Lasciate ogni speranza. E del destino incerto di due parole

sinistra

DESTRA E SINISTRA

A proposito di queste due parole, se ne sono dette e se ne dicono di tutti i colori. Da Norberto Bobbio all’ultimo degli imbecilli ne hanno parlato tutti.

E dato che Bobbio (purtroppo) è morto da un pezzo mentre gli imbecilli (purtroppo) spuntano ovunque come funghi e, al contrario dei funghi, non smettono mai di latrare, il dibattito, lungi dal fare qualche piccolo passo avanti, ha fatto migliaia di chilometri indietro. Soprattutto negli ultimi venticinque anni.

 

ANALFABETI

Il fatto è che siamo analfabeti. Non è un insulto: è la verità. Chi lo dice? Qualcuno un po’ meno imbecille di me. Parlo di Tullio De Mauro, uno dei maggiori linguisti e filosofi del linguaggio italiani, grande esperto del cosiddetto “analfabetismo di ritorno”. La percentuale degli italiani che comprende i discorsi politici o che capisce come funziona la politica italiana – scriveva qualche anno fa De Mauro – «è certamente inferiore al 30%». Meno del 30%, vi rendete conto. Uno su tre. Cosa significa? Semplice: guardatevi intorno: due persone su tre di quelle che incrociate, non hanno gli strumenti per capire come funziona la politica.

Però votano. Pensiamoci. E, naturalmente, sproloquiano sui social. Seguitissimi, ovviamente. Né potrebbe essere altrimenti, si sa: “chi si somiglia, si piglia”.

Il 4 febbraio 2017, un mese dopo la morte di De Mauro, seicento (600!) tra rettori, docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi,  costituzionalisti, sociologi, linguisti, matematici, economisti, neuropsichiatri… hanno scritto una lettera al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell’Istruzione e al Parlamento per chiedere “interventi urgenti” per rimediare alle carenze degli studenti. Non sei, non sessanta, non cento: 600!

Tutti imbecilli? Tutti esagerati? Tutti disfattisti? «Alla fine del percorso scolastico – si legge, tra l’altro, nella lettera-  troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente». Alla fine del percorso scolastico – attenzione! – non all’inizio. «Da tempo – si legge ancora – i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare». Errori appena tollerabili in terza elementare! Terza elementare: ci rendiamo conto? «Nel tentativo di porvi rimedio – si legge, infine – alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana». All’Università?!

ANALFABETISMO POLITICO

Analfabeti di quasi tutto, dunque. Questo siamo. Soprattutto delle cose della politica. Situazione ideale per chi “comanda”. Più il tuo avversario è ignorante e stupido, infatti, più batterlo sarà un gioco da ragazzi. Secondo voi sarebbe più facile togliere la palla a me o a Pelé, Maradona, Ronaldo o Messi? Da quasi trent’anni, la gente blatera riguardo al fatto che parole come “destra” e “sinistra” non hanno più senso.

È davvero così? Oppure diciamo che non hanno più senso perché il senso si è perso? O diciamo che si è perso perché, in realtà, non lo conosciamo? Lo conoscevamo e l’abbiamo dimenticato? O non l’abbiamo mai conosciuto? Oppure qualcuno ha fatto di tutto perché lo dimenticassimo? Anzi: lo detestassimo.

Personalmente, propendo per l’ultima ipotesi. Tecnica vecchia ma collaudatissima. E sempre efficace. Fin troppo. Il gioco è semplice: vogliamo screditare un’idea? Allora basta colpire le persone che la rappresentano. O dicono di rappresentarla. Cosa non difficile, dato che raramente, purtroppo, le persone sono all’altezza delle idee. Soprattutto quando sono alte e nobili.

Esempio: Tizio è di sinistra. Tizio ruba, pare o si dice abbia rubato. Cosa ne consegue? Che quelli di sinistra rubano, è evidente. Ergo: la sinistra fa schifo.

Sillogismo elementare. Che, però, funziona. Sempre. Anzi: funziona proprio perché elementare. Del resto, se due su tre non capiscono le cose semplici, figurarsi quelle complicate. Dunque le “parole d’ordine” devono essere semplici. Più lo sono, più faranno effetto. È come dire: tutti gli uomini sono puttanieri e stronzi, tutte le donne, puttane, tutti gli italiani, mafiosi. Nessuna delle tre cose, ovviamente, è vera. Eppure le identità funzionano alla grande.

