Moroamaro: “Esterno notte” e l’alba della “Democrazia vegetativa”

Moro

Al di là della firma, indiscutibilmente, prestigiosa e delle innegabili qualità artistiche, non ho amato “Esterno notte”, l’ultima opera di Marco Bellocchio, ispirata dall’“Affaire Moro”.

Provo a spiegare perché.

Chi mangia frutti avvelenati, muore. E noi (la democrazia italiana) stiamo morendo. Siamo già morti, in realtà. Da anni. Decenni, anzi. Anche se i più ingenui non se ne sono accorti. I più scaltri, invece, fingono che non sia così, per evitare che i morti si accorgano di essere morti.

Cosa anima gli scaltri? La ragione più antica e più stringente del mondo: “mors tua, vita mea”. La morte degli ingenui, infatti, lascia il campo libero per le scorribande degli scaltri. Senza più la palla della democrazia al piede, costoro possono fare e disfare a loro piacimento, godere e far godere i loro “cerchi magici” – complici, fiancheggiatori, cortigiani, citaredi – e rendere la “vita” impossibile (ammesso che non si renda necessario strapparla) a chi la pensa diversamente.

Chi sono gli ingenui? Quei giusti – per dirla con un linguaggio biblico – che hanno creduto nella democrazia parlamentare partitica come cuore di una moderna Repubblica, autenticamente democratica. (I corsivi stanno a sottolineare il fatto che mi riferisco al significato vero e pieno di quelle parole. A ciò che dovrebbero essere, cioè, e non a ciò che la nostra ignobile insipienza le riduce, svuotandole di senso e valore).

Gli scaltri, invece, sono i malvagi che lavorano per sgombrare il campo dai giusti. Con ogni mezzo. Lecito, ma soprattutto illecito; pacifico, ma soprattutto violento. Del resto, si sa: libertà, giustizia e pace rendono tutto troppo difficile, troppo lento e, soprattutto, troppo costoso. Senza, si fa molto prima, molto meglio e si risparmiano fiumi di denaro.

I malvagi, quindi, cercano di far fuori i giusti. Anche fisicamente, nel caso questi risultino particolarmente molesti. A mali estremi, estremi rimedi. E, quando ripensiamo alla Storia del nostro Paese, non dobbiamo di chiederci chi siano i buoni e chi i cattivi, perché la risposta è davanti ai nostri occhi. Da sempre. I buoni sono quelli che muoiono; i cattivi, quelli che vivono. E prosperano. Serenamente, impunemente, sfacciatamente.

Da Portella della Ginestra (1 maggio 1947: otto mesi prima che la Costituzione repubblicana venisse promulgata!) a oggi, la lista di quei giusti che dovremmo definire “Martiri della democrazia” è indecentemente lunga. E certo non ci può stupire il fatto che comprenda alcune tra le coscienze e le intelligenze più alte, libere e forti che il nostro Paese abbia mai conosciuto (e che conoscerà mai: stando così le cose, infatti, è impossibile che ne nascano ancora). A nessuno, del resto, interessa eliminare stupidi, servi e deboli. Troppi rischi inutili. Per non parlare dello spreco di tempo, organizzazione, esplosivi e pallottole.

E, così, per impedire che vinca le “partite” più importanti, la “Nazionale” della Democrazia italiana, fin dalla sua nascita, viene, sistematicamente, privata dei suoi “giocatori” migliori: intellettuali, costituzionalisti, giuristi, magistrati, docenti universitari, avvocati, giornalisti, investigatori, forze dell’ordine… Senza i suoi campioni e ridotta a squadretta da oratorio (per non parlare delle ignobili, decisive, “autoreti” di alcuni tra i giocatori che indossavano la sua maglia) è ovvio che la democrazia italiana non ce la può fare. E, infatti, non ce la fa. Sopravvive a stento. Cade fin troppe volte, riuscendo a rialzarsi quasi miracolosamente, fino a quando l’eccidio di via Fani e l’omicidio di Aldo Moro non la fanno capitolare. Sono questi i frutti avvelenati di cui parlavo all’inizio.

Frutti molto più velenosi di stragi come Piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969), Piazza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974) o Italicus (4 agosto 1974), o di omicidi come Pier Paolo Pasolini (2 novembre 1975), Francesco Coco (8 giugno 1976), Vittorio Occorsio (10 luglio 1976) e Riccardo Palma (14 febbraio 1978), per ricordare solo alcuni tra i passaggi più drammatici che precedettero via Fani.

Più velenosi di stragi e omicidi-chiave successivi: Stazione di Bologna (2 agosto 1980) o Rapido 904 (23 dicembre 1984); Giorgio Ambrosoli (11 luglio 1979), Vittorio Bachelet (12 febbraio 1980), Carlo Alberto Dalla Chiesa (3 settembre 1982), Ezio Tarantelli (27 marzo 1985), Roberto Ruffilli (16 aprile 1988).

