Giallo catodico

giallo

Pare che esistano almeno quaranta gradazioni di giallo. C’è il giallo cadmio, il giallo citrino, il giallo amamelide, il giallo cromo, il giallo Napoli… Ma se dal colorificio ci si sposta nel magico mondo delle Teche Rai, allora ci si accorge che di tonalità di giallo ce ne sono molte di più. C’è il giallo Biagio Proietti, che presuppone una precisione assoluta nel definire gli intrecci a orologeria che prendono forma all’interno di architetture memorabili, il giallo D’Anza, che a volte si tinge di soprannaturale, il giallo Majano, che appena può strizza l’occhio alla grande storia, il giallo Camilleri, che comprende una ricca tavolozza con tutti i colori della sicilianità, e il giallo Mario Ferrero, che rimanda alle incantevoli atmosfere dell’Italia art déco del commissario de Vincenzi. Tutte sfumature del giallo catodico all’italiana.

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Tino Buazzelli e Paolo Ferrari, Nero Wolfe, regia di Giuliana Berlinguer, 1969.

Dagli anni Cinquanta a oggi i palinsesti Rai non hanno mai smesso di coltivare una raffinatissima frequentazione con il giallo, ma anche col noir, due generi che hanno sempre trovato interpreti straordinari, capaci di orchestrare trame serrate e di dar vita a personaggi indimenticabili, nati per l’occasione o trasferiti sullo schermo dalla pagina scritta. Il Maigret di Gino Cervi, il Philo Vance di Albertazzi, il Nero Wolfe di Tino Buazzelli, il Montalbano di Zingaretti, il tenente Sheridan di Ubaldo Lay, l’astuto padre Brown di Rascel, messo a confronto con Arnoldo Foà, lo Schiavone di Marco Giallini, la grintosa Laura Storm di Lauretta Masiero, lo Stoppa dei commissari di Dürrenmatt e di de Angelis, il maresciallo Rocca di Gigi Proietti, sono colossi della storia della televisione, figure iconiche entrate a far parte della storia del costume.

Giallo catodico

Glauco Mauri e Paolo Stoppa, Il giudice e il suo boia, regia di Daniele D’Anza, 1972.

A loro, e a tutto quel mondo di paura, brividi, e talvolta di voluttà, è dedicata la mostra “Sulle tracce del crimine. Viaggio nel giallo e nero Rai”, in programma dal 7 ottobre 2020 fino al 6 gennaio 2021 al Museo di Roma in Trastevere. Nata da un’idea di Stefano Nespolesi e curata da Maria Pia Ammirati e Peppino Ortoleva, questa rassegna di Rai Teche racconta settant’anni di storie, di enigmi, di misteri attraverso 200 fotografie tratte da 80 programmi televisivi, cinque installazioni video e varie postazioni sonore. Una mostra multimediale che permette di rivivere le indimenticabili atmosfere degli sceneggiati e degli originali televisivi che hanno fatto epoca.

Giallo catodico

Luca Zingaretti, Il commissario Montalbano, regia di Alberto Sironi, 1999.

Il percorso è ordinato secondo una traccia tematica e temporale, ogni lavoro è inquadrato in un’area precisa, che consente di avere dei riferimenti sicuri, e si avvale anche di un cospicuo corredo di memorabilia e di oggetti ad alto valore simbolico ricreati per l’occasione. È un’occasione ghiotta per tutti gli appassionati che vogliono immergersi nel mondo del giallo e del mistero televisivi, gustandosi in sequenza una serie di momenti indimenticabili di quel genere, collezionando volti e scene ben impressi nella memoria, rivivendo sigle, musiche, interni, paesaggi, tic, espressioni, frasi ormai fissate nel tempo, come la classicissima “Si ricorda di Coralba, dottor Danon?”, che sta agli originali tv come “Silvia, rimembri ancora…”, sta alla poesia.

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Rossano Brazzi e Glauco Mauri, Coralba, regia di Daniele D’Anza, 1970.

È una storia ricca di sfaccettature che si incanala in mille rivoli quella del giallo televisivo italiano. C’è il giallo d’epoca, il giallo psicologico, il giallo sociale, il giallo paranormale: è un’epopea che non finisce mai e non si ripete mai uguale a se stessa e che ha un altro grande pregio: invecchiando, questo genere televisivo italiano si rivaluta continuamente, non perde mai il suo smalto. Prova ne è Dov’è Anna?, un successo da 28 milioni di spettatori a serata, che oggi appassiona i figli e i nipoti di chi l’aveva visto nel 1976, quando fu trasmesso per la prima volta. Un programma epocale che travalica i confini della storia della televisione, come del resto Il segno del comando, che ci ha consegnato per sempre l’espressione spiritata di Ugo Pagliai in cerca di una piazza e di una donna fantasma.

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Carla Gravina, Il segno del comando, regia di Daniele D’Anza, 1971.

Sono alcuni dei pilastri di una storia complessa e ramificata, che non si lascia inquadrare facilmente e non si esaurisce con i volti dei protagonisti, perché qui hanno un ruolo fondamentale anche i comprimari. Basti pensare ai favolosi cast dei poliziotti delle due stagioni di Qui squadra mobile di Majano, capitanate rispettivamente da Giancarlo Sbragia e da Luigi Vannucchi, oppure agli investigatori di Aprite polizia! di Daniele D’Anza o del Triangolo rosso, una serie cult degli anni ‘60 che vedeva impegnata la Stradale, con episodi diretti da Ruggero Deodato.

Giallo catodico

Marco Giallini, Rocco Schiavone, regi di Michele Soavi, Giulio Manfredonia e Simone Spada, 2016.

Ma questi sono soltanto alcuni accenni alla mostra romana e alla ricca tavolozza del giallo televisivo, che nei programmi Rai ha trovato negli anni una perfetta consonanza. Da qui in poi ognuno deve costruire la propria storia, la propria personale indagine per ricostruire un fenomeno che continua a riservare innumerevoli sorprese.

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“Sulle tracce del crimine. Viaggio nel giallo e nero Rai”, Museo di Roma in Trastevere, Roma, dal 7 ottobre 2020 al 6 gennaio 2021.