COLPIRE DUE PAROLE PER ELIMINARNE UNA

Da almeno quarant’anni (da molto più tempo, in realtà), le parole “destra” e “sinistra” state sottoposte a un bombardamento mediatico senza precedenti. Non è passato giorno, senza che qualche “illuminato” si sia sentito in dovere di pontificare sul fatto che esse non hanno più senso. Motivazione? Sono anacronistiche. Si riferiscono a un passato morto e sepolto, che non tornerà. Vero? No. Sia la prima che la seconda considerazione sono false. Ma funzionano ugualmente. Non che la cosa stupisca, dato quello che ha rilevato la “carica del Seicentouno”: Tullio de Mauro, cioè, e i 600 firmatari della lettera ricordata sopra.

La cosa sulla quale nessuno riflette mai, però, è che questa “damnatio nominis” (più comunemente detta “sputtanamento”) vuole mettere fuori gioco soltanto una di quelle due parole. Quale? La parola “sinistra”. Perché?

Semplice: perché, tra le due, è l’unica che dà fastidio. Fastidio a chi? A “chi ha”, ovviamente. Quegli “happy few” che, mai come oggi, decidono dei destini del mondo.

LA “GRANDE FRATTURA”

Mai, nel corso della Storia, le disuguaglianze sono state così forti. Per la prima volta da che l’uomo è apparso sulla Terra, infatti, ventisei persone (ma il numero diminuisce ogni giorno) posseggono tanta ricchezza quanta metà pianeta (nel frattempo arrivato a quasi 8 miliardi di persone), mentre quasi la metà degli abitanti del pianeta vive con poco più di 5 (cinque) euro al giorno! (Ci riusciremmo noi?). Lo ricordo continuamente, è vero, ma la cosa sembra non turbare nessuno. La sentiamo lontana. Non ci riguarda. Lontana? Sicuri?

UN ITALIANO SU QUATTRO VIVE IN POVERTÀ

Nel 2018, l’Istat ha stimano in oltre 1,8 milioni le famiglie italiane in povertà assoluta (il 7,0%). Parliamo di 5 milioni di persone. Le famiglie in condizioni di povertà relativa, invece, sono poco più di 3 milioni (11,8%): quasi 9 milioni di persone. Quattordici (14!) milioni di italiani, dunque, vale a dire il 23,4% della popolazione (quasi uno su quattro) vivono in povertà. Sicuri che le diseguaglianze non ci riguardino? Tutto questo, mentre il 10% più ricco di noi possiede più di 6 volte la ricchezza del 50% più povero. L’anno scorso, inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani  superava – sotto il profilo patrimoniale – quanto detenuto dal 70% più povero. Neanche questo ci interessa?

MORTE DELL’ECONOMIA = MORTE DELLA POLITICA

Cos’è successo? La finanza ha ucciso l’economia, (che già aveva messo in ginocchio la politica). E l’economia, morendo, ha strascinato con sé, nella bara, la politica. Amen. Perché? Perché alla politica è venuto meno  l’interlocutore naturale. Con chi tratti, se non c’è più nessuno con cui trattare? Si può trattare con un interlocutore “fisico”, ma come si può trattare con qualcosa di virtuale? E come si può credere di riuscire a governarlo? “Pecunia” non solo “non olet”, ma non si vede, fa quello che vuole e se ne va dove vuole lei.

La politica, dunque, non serve più. Un costo inutile, una rottura di coglioni e una perdita di tempo. Per chi? Per i moltiplicatori di fortune (fortune virtuali, com’è virtuale qualunque forma di moneta) che godono di un primato assoluto e planetario del quale non hanno mai goduto in tutta la storia dell’umanità. Un primato incontrastato. E, a questo punto, ormai incontrastabile.

In pochissimi anni siamo passati dal “Greed is good”: “l’avidità è buona” (ricordate Michael Douglas/Gordon Gekko in “Wall Street”?) al “Greed is God”: “l’avidità è Dio”.

INDIETRO NON SI TORNA

Ma non è questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che indietro non si torna. Così è e così sarà. E non ci sarà verso di cambiare le cose. A meno che non si verifichi una sorta di Apocalisse – ambientale, nucleare, virale o altro – che faccia piazza pulita di tutto e tutti e costringa quel poco che resterà dell’umanità a ricominciare tutto da capo.