Più velenosi persino delle stragi di Capaci (23 maggio 1992) e Via D’Amelio (19 luglio 1992). (Tra ‘71 e ‘93, sono ben 26 i magistrati vittime di terrorismo e mafia: “Nel loro segno”, CSM, marzo 2015).

Un progetto eversivo compiuto e, ormai, senza rimedio. È praticamente impossibile, infatti, che – in un Paese di analfabeti di ritorno, lobotomizzati dalla programmata demolizione di scuola e università pubbliche e da continue overdose di Tv spazzatura e social-merda – possano vedere la luce coscienze, intelligenze, culture, integrità morali in grado di restituirci una democrazia davvero degna di questo nome.

Qualcuno si è chiesto come mai, dal ‘93 a oggi – a parte qualche esecrabile ma sporadico episodio (Massimo D’Antona – 20 maggio 1999, Marco Biagi -19 marzo 2002, Emanuele Petri – 2 marzo 2003) – non sia successo più niente del genere?

Vogliamo davvero berci la favoletta dello Stato che sconfigge il terrorismo e della democrazia che trionfa? Non è più realistico immaginare che l’“assedio di Troia” si sia concluso semplicemente perché “i Greci” avevano, ormai, espugnato la città e non aveva più alcun senso continuare a combattere?

L’omicidio Moro è l’episodio eversivo cardine della nostra storia: quello decisivo. Il colpo alla nuca della democrazia. È quello della democrazia, infatti, il cadavere nel bagagliaio della R4 rossa, beffardamente parcheggiata in Via Caetani.

Chiunque abbia deciso di eliminare Moro, lo ha fatto proprio perché sapeva che, eliminare lui significava eliminare lei.

Non un colpo allo Stato, dunque, ma un colpo di Stato.

 Lo “scambio” scatta, e il treno della democrazia viene dirottato su un binario morto, inoffensivo. Il suo viaggio sarà senza ritorno.

La Storia italiana, dunque, si divide in prima e dopo Moro. Ha ragione Marco Damilano a sottotitolare “La fine della politica in Italia” il suo “Un atomo di verità” (Feltrinelli, 2018). Fine della politica significa fine della democrazia.

E, infatti, dopo il 9 maggio ‘78, politica e democrazia scompaiono. Non torneranno più. Al loro posto, un ologramma in tutto e per tutto identico alla realtà. Nessuno noterà l’infernale abisso né leggerà il cartello che ammonisce: «Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente».

Contrariamente a quanto si pensa, dunque, con Moro non muore la “Prima Repubblica”: muore la Repubblica.

Se nemmeno la morte di Moro riesce a farci capire che non è la politica a detenere il potere ma è il Potere che detiene la politica, niente e nessuno ci riuscirà mai. E continueremo a illuderci che la politica possa decidere e fare, e che lo stato delle cose sia da attribuire a lei e che sue siano tutte le responsabilità.

È questo falso convincimento – frutto di un’ignoranza indotta, sempre più profonda e diffusa, di ciò che significhi vivere in una società come la nostra – ha condotto all’esasperazione le opinioni pubbliche. Anno dopo anno, governo dopo governo, la disaffezione si tramuta in sfiducia, scetticismo e, infine, odio. E, così, il mercato elettorale comincia a offrire soluzioni “extra-parlamentari”. Soluzioni cioè che, nella sostanza (la forma, ovviamente, deve sempre apparire salva) puntano a esautorare il Parlamento e sdemocratizzare la democrazia.

Uno stato di cose dimostrato dal fatto che – da decenni, ormai – viviamo in una democrazia “esecutiva” e non “parlamentare”, nella quale si procede a colpi di dpcm e decreti legge. Il cavallo di Troia della governabilità – che l’ignoranza di cui sopra ha lasciato entrare nelle coscienze, rendendo tutti incoscienti – ha, di fatto, trasformato in sudditi coloro i quali un’intera generazione aveva lottato per rendere cittadini. L’errore degli improvvidi Padri Costituenti è stato, finalmente, corretto.

Dalla “personalizzazione della politica” (inizio anni Novanta), i guru del marketing del consenso non fanno che spingerci alla ricerca di un “Deus ex machina”: Silvio, Matteo I, l’Elevato, Matteo II, Giuseppi, Super-Mario, Giorgia… un “uomo solo al comando”, che prenda in mano la situazione e rimetta finalmente le cose a posto. D’imperio, naturalmente. Del resto, si sa: “lacci e lacciuoli” della democrazia non consentono di fare… pulizia.

