Meno spreco, più futuro

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Italiani, popolo di santi, navigatori, poeti e di professionisti nello spreco alimentare: ogni italiano genera circa 65 kg di rifiuti l’anno, a fronte di una media europea di 58 kg l’anno. Lo dice il Food Sustainability Index, condotto da Fondazione Barilla con The Economist Intelligence Unit, studio uscito pochi giorni fa e che fotografa la situazione in tutti i Paesi Europei in occasione dell’ottava Giornata Mondiale di prevenzione dello spreco alimentare. Peggio di noi, solamente il Belgio con 87 kg di cibo sprecato pro capite. Il primo Paese invece sul podio del no waste è Cipro, con soli 36 kg annui pro capite. Più del 20% di tutto il cibo prodotto in Europa viene praticamente gettato via: l’equivalente di 88 milioni di tonnellate l’anno. In Italia parliamo soprattutto di frutta, verdura e cereali.

Lo spreco ha un costo: se pensiamo che in Italia il 53% deriva dai consumi domestici, è come se una famiglia buttasse 5 euro al giorno, che a livello nazionale diventano 10 miliardi e che su scala dei Paesi Ue arriva a 143 miliardi di euro. Dobbiamo poi aggiungere le perdite alimentari lungo la filiera di produzione (dalla fase post-raccolta fino alla trasformazione industriale), che corrispondono al 2% del totale di cibo prodotto. Infine: buttare via il cibo vuol dire inquinare. Lo spreco rappresenta il 6% delle emissioni totali di gas serra di tutta l’Unione europea.

Ma la buona notizia c’è, ed è che la pandemia ci ha reso un po’ più consapevoli. I dati disponibili che Fondazione Barilla ha analizzato e messo a sistema raccontano di un’Italia che sta facendo passi incoraggianti nella lotta allo spreco.

Oggi l’88% degli italiani sostiene che non sia etico buttare il cibo e l’83% riconosce l’impatto negativo sull’ambiente tanto che dichiara di essersi impegnato per ridurre lo spreco di cibo in casa.
Altro dato: dopo l’esplosione del Covid in tutto il mondo, è risultato sotto gli occhi di tutti come la salute dell’ambiente e quella dell’uomo siano inevitabilmente e indissolubilmente connessi. Quindi ridurre l’impatto ambientale è, oggi più che mai, un traguardo irrinunciabile: come ha dichiarato al Corriere della Sera Francesco Quatraro, professore del Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” dell’Università di Torino, che ha tenuto una lectio ieri al Social Innovation Campus:

Si parla molto di economia circolare in alcuni settori e ambienti istituzionali, ma quello che manca è la penetrazione di questo concetto nel tessuto sociale allargato, partendo dalle buone pratiche che si porta dietro.

Dal miglioramento della qualità di vita alla creazione di risparmi per Stato e cittadini, dalla riduzione sensibile dell’impatto ambientale della crescita economica al ridimensionamento delle disuguaglianze, fino al ripensamento delle città, con la valorizzazione di mobilità sostenibile, efficienza energetica, cura degli spazi verdi. Ad aiutarci in questa sfida epocale «c’è un importante alleato, che solo dieci anni fa non avremmo preso in considerazione: l’innovazione tecnologica. Eravamo abituati a guardare principalmente alla questione dei rifiuti, al riciclo, alla riduzione delle discariche. Non avremmo mai immaginato, ad esempio, un mondo dove – soprattutto per noi occidentali – possedere un’automobile di proprietà non sarebbe stato più considerato necessario», chiarisce Quatraro. «La sfida? Anche le aziende devono immaginare come riconvertire la semplice offerta di prodotti in offerta di servizi, come nel caso dello sharing».

Le azioni per un futuro con meno sprechi prevedono il potenziamento di agricoltura, pesca e pastorizia, che svolgono un ruolo cruciale nel promuovere il cambiamento nei sistemi alimentari globali, grazie all’innovazione tecnologica, a incentivi finanziari e a politiche pubbliche che siano in grado di accelerare la transizione dei sistemi agroalimentari verso l’equità, la resilienza, la salubrità e la sostenibilità. E a questa transizione – che ha come obiettivo, non dimentichiamolo, l’allineamento all’Agenda 2030 ONU – sono chiamate anche le aziende alimentari e i produttori delle filiere agroalimentari di tutto il mondo.

Ma noi nel quotidiano cosa possiamo fare? Ci viene in aiuto “Il metodo spreco zero“, (Rizzoli), preziosa raccolta di consigli di Andrea Segrè, professore di Agraria all’Università di Bologna e fondatore di Last Minute Market per il recupero del cibo e di Waste Watcher, il primo Osservatorio nazionale sullo spreco domestico, che ci insegna come fare la spesa, organizzare il frigorifero e inventarsi ricette sfiziose con quello che c’è.
Il primo, doveroso, passaggio per non sprecare, oltre a prenderne coscienza, è imparare a fare la spesa in modo intelligente e mirato, senza lasciarsi ammaliare dalle sirene delle offerte. Con un’attenta pianificazione della spesa e l’uso intelligente del frigorifero e la corretta gestione della dispensa, possiamo scongiurare già buona parte degli sprechi e i relativi costi, economici e ambientali. Dunque: comprare quanto serve, conservare nel modo migliore e spendere quanto risparmiato in qualcosa che ci dia più piacere.

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Piatto di cucina circolare di Maria Zingarelli, ristorante Il Giardino, Torino. Macedonia di ortaggi fermentati colti in stagione e sperimentazione di fermentazione al Giardino: carote, mele, asparagi, sedano, patate lesse, aneto, cialde di grano tostato.

Dello stesso parere etico – Less Is More – è la chef consulente e formatrice in sicurezza alimentare Maria Zingarelli del ristorante Il Giardino di Torino (che fa cucina circolare vegetariana):

La parola chiave deve essere ‘strategia’, utilizzare cioè il tempo libero che ora abbiamo in più per organizzarci in cucina riutilizzando quelli che una volta si chiamavano ‘avanzi’, o meglio preparando, due o tre volte la settimana, basi da cui partire e preparare poi piatti gustosi e creativi. Con pane raffermo, verdura e cereali ad esempio si possono preparare delle stupende ribollite, minestre, se si aggiungono uova formaggio e pangrattato, si realizzano mille varianti e così via.

E l’acquisto quotidiano? “È fondamentale – prosegue Zingarelli (sì, è la nipote dell’autore del dizionario della lingua italiana) – fare ogni giorno la spesa. Una sana abitudine che consente anche di avere meno packaging, quindi meno materiale da smaltire. In questo momento assistiamo ad un ritorno delle nostre tradizioni enogastronomiche italiane, quando ‘salvare’ il cibo era normalità, risparmio e abitudine ma anche un gioco, un piacere, un momento di socialità in cui la famiglia – tribù si riuniva in cucina”. Il lockdown ha segnato un tornare a questo momento – rito familiare, accompagnato da un innalzamento della domanda di cibi da preparare, e non più già pronti da scaldare nel microonde.

Risultato? Un dato positivo e un cambiamento di consapevolezza. La strada segnata dal Covid-19 è quindi quella giusta, se quasi il 90% degli italiani sostiene che non sia etico buttare il cibo. Tutti ci siamo impegnati, impastando come se non ci fosse un domani, a ridurre lo spreco di cibo nelle nostre case.
Continueremo a farlo.