PERCHÉ COLPIRE DUE PAROLE PER ELIMINARNE UNA?

Ma torniamo alle nostre due parole: “destra” e “sinistra”. La domanda è: perché colpirle entrambe, se se ne vuole eliminare solo una? È una finezza “retorica”: leggasi “paraculata”. Fingere di essere equidistanti e disinteressati è fondamentale per legittimare una tesi. Più essa è interessata, più deve apparire disinteressata. Perché, in quanto tale, verrà considerata vera. E, dunque, giusta. Quindi, più una tesi ci appare disinteressata, più, in realtà, è interessata. Più “suona” vera, più è probabile che sia falsa.

TIRO ALLA FUNE

Di quale tesi parlo? Ho scritto più volte che la politica – ridotta all’osso (vale a dire alla sua essenza autentica) – non è altro che una lotta. Un braccio di ferro o, se preferite, un tiro alla fune. Da una parte, “chi ha”. Dall’altra, “chi non ha”. È sempre stato così. Da che mondo è mondo. E, da che mondo è mondo, “chi ha” vuole avere di più, e “chi non ha” vuole avere quello che gli manca. La naturale tensione tra queste due “forze” viene ulteriormente accresciuta da due fattori: 1. Quello che manca a “chi non ha”, è nelle mani di “chi ha”; 2. Il “di più” bramato da “chi ha” dipende da “chi non ha” (costo del lavoro, capacità e propensione ai consumi, ricorso a welfare, sanità, pensioni, ecc.…). Tutti fattori che rendono lo scontro ancora più duro, dal momento che, se “chi non ha” perde anche quel poco che ha, muore. Viceversa, se “chi ha” non ottiene  ciò che la sua avidità gli impone, si sente morire.

CIECHI E INSAZIABILI

L’avidità rende ciechi (non vediamo quello che abbiamo). E la cecità rende insaziabili. Perennemente affamati e, dunque, perennemente insoddisfatti.

Morale: il pianeta diventa la città di un film western: Sir Filthy Rich si para davanti a Mr. Dirt Poor e lo minaccia: “Questa città non è abbastanza grande per tutti e due!”

Più la forbice tra “chi ha” e “chi non ha” si allarga, più la tensione sociale cresce. E, spesso, esplode. Con le conseguenze che chiunque abbia mai aperto un libro di Storia o anche semplicemente sbirciato un telegiornale, conosce.

POLITICA (MAL)TOLLERATA

È in questa millenaria tensione di forze che si è inserita la politica, la quale, storicamente, ha incarnato il tentativo (qualche volta riuscito, assai più spesso fallito, sempre maltollerato) di contenere e regimentare il potenziale devastante delle tensioni sociali. Tentativo (mal)tollerato da “chi ha”, solo perché sa bene che, se povertà e disordini sociali salissero oltre i livelli di guardia, finirebbero col danneggiare anche lui. Un po’ come un grande fiume che, esondando, sommergere le case dei poveri, ma anche quelle dei ricchi. Ed è evidente che sarebbero questi ultimi a perdere di più dal momento che è chi ha di più, che rischia di più. Per evitare queste “esondazioni”, dunque, “chi ha” è disposto a concedere qualcosa (briciole, per lo più) a “chi non ha”.

La “mediazione” è stata condotta dalla politica: partiti, movimenti, sindacati.

IL ROSSO E IL NERO

Le due forze in campo (“chi ha” e “chi non ha”), si organizzano: scelgono i loro “campioni” e mettono su le loro “squadre”. Da una parte,  la squadra di chi non vuole rinunciare a quello che ha (“conservatori”, appunto); dall’altra, quella di chi chiede ciò che gli manca (opposti ai conservatori e, dunque, “progressisti”). Per convenzione, potremmo dire che chi scende in campo  per rivendicare i diritti di chi non ha, indossa una maglia “rossa” (e occupa – per tradizione più che bicentenaria – la metà sinistra del terreno di gioco), mentre chi scende in campo per tutelare i diritti di chi ha, indossa una maglia “nera” (e occupa la metà destra del terreno di gioco).

GIUSTIZIA E LIBERTÀ

I primi sono quelli che ritengono che lo squilibrio, sempre più forte, tra povertà e ricchezza, rappresenti un’ingiustizia insostenibile e inaccettabile; i secondi, invece, ritengono che l’ingiustizia sia impedire a chi ha di avere ancora di più: un’inaccettabile limitazione delle libertà individuali. Poco importa se, in molti casi, tali libertà si possono attuare solo privando della libertà intere categorie sociali o, addirittura, intere popolazioni.

Ognuno ha una propria idea di concetti quali “diritto” e “giustizia” e cerca di affermarla e farla prevalere. Nessuno, però, si chiede se la propria idea di diritto sia giusta né se i mezzi con i quali intende realizzarla siano legittimi e moralmente accettabili. Per lui, già queste domande, determinano, infatti, ulteriori limitazioni alle libertà individuali. Come nella fisica, anche in politica, ad ogni azione, corrisponde una reazione. A differenza della fisica, però, in politica non sempre la reazione è “uguale e contraria”. Quasi mai anzi. Di solito, infatti, la reazione è molto più forte, dal momento che deve essere “esemplare” per evitare che qualche “testa calda”  si faccia, di nuovo, venire in testa “strane idee”. «Unum castigabis, centum emendabis».

IL DERBY

Riprendendo la metafora calcistica, potremmo dire che lo “stadio” rappresenta la Repubblica, il “terreno di gioco”, il Parlamento, le “squadre” le forze politiche e i “tifosi”, opinione pubblica ed elettorato. Mi auguro che, guardandola così, diventi più evidente una cosa che, nella realtà, ci sfugge: non è la politica (le squadre) che detiene il potere ma è il potere (i proprietari delle squadre) che detiene la politica. Lo ripeto spesso, è vero. Ma è un punto fondamentale alla cui evidenza non vogliamo arrenderci. Forse per non sentirci inutili. Cosa che invece siamo. E diventiamo ogni giorno di più. Nel “campionato” della nostra vita, il bello e il cattivo tempo (più spesso il cattivo, a dire la verità) lo fanno i gruppi di interesse proprietari delle squadre. Le “squadre” (forze politiche) scendono in “campo” (Parlamento) per “giocare” (legiferare) secondo le richieste dei “board” di tali gruppi di interesse. Noi tifosi sulle tribune – che non sappiamo e non vediamo  quello che succede fuori dallo stadio – immaginiamo che chi vincerà la partita, deciderà la politica da fare, e non ci rendiamo conto del fatto che la politica è stata decisa prima del fischio d’inizio. Chi decide, quindi, ha vinto prima ancora che la partita cominci.

Perché si gioca, allora? Per illudere, distrarre, divertire e lasciar sfogare la gente. E per lasciare in piedi una parvenza di democrazia. E un barlume di speranza. Opinione pubblica ed elettorato possono dire la loro (gridare il loro “tifo”), credendo/sperando/illudendosi che sarà la loro voce a determinare il corso delle cose. Il corso delle cose, però, è già stato determinato fuori dallo stadio. E quando la partita comincia, i giochi sono già fatti.

Era così anche in passato? Sì. Altrimenti non avrebbero ammazzato Moro e Pasolini, Ambrosoli e Bachelet, Falcone e Borsellino. Nomi-simbolo di una lista infinita. In passato, però, i margini d’azione erano maggiori. Qualcosa in più si poteva fare, in termini di selezione della classe dirigente, ad esempio, (culturalmente, politicamente e moralmente anni luce superiore a questa); in termini di scelte economiche (la finanza non aveva ancora “asfaltato” l’economia); in termini di politiche sociali (partiti e sindacati avevano maggiore “peso contrattuale” e riuscivano a strappare qualcosa di più).

CLASSI DIRIGENTI IMPOTENTI

Da trent’anni in qua, invece, le classi dirigenti sono inesistenti. E, anche se non lo fossero, sarebbero ugualmente impotenti, dato che le decisioni che contano davvero vengono prese altrove. E non in Europa, come si dice, per togliere di mezzo un “corpo intermedio”, una “camera di compensazione” che, forse, potrebbe ancora attenuare la pressione di “chi ha” su “chi non ha”. Né in Usa o in Cina. Nel mondo  – sovranazionale e ingovernabile – dei moltiplicatori di fortune.

LEADER?

Quelli che crediamo e chiamiamo “leader”, dunque, leader non sono affatto.

