Il territorio secondo il punto di vista dell’abitare

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Se già l’urbanizzazione contemporanea mostrava dei gravi limiti, l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo li ha drammaticamente evidenziati. L’approccio esclusivamente funzionale al territorio, fondato sulla scomposizione per parti e l’azione per settori e funzioni separate, ne ha determinato un sostanziale impoverimento (se non sfruttamento) ai danni di chi lo vive, nel perenne contrasto tra centro e periferie, che si traduce anche in carenza di servizi, sfilacciamento della rete sociale, mancanza di spazi pubblici di aggregazione e di gioco, rarefazione dei luoghi deputati alla dimensione socio-culturale della vita della comunità. Un ripensamento del modo di progettare e pianificare il territorio è sempre più urgente, perché i rilevanti cambiamenti ambientali, sociali ed economici in atto richiedono un diverso approccio, in grado di rinnovare l’intuizione olivettiana della preminenza del «principio territoriale» su quello funzionale, e di trattare i temi dell’identità, del patrimonio e del progetto di territorio come produzione collettiva.
La «scuola territorialista» italiana, fondata da Alberto Magnaghi e confluita nella Società dei Territorialisti/e (SdT), ha sviluppato i passaggi metodologici e operativi di questa visione olistica del territorio per la quale ogni luogo è un ecosistema complesso, frutto di una relazione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente. Un ecosistema complesso al quale occorre guardare assumendo “il punto di vista dell’abitare”. Anche in un’ottica di resilienza.

Urbanistica e pianificazione nella prospettiva territorialista, a cura di Anna Marson, per Quodlibet (2019), affronta il tema della pianificazione territoriale grazie ad una serie di interventi che muovono da una riflessione, sia teorica sia applicata, basata sempre sull’esperienza degli autori. Un’esperienza consolidata sul campo, con esempi al Nord, al Centro e nel Sud Italia.
Per gentile concessione dell’editore, MEMO Grandi Magazzini Culturali pubblica un estratto della postfazione di Alberto Magnaghi.
(Claudia Ceccarelli)

di Alberto Magnaghi

Con il tentativo operato dalla Rete del Nuovo Municipio (arnm) dopo Porto Alegre (2002-2011) di rafforzare i poteri di autogoverno e di pianificazione partecipata dei Comuni attraverso un’alleanza «pattizia» con movimenti e associazioni sul territorio e laboratori universitari di ricerca/azione, abbiamo sperimentato la costruzione di un sistema decisionale in grado di far esprimere gli obbiettivi di pianificazione e governo a partire dagli obiettivi espressi socialmente dagli attori del territorio.

La proposta oltre a trovare attuazione in molte sperimentazioni comunali e subcomunali ha trovato sbocco regionale nella legge Toscana della Partecipazione (l. reg. 69/2007), promossa da arnm e dalla presidenza dalla Regione, con un comitato scientifico che ha attivato un processo partecipativo e un coordinamento interregionale per l’estensione della legge; l’applicazione della legge ha investito molti Comuni con i finanziamenti regionali; in particolare l’applicazione all’elaborazione partecipata di Piani strutturali (Montespertoli, Lastra a Signa, Montecatini), hanno sperimentato cambiamenti sostantivi e procedurali nella elaborazione e nell’attuazione dei Piani. Con la l. reg. 65/2014 queste sperimentazioni sono state generalizzate con l’obbligo di attivare processi partecipativi strutturati nel procedimento di costruzione degli strumenti urbanistici.

Con il Capo ii delle Norme tecniche del Piano Paesaggistico della Puglia «La produzione sociale del paesaggio» si inaugura, per la prima volta in un piano regionale, l’inclusione degli istituti di partecipazione sperimentati nella fase di elaborazione del piano e coinvolti obbligatoriamente nella sua realizzazione: ecomusei, mappe di comunità, progetti sperimentali locali, conferenze d’area, siti web interattivi, premi del paesaggio e così via.

Nel caso della formazione dell’Ecomuseo delle Apuane (Comuni, SdT, Università, associazioni): il progetto della bioregione delle Alpi Apuane (Baroni, Bolognesi 2018) trasforma l’Ecomuseo stesso in uno strumento innovativo e partecipato di pianificazione integrata di area vasta da parte dei Comuni, con l’attivazione di strutture e progetti finanziati su diversi settori di intervento.

Infine, esperienze pattizie come quelle relative al progetto Coltivare con l’Arno descritto nel saggio di Daniela Poli (Poli 2019) o alcune esperienze innovative di Contratti di fiume (Magnaghi 2019) hanno mostrato le possibilità concrete di un progetto di territorio come «pratica sociale».

Questi casi citati vanno nella direzione proposta dalla SdT di sperimentare lo sviluppo di forme di democrazia comunitaria dei luoghi, che richiedono la ricostruzione di autonomie decisionali dei Comuni nell’attivare nuove forme di pianificazione territoriale che riconoscano il ruolo progettuale delle comunità locali nel processo di formazione delle decisioni nel governo del territorio.