Inebetiti da decenni di bulimia consumistica e dalle seduzioni di tecnologie e virtualità, viviamo abbagliati dal miraggio – farlocco come ogni miraggio – che una casa, per il solo fatto di essere ordinata, diventi una bella casa; una casa nella quale tutti possono, finalmente, avere tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere liberamente, agiatamente, serenamente.

Pieni di vuoto e distratti dai luccicanti upgrade di quello che, un tempo, si chiamava “edonismo reaganiano”, non ci rendiamo conto del fatto che l’ordine è una “categoria allodola”. Non è affatto detto, infatti, che una casa ordinata sia anche libera, giusta, equa e pacifica. Il più delle volte, anzi, non è così. In politica – lo dimostra la Storia – ordine è la parola magica con la quale scribi e farisei di regime imbiancano i loro sepolcri, per apparire “giusti davanti alla gente”, mentre dentro sono “pieni di ipocrisia e di iniquità” (Matteo: 23, 27).

E noi ce la beviamo ogni volta, dimenticando (o fingendo di dimenticare) che è sempre il più forte a dettare le regole. E di certo non lo fa a proprio nocumento o svantaggio. Per quale ragione, del resto, se nemmeno ai tanti interessano le sorti dei tanti, queste dovrebbero interessare a un solo Conducător?

Il Potere, dunque, detiene la politica. E la politica fa la politica che vuole il Potere. Quando le classi dirigenti sono davvero degne di questo nome, riescono a “tenere botta” nel braccio di ferro col Potere, e la nave democrazia mantiene una rotta decorosa. Quando, invece – come accade, ormai, da decenni – le classi dirigenti sono inesistenti (nell’Italia pre-Moro, nessuno dei lord che oggi spadroneggiano indisturbati per lo Stivale, avrebbe potuto aspirare nemmeno a un posto da usciere nel Comune di un borgo sperduto di poche decine di anime) il Potere diventa onnipotente e la nave perde la rotta, naufraga sugli scogli e affonda. Ingloriosamente.

Che la politica fosse impotente lo spiegava lo stesso Moro, quasi sessant’anni fa. Rispondendo a Eugenio Scalfari su “l’Espresso” (17 ottobre 1965), diceva: «La gente pensa che noi abbiamo un’autorità immensa, che possiamo fare e disfare tutto, e per di più impunemente. Una parola del presidente del Consiglio, una firma d’un ministro e tutto è risolto, qualunque affare lecito o illecito può diventare una realtà. Come se noi disponessimo d’una bacchetta magica e potessimo usarla come ci pare. Questo pensa la gente. E invece non è vero niente. Lei m’ha chiesto prima cosa penso della crisi dello Stato. Ecco cosa penso: che il potere esecutivo, o meglio la classe politica che è al vertice del potere esecutivo, ha limitate possibilità d’intervento e di comando».

I malvagi, però, sono tutt’altro che stupidi. Sanno, perfettamente, che Moro deve morire “pazzo” per poter rinascere “santo”.

«È vero – scrive Moro, dalla prigionia, alla Democrazia cristiana: io sono prigioniero e non sono in uno stato d’animo lieto. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile, per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, matto, e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde».

Solo così tutto cambierà perché, ancora una volta, nulla cambi.

«La verità – scrive Moro al segretario della DC Zaccagnini – è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente. […]. La verità è che pensiamo di far evolvere la situazione con nuove alleanze ma siamo sempre lì con il nostro vecchio modo di essere e di fare, nella illusione che, cambiati gli altri, l’insieme cambi e cambi anche il Paese, come esso certamente chiede di cambiare. Ebbene, caro Segretario, non è così. Perché qualche cosa cambi, dobbiamo cambiare anche noi».

In un colpo solo, con la morte di Moro, ogni tessera di quel puzzle che il Presidente DC aveva dato l’impressione di poter far saltare (la posta in gioco era troppa alta perché il Potere potesse decidere di correre il rischio), sarebbe, magicamente, tornata al proprio posto.

Lo stesso uomo che, da vivo, era un problema per tutti, da morto, diventa la soluzione a tutti i problemi. “L’ordine stabilito” può essere, finalmente, ristabilito.

 «In una parola – scrive ancora Moro a Zaccagnini – l’ordine brutale, partito da chissà chi, ma eseguito con stupefacente uniformità dai Gruppi della D.C., ha rotto la solidarietà tra noi. In questa (cosa grossa, ricca di implicazioni), io non posso assolutamente riconoscermi, rifiuto questo costume, questa disciplina, ne pavento le conseguenze e concludo, semplicemente, che non sono più democratico cristiano».

«Tutto è inutile – scrive, infine, nell’ultima lettera alla moglie – quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo».