Semplicemente perché non conducono nessuno da nessuna parte. Sono condotti, semmai. Condotti per mano a certificare decisioni già prese altrove. A loro è chiesto solo di metterle in “bella copia”, renderle presentabili e digeribili dall’opinione pubblica. Compito nel quale vengono aiutati da media compiacenti, i “conduttori” dei quali – in molti casi – sono spesso “house organ” di “club”. Et voilà, les jeux sont faits!

UNA BELLA SCATOLA VUOTA

Nomi, personaggi, sigle, colori, bandiere, parole d’ordine, proclami, dichiarazioni (imparate a memoria e recitate davanti alle telecamere come le poesie di Natale, in piedi sulla sedia a casa, davanti ai parenti), dibattiti, talk-show, social media, assemblee, convegni, manifestazioni, piazze non sono altro che “colore”: una carta più o meno lucida, un nastro più o meno colorato, un fiocco più o meno rigoglioso che decorano una scatola vuota.

Contrariamente a ciò che crediamo, dunque, la politica non è affatto il livello più alto. Non lo è mai stata. È un livello intermedio. Oggi ancora più basso di quarant’anni fa. Al punto che sono sempre di più quelli che rimpiangono la stagione – certo non illibata – del “CAF”: Craxi, Andreotti, Forlani.

IL BIDELLO CHE FA LE VECI DEL PROF.

Il Potere fa e disfa. La politica deve limitarsi a “mantenere l’ordine in classe”, come un bidello, quando il professore non c’è. Le chiamiamo classi dirigenti, ma la verità è che non dirigono nulla. Semmai sono dirette. Vengono selezionate in base alla loro capacità di interpretare al meglio i “desiderata” dei gruppi di interesse. Lavorano per loro, dunque. Non per noi, come – malgrado mille evidenze – ci ostiniamo a credere. Lo dimostra il fatto che li votiamo e, soprattutto, che ci insultiamo, quotidianamente, come fanno, appunto, le tifoserie da stadio, per determinare chi – tra Tizio, Caio e Sempronio – sia più forte, più furbo, più fico, meno corrotto, meno bugiardo o meno coglione e, soprattutto, più maschio, più macho, più cazzuto. Quello che, finalmente, metterà le cose a posto! Quello che “ve la farà vedere lui!”

Ed è questa la fake news più grande di tutte, dato che il nostro destino si decide fuori, non dentro allo stadio. Ed è già deciso prima ancora che la partita cominci. Eppure, noi che sappiamo come gira il mondo, noi che “Ccà nisciuno è fesso”, noi che non siamo mica nati ieri, noi che non abbiamo né l’anello a naso né la sveglia al collo, noi che non scendiamo certo dalla montagna del sapone, noi che “te lo dico io come stanno le cose”, noi che siamo sempre i più furbi di tutti, noi astuti dietrologi e illuminati complottisti, ce la beviamo alla grande.

PISTONE, OLIO, CILINDRO

La politica non è altro che lubrificante. L’olio che serve a lubrificare il cilindro (società) per evitare che la forza del pistone (il potere dei gruppi di interesse) lo surriscaldi e lo fonda. Se l’olio è di buona qualità (e, da decenni, non è il nostro caso) il pistone scivola, l’attrito (tensione sociale) tra lui e il cilindro si riduce e la temperatura rimane sopportabile. Se l’olio, invece, è scadente, l’attrito finisce col surriscaldare il cilindro e, presto o tardi, lo brucia. Il problema è che l’olio di buona qualità costa. E i gruppi di interesse non ci pensano proprio a pagare. Primo, perché – morta l’economia –  la politica è diventata inutile. Chi è disposto a pagare una cosa inutile? Secondo, perché se ne fregano se il cilindro si brucia: un altro cilindro è pronto a prendere il suo posto. Morale: scelgono un olio sempre più scadente. E si vede. Tutto questo, fino a quando (presto temo) non decideranno che si può anche fare a meno anche dell’olio scadente. E allora, per il cilindro, saranno “dolori”. Chiara la metafora?

