Salvare il mondo per salvare il portafoglio o salvare il portafogli per non salvare il mondo?

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Foto di Hermann Traub da Pixabay

Mentre quest’estate la televisione trasmetteva le immagini della melma che trascinava pezzi di Nord Reno Vestfalia e Renania-Palatinato colpite da una tremenda bomba d’acqua, il presidente dell’Associazione degli assicuratori tedeschi annunciava che la stima dei danni variava tra i 4 e i 5 miliardi di euro. Era una specie di bollettino di guerra. Oltretutto non si trattava più di casi isolati. Le bombe d’acqua stanno colpendo l’uomo sempre più spesso e sempre più sistematicamente provocando danni incalcolabili, proprio come nelle guerre.

Nel 2020, per fare un esempio, i primi 10 disastri ambientali al mondo per gravità dell’impatto hanno provocato danni per oltre 118 miliardi di euro. L’importo si riferisce ai beni assicurati. Stiamo quindi parlando di cifre complessive ben più importanti. Nel 2017, per fare un altro esempio, il mondo è stato colpito da 710 cataclismi che hanno causato danni per 330 miliardi di dollari. Il 50% dei danni non erano coperti da qualsivoglia assicurazione. Costi paragonabili a quelli di una guerra. Infatti, per continuare con gli esempi, il costo dell’intervento americano nella Guerra del Vietnam, a cavallo degli anni 60 e 70, è stato stimato in oltre 165 miliardi di dollari. Mentre i costi dell’intervento americano nei primi cinque anni della prima Guerra del Golfo, per avere un termine di paragone più attuale, sono stati di circa 500 miliardi di dollari.

Conclusione: siamo in guerra con il pianeta, o meglio, il pianeta è in guerra contro l’uomo. Nonostante l’allarme stia suonando, un’umanità sempre più distratta passa da un cataclisma all’altro senza ricordarsi dei danni e dei morti di quello precedente. Non è il risultato di uno studio antropologico, è una constatazione di fatto. È sufficiente osservare come ad ogni bomba d’acqua la Liguria rischia di franare nel Tirreno.

Mentre i governi stanziano le risorse per la ricostruzione e le associazioni ambientaliste sensibilizzano le amministrazioni sull’importanza di mettere in sicurezza i territori, anche la grande finanza ha preso posizione.
Il primo a muoversi è stato Larry Fink, fondatore e amministratore delegato del fondo BlackRock, che nel 2015 annunciava la svolta sostenibile degli investimenti del suo fondo. Il processo logico della decisione è ineccepibile. BlackRock, che gestisce un patrimonio di 8.000 miliardi di dollari, investe il denaro per conto dei clienti per permettere loro di finanziare progetti di lungo periodo come la pensione. Per questo BlackRock sente la responsabilità di promuovere la creazione di valore nel lungo periodo. Questo orizzonte di investimento fa diventare i cambiamenti climatici un fattore determinante nell’elaborare strategie. Infatti, sempre secondo BlackRock, il rischio climatico in futuro avrà un impatto sempre più importante sul mondo fisico, ma anche sul sistema globale per finanziare la crescita economica.

È per questo che alla lettera del 2015, inviata agli amministratori delegati delle principali società nel mondo nelle quali BlackRock investe, ne sono seguite altre, una ogni anno. Ogni anno, in ogni lettera, Larry Fink alzava la pressione sulle multinazionali chiedendo che si allineassero alle migliori esperienze per sviluppare la sostenibilità: chiedeva che la sostenibilità fosse un oggetto dell’azione del consiglio di amministrazione, che i consiglieri di amministrazione partecipassero attivamente alla definizione della strategia di sostenibilità, invitava a impegnare il consiglio d’amministrazione nella determinazione dello scopo dell’impresa. Per misurare tutto ciò BlackRock ha creato il proprio set di indicatori per valutare le performance di sostenibilità delle imprese. E lo ha fatto con l’autorevolezza di un patrimonio gestito paragonabile alla somma del prodotto interno lordo di Germania e Giappone.

Con altrettanta autorevolezza, nel 2019, Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, annunciava, nel giorno dell’inaugurazione del Festival della sostenibilità, che la sostenibilità era un percorso obbligato per affrontare la progressiva scarsità di risorse e i cambiamenti climatici. Perché, continuava il massimo rappresentante di Palazzo Koch, questi in futuro colpiranno le aree dell’Europa mediterranea e l’Italia sempre più pesantemente, provocando danni irreparabili. I cataclismi naturali interrompono le funzioni produttive di aziende e famiglie, aumentando la loro vulnerabilità finanziaria, riducendo il valore delle attività date in garanzia per ottenere credito, rendendo più complesso il rimborso dei prestiti. Le banche potrebbero restringere il credito alle imprese localizzate nelle aree più a rischio, che rappresentano il 20% dei prestiti alle imprese produttive.

Ambientalismo e finanza, così lontani, oggi così vicini. L’obiettivo è comune: salvare la terra. La finanza ha le risorse e la possibilità di spingere sui consigli di amministrazione delle imprese. L’ambientalismo ha le competenze e la possibilità di trascinare le imprese nelle piazze.
Forse si tratta di un’utopia. Ma cominciare ad affidare a un ambientalista un posto nei consigli di amministrazione delle società potrebbe essere il primo passo perché due mondi imparino a conoscersi meglio.

A proposito di utopia Adriano Olivetti diceva: “Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande.