Perché non andiamo a Palazzo Roverella e Palazzo Roncale?

Roverella
Robert Doisneau, Le Baiser de l'Hotel De Ville, 1950.

Cinque importanti mostre a Palazzo Roverella e Palazzo Roncale, messe a punto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, saranno protagoniste della stagione culturale 2021-2022 nella città di Rovigo. Annunciato dal Presidente della Fondazione Gilberto Muraro, il ciclo di esposizioni avrà inizio nell’autunno 2021 per terminare nella primavera del 2022.

Le mostre si collocheranno lungo l’ideale spazio “Polesine / Parigi”, ad indicare un percorso che si sviluppa lungo due direttrici. Da un lato, la precisa volontà di Fondazione di tarare la programmazione di Palazzo Roncale su rassegne focalizzate sulla storia, le vicende e i protagonisti del territorio del Polesine. Dall’altro, la vocazione di Palazzo Roverella ad accogliere e proporre importanti artisti internazionali o grandi movimenti e temi della storia universale dell’arte. Le mostre in programma, nell’autunno di quest’anno e nella primavera del 2022, si focalizzeranno su due artisti francesi: il fotografo Robert Doisneau e il pittore Pierre Auguste Renoir, con altrettante ampie monografiche.

“Un connubio glocal – sottolinea il Presidente Muraro – che con le esperienze precedenti e con quelle tutt’ora in corso a Palazzo Roverella e Palazzo Roncale – le mostre “Vedere la Musica” al Roverella e “I Teatri Storici del Polesine” al Roncale – ha dimostrato di saper coinvolgere sia  il pubblico del territorio sia un flusso turistico che sta sempre più scoprendo le  attrattive del Polesine trovando nei nostri eventi espostivi l’incentivo, spesso decisivo, per scegliere come meta questa magnifica Terra tra i due Fiumi“.

La prima esposizione di Palazzo Roverella, messa a punto dalla Fondazione per l’autunno, vedrà protagonista “Robert Doisneau” (23 settembre 2021 – 31 gennaio 2022), con un’ampia monografica affidata alla curatela di Gabriel Bauret.  Doisneau è celebre per quello che viene ritenuto il più bel bacio della storia della fotografia: protagoniste le effusioni di una giovane coppia, indifferente alla folla dei passanti e al traffico della place de l’Hôtel de Ville di Parigi.
Doisneau è stato maestro insuperabile nel catturare momenti di felicità. Insieme a Henri Cartier-Bresson, è considerato uno dei padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada. Con il suo obiettivo cattura la vita quotidiana degli uomini e delle donne che popolano Parigi e la sua banlieue, con tutte le emozioni dei gesti e delle situazioni in cui sono impegnati. Il suo è un racconto leggero, ironico, che strizza l’occhio con simpatia alla gente. Che diventa persino teneramente partecipe quando fotografa innamorati e bambini.

Parigi, la Francia ma anche l’Italia sono al centro della mostra primaverile. “Renoir e l’Italia” (26 febbraio 2022-26 giugno 2022), affidata a Paolo Bolpagni. “Studiare il viaggio italiano di Pierre Auguste Renoir e farne l’oggetto di una mostra significa ricostruire i suoi spostamenti, gli incontri, ciò che vide, e misurare il durevole impatto che questo fondamentale soggiorno ebbe e riverberò sul prosieguo della sua produzione artistica, che culminerà dapprima nella lunga gestazione de Le grandi bagnanti e poi, di fatto, nell’abbandono della tecnica e della poetica impressioniste, che avvenne prima dell’ufficiale scioglimento del sodalizio”, anticipa il curatore.
La mostra, seguendo il fil rouge offerto dalla biografia scritta da Jean Renoir, figlio dell’artista e a sua volta celebre regista cinematografico, si  centrerà soprattutto su questa seconda fase della produzione di Renoir, dal viaggio in Italia sino alle opere della vecchiaia , ponendo in risalto l’originalità di un’arte che non fu affatto attardata , ma che costituì uno dei primi esempi di quella moderna classicità che sarebbe poi stata perseguita da molti pittori degli anni Venti e Trenta , in particolare in Italia, come sarà evidenziato dai confronti, alcuni dei quali insospettabili, che saranno istituiti nelle sale di Palazzo Roverella.