STAY-ABOVE

Interessi-politica-società: è questa la “catena di comando”. Gli interessi (“chi ha”) determinano la politica e la politica “governa” (nel senso “tiene a bada”) la società (“chi non ha”). Il potere, dunque, non è qualcosa che – come si dice spesso – sta “dietro” alla politica. Non è uno “stay-behind”. È molto di più. Sta “sopra” alla politica. Uno “stay-above”. Non dovremmo, dunque,  parlare di “dietrologia” ma di “sopralogia”. “Chi ha” controlla che la “classe dirigente” tenga a bada “chi non ha” e non “disturbi il conducente”. “Ché il nostro piangere fa male al re”, come cantava Jannacci. Per questo la “governabilità” – vale a dire la docilità dei governati (governabilità è parola che esprime “passività”) – è diventata così importante e tutte le “classi dirigenti” la invocano come la soluzione a tutti i problemi. I loro problemi. Visto che dei nostri se ne fregano alla grande.

COMITATI D’AFFARI

Continuiamo a chiamarle “classi dirigenti” ma sarebbe molto più corretto e aderente alla realtà chiamarli “comitati d’affari”. Se – a causa della morte dell’economia – la politica (nel senso vero e alto) è morta, le classi dirigenti non hanno più ragione di esistere. Esistono, invece, le “classi digerenti”: dei “comitati d’affari” che si organizzano (non certo su basi ideologiche, ideali o valoriali) per spartirsi tutto ciò che c’è da spartire (poltrone, nomine, norme, appalti, contratti, ecc.) in modo da gestire al meglio qualsiasi cosa produca o possa produrre rendite, privilegi, vantaggi, prebende.

PAROLA D’ORDINE: SDEMOCRATIZZARE

Ma se la politica non serve, è evidente che non serve nemmeno la democrazia. E, infatti, dall’inizio degli anni Novanta a oggi, il tasso di democraticità della nostra democrazia è crollato verticalmente. Maggioritario, bipolarismo, fine del finanziamento pubblico dei partiti, monocameralismo, riduzione del numero dei parlamentari, ecc. sono tutti passi sulla via della sdemocratizzazione della nostra democrazia, il cui “tasso di democraticità” non è mai stato così basso.

PROCONSOLI E TAXI

Lo “stay-above”, dunque, incombe su tutti noi, pronto a intervenire ogni volta che, su certe scrivanie, si accende quello che potremmo definire “l’allarme rosso”. Ogni volta, cioè, che “chi non ha” prova ad alzare la testa e a chiedere quello che gli manca. In America elimina i Kennedy, in Cile gli Allende, in Italia i Moro. Mette i Pinochet in Cile, i Colonnelli in Grecia, i Gheddafi in Libia. Solo per fare qualche esempio ma, ancora una volta, la lista, ovviamente, è infinitamente più lunga di così. Si sceglie il “proconsole” che serve, e lo si mette dove serve. E quando non serve più? Nessun problema: lo si cambia. Con le buone o con le cattive. Più spesso, con le cattive. Poi? Si ferma un altro “taxi”, si sale, si dice al conducente dove si vuole andare e ci si fa portare a destinazione. Una volta arrivati, si paga, si scende, si fa quello che si deve fare, e si chiama un altro taxi. E via così.

Ciò che chiamiamo “governo”, dunque, non governa assolutamente niente.

Non solo da noi, ovviamente. In tutto l’Occidente, l’area a noi culturalmente, economicamente e socialmente più affine. Non governa perché non può. Anzi: non deve. In cambio di questa rinuncia alla “sovranità”, alla “classe digerente” è concesso di spartirsi la succulenta torta della gestione e della corruzione, attraverso i “comitati d’affari” di cui sopra. C’è una torta per ogni ambito di intervento e per ogni livello decisionale, naturalmente: nazionale, regionale, provinciale, comunale, circoscrizionale, condominiale…

Questo, ovviamente, a due condizioni: che gli “invitati” rimangano al proprio posto (il livello intermedio tra “pistone” e “cilindro”) e non ostacolino, in alcun modo, lo stay-above. Del quale, naturalmente, devono negare, sempre e comunque, l’esistenza. Questo è.

