Benvenuti fichi

Benvenuti fichi

Morbidi, zuccherini e profumati, “fioroni” a giugno e “fichi veri” a settembre, da sempre i frutti simbolo dell’abbondanza, della pace e della fecondità. Dal numero di Luglio/Agosto/Settembre 2022 di VéGé per voi, magazine del Gruppo VéGé diretto da Paolo Marcesini.

Cresceva nel giardino dell’Eden, ricco di dolcissimi frutti succulenti, e ad Adamo ed Eva fornì il primo vestito della storia, con le lisce foglie palmate a coprire la vergogna della improvvisa nudità. Diede anche riparo alla lupa che allattava Romolo e Remo, mentre “nell’ombra della casa, sulle rive soleggiate del fiume, all’ombra del fico crebbe Siddharta”, racconta Hermann Hesse. Nelle diverse culture dell’antichità, il fico è sempre stato considerato una pianta carica di simboli bene auguranti, protettivi e amichevoli.

Forse perché è un albero che cresce facilmente con poche pretese, o perché sparge intorno a sé un profumo fresco e tipico dell’estate, o ancora perché i suoi frutti sono straordinariamente energetici, oltre che buonissimi, ed essiccati per l’inverno diventano una miniera corroborante di preziosi nutrienti, o magari per l’insieme di tutti questi motivi, il fico, con l’olivo e la vite, sta a rappresentare l’abbondanza, la fecondità e il benessere.

Lo “stare seduti sotto l’albero di fichi”, simbolismo frequente nella Bibbia, indica una situazione di pace, di terra promessa e di prosperità, al contrario l’immagine del fico spoglio rimanda alla rottura di un patto, alla carestia e alla guerra: “Essi hanno rigettato la parola del Signore… non c’è più uva nella vigna né frutti sui fichi; anche le foglie sono avvizzite”.

Omero racconta che è grazie al lattice di fico che il ciclope Polifemo produceva formaggi, mentre “mangiatore di fichi” era addirittura il soprannome del filosofo Platone, che ne era ghiotto e li consigliava a tutti come eccellente nutrimento dell’intelligenza. D’altra parte, alcuni esegeti sostengono che il frutto della conoscenza biblico fosse proprio un fico, e non una mela. Anche nella religione induista e per i buddisti, questo frutto sta a simboleggiare la conoscenza e la verità.

Certo è che il fico – che è poi un falso frutto, un’infiorescenza che contiene i veri frutti, ovvero gli acheni, quei più di seicento semini che si trovano in ciascun siconio (questo il nome scientifico) – è davvero un prodigio naturale di proprietà nutrizionali e terapeutiche. Carnoso, morbido, zuccherino, di colore bianco, viola, verde o nero, nonostante la straordinaria dolcezza, il fico non è molto calorico: con 47 kcal per 100 grammi, può essere inserito anche in regimi ipocalorici, poiché la sua ricchezza in fibre aiuta a mantenere il peso forma, oltre a promuovere il buon funzionamento dell’intestino.

I fichi freschi sono anche ricchi di preziosi sali minerali come potassio, ferro, calcio e fosforo, e di vitamine, come la A, la PP e quelle del gruppo B. Vantano inoltre eccellenti proprietà digestive, per la presenza di enzimi capaci di favorire l’assimilazione degli alimenti, e ottime virtù antiinfiammatorie, in caso di colite, gastrite e febbre, senza tralasciare l’uso in impacchi per risolvere problemi dermatologici. I fichi secchi, invece, sono da consumare con moderazione per il contenuto calorico piuttosto elevato, con circa 256 kcal per 100 grammi, che li rende estremamente energetici e adatti nelle diete ricostituenti, così come la loro azione remineralizzante può essere utile nella stagione fredda. Per i frutti essiccati, la Calabria e la Campania annoverano tra le loro produzioni rispettivamente la DOP “Fichi di Cosenza” e la DOP “Fico bianco del Cilento”.

In Italia sono presenti più di 600 varietà di fichi, coltivati un po’ dappertutto, in particolare nel Mezzogiorno. Ma soprattutto il fico, da “specie arborea negletta”, perché sottoutilizzata rispetto alle sue potenzialità, è oggi al centro di studi e ricerche agronomiche nell’ambito di una riscoperta delle sue caratteristiche per la sfida ai cambiamenti climatici, data la sua resistenza alla siccità e la capacità di valorizzare e rigenerare aree marginali con ambienti aridi. Perché anche la sostenibilità, è il caso di dirlo, può diventare davvero “dolce come un fico”.