Moro, dunque, è “l’Agnello di Dio”: la vittima sacrificale perfetta. Non solo toglierà i peccati del mondo (mondo che minacciava di cominciare a girare in una direzione non gradita) ma libererà anche il Paese da quello che il Potere considera l’unico peccato mortale per il quale non ci può essere assoluzione: la democrazia. In questo senso, l’intuizione di Bellocchio – caricare la croce sulla schiena di Gifuni (interpretazione magistrale) e farlo arrancare verso il Golgota, davanti alla falsa contrizione dei gongolanti notabili DC – è assolutamente perfetta.

Perché il cerchio si chiuda – senza che la situazione degeneri, rischiando di diventare incontrollabile (il Potere è controllo: se perdesse il controllo, perderebbe sé stesso) – i malvagi sanno che il cadavere della R4 dev’essere rianimato e mantenuto in vita. Vita apparente, ovviamente. E così il vegetale-Moro/Democrazia dovrà essere – e rimanere per sempre – attaccato a macchine i cui monitor non dovranno mai smettere di certificarne l’esistenza in vita.

Qualcosa di simile a quei corpi imbalsamati (e, apparentemente, incorrotti) di santi, esposti in teche di cristallo, alla venerazione di chi – sfilando davanti a esse, per invocare grazie, intercessioni e miracoli – possa sentire la propria fede vibrare, salda, viva, vivificante e davvero in grado di smuovere le montagne.

Da quasi mezzo secolo, dunque, viviamo in quella che potremmo definire “Democrazia vegetativa, indotti a credere che – esattamente come i corpi imbalsamati di quei santi – essa sia viva e in grado di compiere miracoli.

Alla luce di tutto questo, permettetemi di porre alcune domande.

Era davvero opportuno che – in un momento storico come quello che stiamo vivendo – l’“Affaire Moro” venisse rappresentato così?

Possibile che in un “Vangelo” come questo – al di là delle molte, significative, ellissi narrative – non abbia trovato posto alcun riferimento al quadro interno e internazionale?

Possibile ridurre Andreotti – anche nell’estetica – a una macchietta da avanspettacolo, che ricorda la caricatura che Oreste Lionello ne faceva al Bagaglino?

Possibile rappresentare Cossiga come un minus habens: uno che non sa nulla, non capisce nulla (era ciclotimico, è vero: ma di certo non era stupido) ed è in balia di una corte dei miracoli di collaboratori ottusi, incapaci e insipienti? (L’esperto americano è, a dir poco, imbarazzante).

Possibile ridurre Berlinguer e Craxi a ombre insignificanti, annullando, di fatto, tutte quelle tensioni politiche e morali delle quali essi sono le incarnazioni storiche, oltreché simboliche?

Possibile che i notabili DC – quel potere diabolico e assoluto che i brigatisti vogliono annientare – appaiano come dei dementi, che non sanno mai quello che devono dire, fare o anche solo pensare? Fossero stati davvero così, per toglierli di mezzo, non sarebbe servita la lotta armata: bastava gridare “Bu!”.

Possibile che i brigatisti vengano rappresentati come ragazzini dementi, che si divertono a giocare alla guerra, come un gruppo di insulsi liceali che si ritrovano intorno a una scatola di Risiko, durante le vacanze di Natale?

Che Stato era quello che si lascia decapitare da questi ragazzini? Delle due l’una: o lui non era Stato, o i ragazzini non erano ragazzini. E, soprattutto, non erano soli. Per dirla con la lingua del cinema: semplici “comparse”, più che “attori non protagonisti”.

E, ancora: possibile che, in una vicenda come questa, non ci sia nemmeno un “villain” davvero degno di questo ruolo?

L’“Affaire Moro” sembra inverosimile, è vero. Purtroppo, però, non lo è. Sembra surreale. Purtroppo, però, è fin troppo reale. I suoi protagonisti sembrano caricature grottesche. Purtroppo, però, sono persone reali, le cui azioni (o non-azioni) hanno condizionato il nostro passato, e condizionano sia il nostro presente che il nostro futuro. Di certo non in meglio. E, curiosamente, nella direzione opposta a quella predicata, allora, dai rivoluzionari di ogni colore.

Perché, dunque, rappresentare come inverosimile, surreale, grottesca e caricaturale, la pagina più drammatica, dolorosa e politicamente devastante della nostra Storia?

A chi giova?

Che idea si farà chi – la stragrande maggioranza degli italiani, ormai – sa poco o nulla di questa vicenda e non ha mai letto (né leggerà mai) una sola riga di ciò che Moro ha scritto dalla prigionia?

«Muoio, se così deciderà il mio partito. […] Ciascuno porterà la sua responsabilità. […] Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto».

Lo sono, infatti. Se continuiamo a tacerle (non mi riferisco a Bellocchio ma a tutti noi) è perché la parola dei morti terrorizza infinitamente di più di quella dei vivi. Nessuno, infatti, la può più cambiare. Né cancellare.

Basta ca ce stao sole, ca c’è rimasto ‘o mare