POTENTI E IMPOTENTI

La vera “grande frattura”, dunque, non è quella tra super-ricchi e super-poveri ma quella tra “sempre più potenti” e “sempre più impotenti”. Chi conta sempre di più e chi conta sempre di meno. Una frattura che, negli ultimi decenni, si è allargata così tanto che, ormai, non è più possibile sanarla. E che, ovviamente, determina la frattura, anch’essa insanabile, tra super-ricchi (sempre meno, con patrimoni ormai stellari) e super-poveri  (sempre di più, con livelli di povertà dai quali non è più possibile uscire). Povertà nella quale, di anno in anno, precipitano anche le classi sociali medio-basse e medie, dal momento che la voracità dei “super-ricchi-sempre-più-potenti” è tale che non risparmia più nemmeno quelle fette di società che, fino a pochi anni fa, si consideravano al sicuro: il cosiddetto “ceto-medio”.

LO SPETTRO DELLA POVERTÀ

Uno spettro si aggira per l’Occidente e, dunque, anche per l’Europa: lo spettro della povertà. Si diffonde a una rapidità che fa impallidire il Covid-19. Ed è infinitamente più letale: dal momento che le sue vittime sono ormai miliardi in tutto il mondo. Pensiamo davvero che, in questo scenario – oggettivamente – apocalittico, nel quale i “Diavoli” (per prendere in prestito il titolo di una recente serie tv di successo) spingono, ogni giorno, nel baratro milioni di “poveri diavoli”, parole come “destra” e “sinistra” abbiano perso significato? Non dovremmo, invece, renderci conto del fatto che non hanno mai significato tanto quanto oggi?

La cosa più sconcertante di tutti è che – non solo da noi ma in quasi tutto l’Occidente – gli impotenti sono “cornuti e mazziati”, visto che, come in preda a una “sindrome di Stoccolma” collettiva, si innamorano dei loro carnefici. Ancora una volta (è successo infinite volte nel corso della Storia) i “poveri diavoli” si illudono che i “diavoli” li tireranno fuori dall’inferno. E, ancora una volta, non si rendono conto che i diavoli non possono  (ma, soprattutto, non vogliono) garantire il paradiso a nessuno. Il loro regno è l’inferno e loro vivono del fatto di trascinare all’inferno più anime che possono.

L’ESCA DELLA LIBERTÀ

Nessun regime – di qualsiasi colore e ideologia – ha mai liberato la sua gente. Tutti i regimi della Storia, invece, hanno prodotto solo schiavi, per arricchirsi sulle loro spalle e spolpare fino all’osso i paesi che hanno “governato”. Migliaia e migliaia di anni di Storia non ci hanno insegnato nulla. Tanto che, ogni volta che si profila all’orizzonte un nuovo “Uomo della Provvidenza”, ci lasciamo abbindolare e ci gettiamo, adoranti, ai suoi piedi, dicendo “fa’ di noi quello che vuoi!”. Follia.

Chiunque gridi che ci renderà liberi, mente. Farà esattamente il contrario. L’unica libertà che eserciterà sarà la sua libertà di renderci schiavi. Nessuno ha mai reso né renderà mai libero nessun altro. La parola libertà è un’esca. Chi se ne serve, lo fa per un’unica vera ragione: farci abboccare. Appena abbocchiamo, ci tira fuori dall’acqua, ci cucina e ci mangia.

“LIBERTÀ DA” E “LIBERTÀ DI”

Perché abbocchiamo con tanta facilità? Per due ragioni, soprattutto. Primo, perché libertà è una parola che ci spaventa più ancora di quanto non ci affascini. La invochiamo, ma nello stesso istante nel quale la otteniamo, non vediamo l’ora di rimetterla nelle mani di qualcuno, che si assuma la responsabilità di usarla. Responsabilità che noi siamo disposti a tutto pur di scaricare.

Secondo, perché non ci rendiamo conto del fatto che la libertà è una condizione solo apparentemente universale. Tutti, infatti, possiamo essere “liberi da” (un padrone o un tiranno, ad esempio) non tutti, però, possiamo essere “liberi di” (fare ciò che ci piacerebbe fare o realizzare il nostro progetto di vita). Cosa significa? Che non ci rendiamo conto che la libertà non è affatto uguale per tutti. Anche in una società democratica come la nostra, infatti, nella quale siamo tutti “liberi da”, non tutti siamo “liberi di”. Non tutti, cioè, abbiamo i mezzi (economici, culturali, intellettivi) per godere di quella libertà, così come ne gode chi è dotato di tali mezzi. Chi predica la libertà, invece, conosce molto bene questa differenza ma si guarda bene dall’evidenziarla. Si limita a parlare – genericamente – di libertà, in modo da attirare nella sua trappola anche coloro i quali non godranno mai di alcuna “libertà di”.

