Buon Lavoro! Per costruire un futuro più giusto
“Buon lavoro” è una piccola frase composta da due parole dette di solito salutando e stringendo con forza e convinzione una mano. Un mio vecchio amico, un maestro di etica, pensiero e visione, quando diceva “buon lavoro” abbracciava la mano del suo interlocutore usando le sue. Era un segno di fratellanza, un abbraccio, la consapevolezza di appartenere e di condividere la stessa visione del mondo. Un segno bellissimo.
Se ci pensate bene, queste due piccole parole raccontano oggi un tempo che rischia di sparire. Manca il lavoro e per molti che ce l’hanno spesso non è più un “buon lavoro”. Eppure questo augurio è scritto nel primo articolo della nostra Costituzione. E soprattutto non c’è nessuna politica possibile, economica, sociale, fiscale, sostenibile e culturale, che possa fare a meno suo significato. Per questo dobbiamo tornare tutti ad augurarci “buon lavoro” se vogliamo tornare a parlare di futuro, diritti, giustizia, sviluppo, famiglia, investimenti, parità di genere e lotta alle disuguaglianze. E dobbiamo dire con forza, rabbia e decisione che spesso il lavoro non è nemmeno più un lavoro. Si chiama sfruttamento, umiliazione, disprezzo, schiavitù, dolore.
Sabato 10 maggio, alle ore 10.30 a Roma, presso la Libreria Le Torri, in Viale Duilio Cambellotti 139, verrà presentato il saggio collettivo “Lavoro”, a cura di Malacoda Ente Culturale, edito da Castelvecchi. Un lavoro importante, necessario, urgente e persino militante. Occuparsi di lavoro oggi significa decidere da che parte stare dal punto di vista culturale, politico e sociale. Il lavoro è la prima forma di sostenibilità, senza perdiamo il nostro equilibrio, non sappiamo più chi siamo. Spesso si parla della sua fine e di tempo liberato per definire individualmente e collettivamente una nuova forma di benessere. Credo si tratti solo di una coperta di Linus per definire semmai il nostro degrado. Il saggio di Malacoda in questo contesto è una lettura indispensabile per capire qualcosa di più di chi siamo e di dove stiamo andando. Ed è giusto farlo partendo dalla periferia di un quartiere difficile della nostra capitale dove una straordinaria libraia, Alessandra Laterza, porta avanti una battaglia di grande coraggio. Parlare di lavoro nella libreria di quel quartiere è già una vittoria del lavoro. Ci vediamo a Tor Bella Monaca!
Buona lettura, e naturalmente buon lavoro.
(Paolo Marcesini)
Per gentile concessione dell’autore e del suo editore pubblichiamo un estratto dell’intervento di Alberto Improda.
Il Lavoro nel Vortice del Cambiamento
di Alberto Improda
Il grande Cambiamento in atto, segnato da Turboliberismo in affanno, incessanti Nuove Tecnologie e pervasivo Paradigma della Sostenibilità, ci impone di fare uno sforzo maggiore, di studiare modelli che si distacchino più radicalmente da quelli del passato.
In questa epoca di profondo smarrimento e scoraggiante incertezza, navighiamo realmente a vista, fatichiamo a proporre soluzioni sufficientemente innovative e siamo ben lungi dall’avvistare il punto di approdo dei nostri sforzi.
Addirittura potremmo presto lasciarci alle spalle, dal punto di vista terminologico, la stessa parola Lavoro.
Ha detto Domenico De Masi: “Dovremmo iniziare a distinguere tra lavoro e lavoro. Noi usiamo sempre e solo una parola. Questo è l’inganno. Usiamo la parola lavoro per dire tutto. E così oggi sosteniamo che un minatore lavora, un facchino lavora, un poeta lavora, un giornalista lavora. Ma sono cose profondamente diverse e andrebbero organizzate diversamente. Anche nella società post-industriale, e in quella prossima che ci avventuriamo a conoscere, dovremmo diversificare molto tra un impiego e l’altro. E cioè dire che il facchino fatica, che l’impiegato lavora e che noi, giornalisti o scrittori e professori, semplicemente ci esprimiamo” (Conversazioni sul futuro, con Giulio Gambino, PaperFIRST, 2024, 59-60).
Partiamo dalla consapevolezza che, secondo i dettami della Sostenibilità, si deve progettare il nuovo Lavoro in modo che risulti in equilibrio con le altre componenti della Società, ponendo al centro dei propri meccanismi i principi di Giustizia sociale e le istanze di Benessere delle persone.
Ci troviamo certamente chiamati a un compito improbo, da affrontare però con fiducia e con speranza.
Perché il Cambiamento nel quale siamo immersi è certamente fonte di inquietudine e disorientamento, ma è anche “il segno che un mondo è tramontato e che domani davvero, lentamente ma inesorabilmente, un nuovo mondo sorge” (Adriano Olivetti, Le fabbriche del bene, Comunità Editrice, Ivrea, 2014, 70).

