, ci stia rivolgendo il nostro (invisibile) interlocutore?

Un linguaggio che si fonda su elementi sempre più semplici, è in grado di farci comprendere e spiegare una realtà che diventa ogni giorno più complessa? Un codice di comunicazione ridotto così all’osso somiglia a una radiografia. Ed è difficile – per non dire impossibile – convincersi del fatto che l’immagine di uno scheletro possa illuminare riguardo ai pensieri, ai desideri o alle paure della persona alla quale tale scheletro appartiene.

Ancora: il fatto che un singolo segno dica così tante cose, non lo rende, di fatto, infinitamente più approssimativo e impreciso delle già imperfette parole? Per confonderci, basta molto meno. L’apparente sinonimia di “tutto” e “ogni cosa”, ad esempio. Se il cartello in vetrina recita “Tutto a 1 euro”, significa che, con una moneta da 1 euro, posso entrare e portare via “tutto” ciò che c’è in negozio. Se, invece, il cartello dice “Ogni cosa a 1 euro”, so che, per “ogni cosa” che prendo, dovrò pagare 1 euro. Ora: a meno che, in quel negozio, non sia rimasto un unico, ultimo, articolo, la differenza non è di poco conto.

Faccine & Co sono vere e proprie “macedonie” di significati. Se, in un ristorante, chiediamo una “macedonia”, sappiamo benissimo cosa ci porterà il cameriere. Nessuno di noi, però, può sapere con certezza quanti e quali tipi di frutta si ritroverà nel piatto. Più cose dice un certo “significante”, meno ne dice, dal momento che l’eccesso di significati favorisce imprecisione, fraintendimenti, errori: l’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere una corretta comunicazione. E, solecismi a parte, non è forse questo che dovrebbe fare qualunque linguaggio?

Per come la vedo io, linguaggi così “liofilizzati” non sono in grado di cogliere né di spiegare la complessità della realtà in cui viviamo. Complessità che non è sinonimo di difficoltà. (Il suo contrario, dunque, non è facilità). “Complesso” è ciò “che risulta dall’unione di più parti o elementi”; “complicato”, invece, è “non semplice né facile; confuso, intricato”. Differenza sostanziale. La complessità, dunque, è un insieme. E un insieme può essere formato anche da cose semplici. Così come la complicatezza può appartenere anche ad una singola cosa.

Di fronte alla complessità, ci dovremmo comportare come di fronte a un’espressione algebrica o a un polinomio: ricordate? La chiave per trovare la soluzione era “semplificare”, “scomporre”. Scomporre, cioè, la complessità negli elementi che la compongono, per passare – un passaggio dopo l’altro – dal “complesso” al “semplice”. Un metodo che dovremmo applicare anche alla realtà. Il problema è che questa “liofilizzazione” dei linguaggi, nega la complessità. E, negandola, ci spinge a pensare che non esista. E chi sente il bisogno di prepararsi ad affrontare qualcosa che non esiste? Morale? Di fronte alla complessità della realtà siamo sempre più impreparati. E così, troviamo rifugio in due convinzioni, la cui incrollabilità è direttamente proporzionale alla nostra paura: o la complessità è un fake e le cose, in realtà, sono semplici, oppure la realtà è così complessa che è completamente al di fuori della nostra portata. In entrambi i casi, non c’è bisogno di scervellarsi più di tanto. Tanto “non possiamo farci niente”. A che diavolo servono, dunque, tutte queste parole – così noiose, pesanti, difficili – quando, finalmente, siamo liberi di esprimerci con queste faccine così divertenti, simpatiche e carine?