Riassumo (alcune) luci e (molte) ombre dei miei/nostri tentativi di trasformazione della forma piano e delle istituzioni locali di governo del territorio, dai comuni alle regioni.

Le ombre:
– fine degli orizzonti federalisti: la travolgente e generale ondata di neocentralismo a livello regionale (con la concentrazione decisionale e la centralizzazione territoriale dei servizi nelle città e nelle aree metropolitane), a livello statuale (con le megaregioni e la ricentralizzazione di molte politiche di spesa pubblica), a livello globale (con le concentrazioni delle megacities e megaregions, fino al progetto della Grande Pechino di 140 milioni di abitanti, presunta capitale del mondo, e la crescita di neo città-stato interconnesse globalmente), ha spazzato via da tempo in Italia, anche da parte della Lega (rimasta da tempo unica «custode» di Carlo Cattaneo), qualunque ipotesi federalista.
Tanto più sono scomparse quelle proposte di federalismo solidale, come le nostre, che riprendevano le ipotesi del «federalismo per partecipare» (Silvio Trentin) da parte della Rete del Nuovo Municipio di un federalismo municipale partecipativo e solidale per una «globalizzazione dal basso». Attualmente tutte le opposizioni «di sinistra» alle «autonomie regionali differenziate» della Lega non fanno alcun cenno ad alternative federaliste, ma inneggiano all’unità del paese garantita solo dallo Stato centrale;
– scarsi cambiamenti nella struttura e funzioni delle amministrazioni locali, se non formali, nella gestione dei progetti partecipati e pattizi, nell’ascolto della cittadinanza attiva, nella attivazione di politiche integrate; salvo alcuni casi, è ancora dominante la settorialità dell’organizzazione amministrativa: ogni settore (ambiente, urbanistica, turismo, commercio, infrastrutture, difesa del suolo ecc.) mantiene il suo territorio, i suoi soggetti di riferimento, i suoi poteri verticali, che rendono estremamente arduo praticare politiche e progetti integrati di territorio;
– a livello regionale, l’art. 145 del Codice dei beni culturali e paesaggistici, che attribuisce al pp (piano paesaggistico) un ruolo cogente rispetto agli altri piani e programmi regionali, è largamente disatteso;
– si verifica una privatizzazione crescente del sistema di decisioni sulla pianificazione (si veda ad esempio la legge regionale dell’Emilia-Romagna, Agostini 2017);
– persiste il dominio dei partiti centrali sulle amministrazioni comunali, con una centralizzazione crescente delle politiche (si vedano le analisi critiche degli altri contributi).

Le luci:
– relativa diffusione nelle elaborazioni dei piani di quadri conoscitivi fondati sulla patrimonializzazione del territorio, che rendono in generale più problematica la distruzione del valore di esistenza del patrimonio stesso e che, in alcuni casi, condizionano la formazione di progetti di territorio;
– moltiplicazione di sperimentazioni di progetti pattizi e comunitari fra molti attori con il coinvolgimento delle istituzioni locali, vincolate in qualche misura a tenerne conto nella formazione e attuazione dei piani; con più presenze istituzionali nella fase di progettazione che non nelle realizzazioni;
– crescita di esperienze di autorganizzazione socioterritoriale, nei quartieri periferici, nelle campagne periurbane, nei percorsi di controesodo e relativi cambiamenti di stili di vita e produzione; esperienze di commoning che evidenziano nei confronti delle istituzioni una serie di pesanti contraddizioni nella formazione e gestione dei piani e dei loro obiettivi a fronte della crisi dei modelli di sviluppo dati e nella necessità di una riformulazione degli istituti della mediazione sociale.

In generale si può rilevare in questa fase storica una forte asimmetria, culturale e politica, fra crescita (diffusa) delle proposte di innovazine emergenti dalle esperienze della cittadinanza attiva nel territorio e cambiamenti (modesti) nelle forme della pianificazione e degli istituti di governo del territorio; tuttavia la pars construens contenuta nei saggi di questo libro (oltre ai casi che ho descritto) dimostra che il contributo territorialista a nuove frontiere e campi della pianificazione, che procedono dal riconoscimento del protagonismo degli attori socioterritoriali, sta incidendo su situazioni non solo di nicchia, ma aperte alla loro diffusione.

 

territorioUrbanistica e pianificazione nella prospettiva territorialista, a cura di Anna Marson, Quodlibet (2019), raccoglie gli interventi di Angela Barbanente, Carlo Cellamare, Claudio Saragosa, Luciano De Bonis, Marco Prusicki, Alberto Budoni, Daniela Poli, Alberto Ziparo, Ilaria Agostini, Maddalena Rossi, Carla Tedesco. Postfazione di Alberto Magnaghi.