L’economia dell’attenzione

attenzione

Era il 1969 quando l’economista Herbert Simon, professore alla Carnegie-Mellon University di Pittsburgh in Pennsylvania, presentava le sue riflessioni che in Italia sono raccolte nel libro Il labirinto dell’attenzione. Progettare organizzazioni per un mondo ricco di informazioni. La sintesi sta in questa frase: “In una società ricca d’informazione deve dunque mancare qualcosa: questo qualcosa è l’attenzione”.  L’intuizione di Simon, confermata nei seguenti cinquant’anni, racconta come questa relazione divergente tra quantità dell’informazione e perdita di attenzione abbia di fatto cambiato i nostri stili di vita influendo sulla nostra stessa capacità di apprendimento. L’attenzione umana mai come in questo momento tende a spegnersi in fretta, al punto che, a partire dal pensiero di Simon, si è cominciato a pensare che la stessa economia dovesse prendere in considerare l’attenzione come fattore chiave. Social media, canali televisivi, radio, giornali mitragliano sopra i nostri occhi slot continue di informazioni che inevitabilmente passano oltre la nostra attenzione e tra le quali possiamo giusto muoverci e operare selezioni nel tempo di una reazione istintiva.

È stato Daniel Kahneman a portare in evidenza come i comportamenti siano molto più spesso determinati dall’intuizione che dal ragionamento. Questo perché il ragionamento richiede molta più attenzione dell’intuizione, il che eleva la disattenzione a prateria consueta della nostra percezione del mondo, ideale anche per favorire i comportamenti impulsivi a cui spesso puntano pubblicità e messaggi più o meno subliminali. Effetto collaterale della disattenzione è un certo offuscamento della sensibilità, prima di tutto oculare e successivamente anche connessa a fattori come la memoria e, di conseguenza, il giudizio. Fino ad arrivare a una mancanza di fiducia nella nostra stessa capacità di previsione e, come ha determinato Zygmunt Bauman in Retrotopia, alla rinuncia a una costruzione positiva del futuro preferendo rintanarsi nel meccanismo consolatorio del passato.

Il recupero di un’economia dell’attenzione passa prima di tutto attraverso le relazioni tra le persone e all’interno delle comunità di persone. Nello sforzo di restare a un tavolo ad ascoltare fino in fondo le idee degli altri, consegnando valore alle dinamiche sociali che, come metteva in evidenza alcuni anni fa Robert D. Putnam in Bowling alone, si modificano progressivamente al punto che gli americani sempre più spesso vanno a giocare a bowling da soli dopo averne fatto  per generazioni il centro della vita sociale tra amici. L’economia dell’attenzione resta altrettanto determinante quando si prende in considerazione il mondo che ci circonda, di fronte al quale abbiamo altrettanto bisogno di coltivare quel capitale sociale che vive radicato nella terra, nelle stagioni e nella relazione con la natura. La circolarità dei rapporti anche economici viaggia nell’attenzione che rivolgiamo al nostro frigorifero: cosa mangiamo, da dove vengono e come sono stati fatti i prodotti alimentari, abbiamo comprato davvero quello che ci serve o finiremo per buttare gli eccessi? Stesso discorso vale nell’armadio quando ragioniamo su quali sono i vestiti che usiamo davvero mettere, da dove arrivano e con il lavoro di chi sono stati costruiti, vale sbirciando dentro quei sacchetti dell’immondizia che ogni giorno portiamo in giro stupendoci ogni volta di quanto riusciamo a generare di scarto. In macchina, viaggiando per andare a portare i figli in una settimana traforata di impegni e chilometri e nel tempo che passiamo davanti a schermi di ogni dimensione. Come l’ammasso informativo genera disattenzione anche l’ammasso di cose e azioni genera scarsa attenzione al futuro. Forse Herbert Simon oggi potrebbe dire che “In una società ricca di impulsi ad accrescere deve dunque mancare qualcosa: questo qualcosa è l’attenzione”.