Roverella

Walter Molino, La Domenica del Corriere, 2 dicembre 1951.

In parallelo, a Palazzo Roncale, Fondazione proporrà tre mostre di sicuro interesse, e non solo territoriale. La prima, con il titolo “70 anni dopo. La Grande Alluvione” (23 ottobre ’21 – 31 gennaio ’22), a cura di Francesco Jori.
Ricordare oggi quell’evento, a settant’anni di distanza, è un dovere sociale – afferma il Presidente della Fondazione Gilberto Muraro – Non tanto, o non solo, per ripercorre una cronaca che si è fatta storia. Ma per capirne la genesi, ciò che nel tempo ha condotto a quei terribili giorni. Per riflettere oggi sull’eterna e disattesa urgenza di rispettare i fiumi e l’ambiente. Ed è anche occasione per capire, mentre i testimoni diretti dell’evento diventano sempre più rari, cosa di esso sia rimasto nel dna personale e sociale dei polesani, di quelli che hanno continuato a vivere in Polesine e dei polesani costretti a nascere e crescere altrove. Per i quali la Grande Alluvione è un brano importante della storia familiare, ancora presente ma fatalmente destinato ad evaporare generazione dopo generazione. Ma questa mostra intende soprattutto focalizzare come quell’evento abbia generato dei cambiamenti nel tessuto fisico, sociale ed economico del Polesine. Cercando di indagare “cosa”, oltre al ricordo, al dolore, alle tragedie personali e sociali, derivi oggi – 70 anni dopo – da quell’Alluvione. Che certamente “bloccò” un territorio, ma che orgogliosamente, grazie anche alle previdenze statali per le aree disagiate e agli aiuti di molti italiani e non solo, ebbe la forza di riprendersi, pur restando estraneo all’esplosione industriale che a partire dagli anni ’60 mutò il volto di altre province del Veneto”.

L’appuntamento primaverile di Palazzo Roncale è con “Giovanni Miani. Il leone bianco del Nilo“, a cura di Mauro Varotto. Per la prima volta ad essere soggetto di una mostra il rodigino Giovanni Miani, un Indiana Jones dell’Ottocento, l’uomo che dedicò la sua vita alla scoperta delle sorgenti del Nilo. L’esposizione cade nel 150° anniversario dalla sua morte, avvenuta nel novembre del 1872 a Nangazisi, nell’attuale territorio del Congo.
“Tra storia, geografia ed etnografia, la mostra intende raccontare la vicenda di questo personaggio irrequieto e fuori dagli schemi, di indomito coraggio e volontà ferrea, amante del rischio e dell’avventura, sfortunato inseguitore di grandi ideali come occasione di riscatto sociale”, anticipa il curatore.

L’autunno del Roncale si tingerà invece dei colori rosso e blu, per raccontare l’epopea del rugby a Rovigo e nell’intero territorio. “L’ovale rossoblu. Il rugby in Polesine” sarà il titolo della mostra curata da Ivan Malfatto, Willy Roversi e Antonio Liviero.
È fuori discussione che sia l’intero Polesine a identificarsi con la sua squadra di rugby. Qui la palla ovale ha il ruolo che altrove ha il calcio. E il Polesine dimostra questa sua identificazione con i fatti e non solo con le discussioni al bar: basti osservare la mobilitazione della tifoseria sia al Battaglini che in trasferta, caso unico in Italia. In casa si parla di rugby e i bambini crescono con il mito della palla ovale. Il mito e – soprattutto – i valori. Le vittorie, le vicende di questa Società hanno certamente appassionato il mondo del rugby, ma non c’è dubbio che si sono riverberate anche al di fuori di esso. Influenzando positivamente la percezione di Rovigo e del Polesine a livello nazionale e anche internazionale. Per questo la mostra non sarà una semplice celebrazione di partite e vittorie, ma un’occasione per capire, e far capire, l’unicità del fenomeno del rugby in queste terre.