MENO TASSE PER TUTTI?

Un esempio? Se io dico “meno tasse per tutti”, sembra che dica una cosa “bella”, una cosa che giova a tutti. In realtà, però, la riduzione delle tasse avvantaggia unicamente le classi più abbienti (chi paga o dovrebbe pagare più tasse), penalizzando, al tempo stesso, tutti gli altri. Perché? Semplice: i “benestanti” pagheranno meno tasse (quei pochi che le pagano, ovviamente), diventando, così, ancora più “benestanti”; i “malestanti”, invece, anche se potranno godere di una riduzione delle tasse, finiranno col pagare quella piccola riduzione attraverso il crescere del costo di quei servizi (trasporti, istruzione, sanità, welfare, pensioni…) che vengono pagati con le tasse di tutti. Il fisco incasserà meno e quei servizi verranno tagliati o il loro prezzo aumenterà. Le classi meno abbienti, dunque, dovrebbero essere contrari a operazioni tipo “flat-tax”, perché favoriscono chi ha di più, penalizzando, ulteriormente, chi ha di meno. Eppure, ogni volta che qualche sedicente politico vuole strappare l’applauso della piazza e raggranellare voti a buon mercato, gli basta gridare “meno tasse per tutti!” e il gioco è fatto. L’amo è stato gettato e, ancora una volta, noi abbiamo abboccato.

DESTRA E SINISTRA PIÙ VIVE CHE MAI

Destra e sinistra – comunque le vogliate chiamare – sono due parole che non sono mai state così vive. La “destra” non è mai stata così forte, da noi e in tutto il mondo; la “sinistra” non è mai stata così necessaria. Perché il nostro pianeta non è mai stato più diviso e più avido di così. E non c’è mai stato un così forte bisogno di giustizia sociale ed equità. Equità – attenzione – non eguaglianza. Qual è la differenza? Che se dessimo le stesse cose a tutti (eguaglianza) le distanze rimarrebbero inalterate: i ricchi rimarrebbero ricchi, e i poveri, poveri. Dovremmo, invece, puntare all’equità, dando di più a chi a meno, per cercare di ridurre le diseguaglianze, mai così grandi, che dividono il pianeta tra un uno per cento di sempre-più-ricchi e un novantanove per cento di sempre-più-poveri. Divisione che mette a rischio la sopravvivenza stessa del pianeta.

O “IO” O “NOI”

Possiamo fare tutti i ragionamenti e i distinguo del mondo e continuare a versare oceani di inchiostro, ma, nella sostanza autentica delle cose, nella loro dimensione “ideale” (vale a dire: le cose come dovrebbero essere e non come sono) la differenza tra destra e sinistra è semplicissima: la destra è “io”, la sinistra “noi”; la destra è “prendere”, la sinistra “dare”; la destra è “chiudere”, la sinistra “aprire”; la destra incarna la natura dell’homo homini lupus; la sinistra incarna la cultura del rispetto dell’altro e della solidarietà; la destra è “egoista”, la sinistra “altruista”; la destra è “libertà letale”, senza limiti né condizioni (“io so’ io e voi nun siete un cazzo”, per dirla con il Marchese del Grillo), la sinistra è “libertà vitale”, che si realizza solo nel rispetto della libertà altrui. Lo ripeto, a scanso di equivoci: parlo di valori “ideali”. Di come, cioè, le cose dovrebbero essere, non di come sono.

Visioni diverse ma legittime? Sì, se praticate nella legalità e nella moralità. Illegittime, invece, in tutti gli altri casi. Vogliamo essere egoisti? Fregarcene degli altri? Fregarli? Togliere catena e museruola al nostro “spirito dionisiaco” e lasciarlo libero di spadroneggiare, dando voce, corpo e azione a tutti i suoi istinti? Nessun problema. Attenzione, però, quando il mostro della nostra avidità avrà divorato tutto quello che c’era da divorare, si rivolterà contro di noi, per divorare l’ultima cosa rimasta: noi stessi, appunto. E l’onda dello tsunami che avremo scatenato, nell’illusione che la nostra riva sarebbe stata per sempre al riparo, ci prenderà alle spalle, e, mentre fisseremo, soddisfatti e beffardi, l’orizzonte, ci travolgerà.