Quando a finanziare la cultura è il nostro smartphone
C’è una tassa che pagate ogni volta che comprate uno smartphone, e che quasi nessuno conosce. Si chiama compenso per copia privata, esiste da quarant’anni, ed è nascosta nel prezzo del dispositivo come una piccola voce invisibile. Fino a qualche settimana fa riguardava solo gli oggetti fisici — telefoni, computer, chiavette USB. Ora, con un decreto firmato il 23 febbraio dal Ministro della Cultura Alessandro Giuli, riguarda anche il cloud: quella nuvola digitale dove milioni di italiani conservano fotografie, messaggi, ricordi.
Da dove viene questa storia
Il meccanismo nasce negli anni Ottanta, quando le musicassette vergini cominciarono a diffondersi nelle case degli italiani. Il ragionamento del legislatore era lineare: se la legge permette di fare copie personali di dischi e film, chi fabbrica i supporti su cui si copia deve versare un compenso agli autori. Una forma di solidarietà forzata, ma con una sua logica. Nel tempo, l’obbligo si è allargato ai CD, ai DVD, agli hard disk, agli smartphone. Ora tocca al cloud.
L’Italia è il primo paese al mondo ad applicare una sentenza della Corte di Giustizia UE del 2022, che ha equiparato lo spazio di archiviazione online a qualsiasi altro supporto di memorizzazione ai fini dell’equo compenso. In pratica: se tieni le tue foto su Google Drive o su iCloud, contribuisci — attraverso chi offre quel servizio — a finanziare la filiera culturale italiana. Il prelievo scatta indipendentemente da cosa hai salvato: non importa se il tuo cloud contiene film scaricati o semplicemente le foto delle vacanze e i backup di WhatsApp. Paghi comunque.
Quanto e chi paga
I numeri sono piccoli ma ricorrenti. Per gli smartphone si va da poco più di 3 euro per i modelli base fino a quasi 10 euro per quelli con più memoria. I computer hanno una quota fissa di 6 euro. Per il cloud, invece, il prelievo è mensile: frazioni di centesimo per gigabyte, con un tetto di 2 euro e 40 centesimi al mese per utente. Non sembra molto. Ma moltiplicato per milioni di abbonati, il gettito complessivo che finirà alla SIAE e agli enti che gestiscono i diritti passerà dai 130 milioni di euro attuali a circa 154 milioni l’anno.
Il paradosso di una norma anacronistica
Il problema vero non sono i soldi, ma la logica. Il compenso per copia privata aveva senso quando la gente si copiava davvero i dischi. Oggi quasi nessuno lo fa più: si usa Spotify, si guarda Netflix, si ascolta su YouTube. Lo streaming ha reso obsoleto il concetto stesso di “copia”. Angelo Zaccone Teodosi, presidente dell’istituto di ricerca IsICult, lo dice senza mezzi termini: «La copia privata sembra il retaggio di un passato che viene cancellato dal nuovo sistema digitale. Per sostenere gli autori non sarebbe più giusto imporre obblighi di remunerazione adeguati alle piattaforme come Google, YouTube, Spotify e TikTok, invece di un balzello obsoleto al consumatore finale?»
È una critica che fa riflettere. Le grandi piattaforme americane che distribuiscono e monetizzano la quasi totalità della musica, dei film e dei video italiani restano fuori dal decreto. Il prelievo ricade invece su chi fabbrica hardware — che scarica i costi sul consumatore — e sui provider di cloud storage, inclusi quelli italiani ed europei di piccola taglia, che faticano molto di più ad assorbire i nuovi adempimenti burocratici rispetto a Google o Amazon.
Dentro Confindustria la spaccatura è già aperta: Confindustria Cultura applaude, Anitec-Assinform — che rappresenta le aziende tecnologiche — denuncia la mancanza di confronto e chiede un tavolo politico urgente. AIIP e Assintel stanno valutando un ricorso giudiziario.
La domanda che il decreto non risolve
In fondo, la questione che questo decreto solleva è antica e legittima: chi deve pagare la cultura nell’era digitale? La risposta — tassare chi archivia dati — ha il merito di esistere e il difetto di essere sbagliata. O almeno insufficiente. Finché la vera partita — quella sui contratti tra piattaforme e autori, sulle royalty dello streaming, sulle regole europee per i grandi intermediari digitali — non verrà giocata sul serio, continuare ad aggiornare un sistema degli anni Ottanta rischia di sembrare più una toppa che una soluzione.
Nel frattempo, ogni volta che salvate una foto su iCloud, state contribuendo, senza saperlo, a finanziare la cultura italiana. È una solidarietà involontaria. E forse è proprio questo il problema.