Ecco perché a Pasqua non possiamo farne a meno

uova

I bambini lo aprono per le sorprese, a tutti piace mangiarlo. L’abitudine a scambiarsi le uova è una tradizione molto antica a cui solo recentemente si è aggiunto il gusto del cioccolato. La racconta questo articolo tratto dal numero di Aprile/Maggio/Giugno di VéGé per voi, magazine del Gruppo VéGé diretto da Paolo Marcesini.

Le uova di Pasqua sono una piacevole abitudine a cui nessuno vuole rinunciare. Ma, prima del cioccolato, è l’uovo stesso nel corso della storia ad aver rappresentato un messaggio di fortuna e fertilità. Soprattutto a primavera. I romani, ad esempio, usavano mettere un uovo dipinto di rosso sottoterra nei campi coltivati così da rendere propizio il raccolto. Fu, poi, il Cristianesimo a ereditarne la simbologia di rinascita sovrapponendola alla Resurrezione pasquale: l’uovo, che contiene una nuova esistenza al suo interno, torna alla vita abbandonando il guscio vuoto. Nasce l’usanza di benedire le uova e donarle ai fedeli durante la Messa. Bisogna invece andare in Germania per la tradizione di colorare le uova sode.

Ma l’idea vincente è stata senza dubbio quella di chiudere all’interno delle uova di cioccolato le sorprese. Per questo colpo di genio bisogna attendere l’Ottocento quando, alla corte degli zar di Russia, l’orafo Peter Carl Fabergé cominciò, su incarico di Alessandro III, a progettare e realizzare in oro, platino e preziosi delle meravigliose uova decorate al cui interno venivano racchiusi incredibili doni per la zarina. Il cioccolato arriverà più tardi, grazie a nomi come quello di Rodolphe Lindt, figlio di un farmacista di Berna, o quello del chimico e cioccolataio olandese Coenraad Johannes van Houten. Senza dimenticare la tradizione dell’origine sabauda dell’uovo di Pasqua: sembra che già nel 1725, a Torino, la signora Giambone, titolare di una bottega in via Roma, riempisse gusci vuoti delle uova di gallina con del cioccolato fuso. Quel che è certo è che i primi a produrle su scala industriale furono gli inglesi con l’azienda dolciaria Cadbury: nel 1875 realizzò delle uova di cioccolato con all’interno una sorpresa e, nel 1905, propose l’uovo di cioccolato al latte riscuotendo ancora più successo. In Italia, l’uovo come simbolo pasquale attraversa la storia e il tempo e viene ancora oggi accompagnato dalla tradizionale colomba che, in qualche modo, ne costituisce il completamento perché, come dice il detto popolare, è difficile dire se venga prima l’uovo o la colomba.

Quale uovo preferisci? L’importante è che faccia crack

Al latte, fondente, bianco, alle nocciole, vegano o per intolleranti: c’è un uovo di Pasqua per ogni gusto, basta sapere scegliere.

Il cioccolato è decisamente l’ingrediente in grado di mettere d’accordo tutti. Ma non è detto che un uovo di Pasqua sia sempre realizzato a regola d’arte. Alcuni particolari come la superficie lucente e quel sonoro schiocco che si verifica alla rottura del cioccolato raccontano la storia di un corretto processo di lavorazione. I tre ingredienti di base sono la pasta di cacao, il burro di cacao che garantisce morbidezza e lo zucchero. La normativa europea stabilisce che l’uovo di cioccolato al latte debba contenere almeno il 25% di cacao; per il fondente, un prodotto di buona qualità ne contiene almeno il 45%. Il cioccolato bianco, pur non contenendo pasta di cacao, è realizzato con almeno il 20% di burro di cacao; quello con le nocciole viene invece preparato con un quantitativo di questi piccoli frutti variabile tra i 20 e i 40 grammi per etto di prodotto. Il fondente può essere consumato anche da intolleranti al lattosio e da vegani, visto che la ricetta non prevede l’utilizzo di latte, anche se è sempre opportuno cercare la dicitura “senza lattosio” o “vegan” perché spesso i dolci vengono lavorati negli stessi stabilimenti in cui si utilizza il latte.