#Controcanto. Totò che non voleva essere solo Totò
La mia prima intervista l’ho fatta in sogno. Ero poco più di un ragazzo e il giornalismo non era ancora entrato nella mia vita. Sognai, naturalmente, gli esami orali della maturità. Un incubo ricorrente. Stranamente nel mio sogno dovevo sostenerli in un liceo dell’Isola d’Elba, dove peraltro non ero mai stato. Ero arrivato in traghetto la mattina presto. La scuola era poco lontana dal porto, immersa in un parco e il bidello che mi accolse all’ingresso era Totò.
Lo guardai stupito.
«Ma lei non dovrebbe essere morto?»
Mi rispose con assoluta naturalezza.
«Ero morto. Adesso faccio il bidello.»
L’informazione, nel sogno, mi sembrò perfettamente plausibile.
Mi disse che ero in anticipo e che dovevo aspettare. Così iniziai a fargli delle domande. Gli chiesi dei suoi rapporti con Eduardo e Peppino De Filippo, del teatro, del cinema, della povertà che aveva raccontato meglio di chiunque altro, delle sue origini nobili e perfino del suo incontro con Marilyn Monroe. E lui rispondeva.
Quella fu, in assoluto, la mia prima intervista.
Ci ho ripensato leggendo Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò, il libro con cui Francesco Piccolo sceglie di raccontare il suo vero controcanto. Noi, pensando a Totò, vediamo il genio assoluto della comicità, lo scrittore ci restituisce un uomo che teme di avere sprecato il proprio talento. Noi celebriamo la sua immagine iconica, l’artista si sente condannato a essere una macchietta, arrivato troppo tardi al riconoscimento della critica. È il paradosso che attraversa tutto il libro.
Mentre il pubblico lo aveva già consacrato, Totò continuava a giudicare severamente tutto quello che aveva fatto. Piccolo racconta una figura quasi cieca, stanca, attraversata da una malinconia che non aveva mai mostrato sullo schermo, convinta che molti dei film girati fossero stati soltanto spazzatura e che il vero cinema gli fosse stato negato. Nonostante il successo enorme presso il pubblico, considerava gran parte della sua filmografia un lavoro fatto per necessità più che per scelta artistica. In sostanza pensava di aver girato molti film “alimentari”, spesso con sceneggiature deboli e tempi di lavorazione frenetici. Li accettava perché doveva mantenere la famiglia e perché il cinema era il suo mestiere. Diceva spesso che il vero Totò non era ancora stato scoperto. Soffriva il fatto che la critica lo liquidasse come semplice comico popolare, mentre lui aspirava a essere riconosciuto come un grande attore.
Questa doppiezza accompagna tutta la sua esistenza. Totò e il Principe convivono in una continua tensione. «Si ricordi che è Totò che dà da mangiare al principe, e non viceversa». È il dialogo che Antonio De Curtis immagina con se stesso davanti allo specchio, quasi a ricordarsi che il blasone conta meno del mestiere. E lui lavorava, senza sosta, senza risparmiarsi, film dopo film, convinto di essere condannato a fare quel lavoro quasi per necessità. Lo scrittore racconta anche la sua superstizione quasi infantile. Evitava certi numeri, certi incontri, certi gesti. Era convinto che la fortuna andasse trattata con rispetto e che bastasse poco perché decidesse di voltarti le spalle. Diffidava della fortuna esibita, temeva il malocchio e si affidava a quei piccoli riti con cui tanti uomini del suo tempo cercavano di addomesticare l’incertezza. Era un uomo straordinariamente sicuro di sé sul set e in palcoscenico che spesso conviveva con un uomo pieno di paure. Quando Nanni Loy gli propose un ruolo, Totò chiese soltanto: «Questo personaggio ha fame? Ha sonno? Ha freddo?». Per lui erano queste le tre chiavi della farsa, tre bisogni elementari dai quali nasceva tutta la comicità umana.
Poi arriva Pier Paolo Pasolini.
Più che un regista, diventa lo sguardo sul cinema che Totò aveva atteso per tutta la vita. Pasolini capisce che dentro il comico più popolare d’Italia si nasconde uno dei più grandi attori tragici del Novecento. Non gli chiede di essere diverso, gli chiede, finalmente, di essere se stesso. Da quell’incontro nasce Uccellacci e uccellini, forse il film che più di ogni altro restituisce a Totò la consapevolezza di essere stato qualcosa di più di una maschera. All’inizio c’è diffidenza. Piccolo ricorda un episodio curioso. Dopo il primo incontro Totò fece spruzzare del disinfettante sulle sedie dove erano rimasti seduti Pasolini e Ninetto Davoli, segno dei pregiudizi sull’omosessualità che attraversavano l’Italia di quegli anni. Eppure tra i due nasce una stima profonda. L’ultima immagine che condividono è quella di Che cosa sono le nuvole?. Totò interpreta una marionetta che, gettata tra i rifiuti, vede il cielo per la prima volta e pronuncia una delle battute più belle della storia del nostro cinema: «Ah, straziante, meravigliosa bellezza del creato!». Quando Totò muore, Pasolini appena riceve la notizia ha un malore.
Il libro restituisce anche episodi che raccontano il lato più intimo di Antonio De Curtis. La quasi totale cecità sembrava miracolosamente scomparire appena iniziava a recitare. Sul set Totò si muoveva evitando fari, mobili e cavi con una naturalezza che lasciava tutti increduli. Finita la scena, tornava ad aver bisogno degli altri. È come se il cinema gli restituisse, per pochi minuti, ciò che la vita gli stava lentamente togliendo. C’è poi la sua generosità silenziosa. L’amore per i cani randagi. L’aiuto dato a persone in difficoltà senza cercare pubblicità. Era un uomo generoso, profondamente partecipe del dolore degli altri. Non smise mai di fidarsi del pubblico. Se una sala rideva, per lui il film aveva già trovato la sua ragione d’essere. La critica poteva ignorarlo, gli spettatori no. Per anni la Rai guardò Totò con sospetto. La sua comicità anarchica e imprevedibile sembrava difficile da addomesticare dentro i codici della televisione pubblica. Sketch tagliati, battute censurate, diffidenze che oggi sembrano incomprensibili. La televisione arrivò a riconoscere pienamente la sua grandezza solo quando gli italiani lo avevano già eletto a patrimonio nazionale.
Francesco Piccolo ci consegna il racconto della distanza paradossale tra il modo in cui l’attore vedeva se stesso e come lo vedeva il suo pubblico. Totò morì con il dubbio di non avere realizzato fino in fondo il proprio talento. È il destino dei più grandi, diventare immortali senza esserne mai davvero convinti. E forse, ripensandoci, Totò nel mio sogno aveva ragione. Non era morto.
Faceva il bidello in un liceo dell’Isola d’Elba aspettando che qualche ragazzo gli facesse ancora una domanda.