L’ITALIA È UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA (AF)FONDATA SUL LAVORO.

lavoro

Questa pandemia è, oggettivamente, una catastrofe.
Mondiale.
Non propriamente una guerra, è vero.
Della guerra, però, ha alcuni, drammatici, effetti.

A Milano, in due mesi,
sono morte quasi 12mila persone:
5 volte di più dei civili morti (2mila)
sotto i bombardamenti
nei cinque anni della Seconda Guerra Mondiale.

Negli Stati Uniti, in tre mesi,
hanno perso la vita 60mila persone:
più dei soldati caduti
in vent’anni di guerra del Vietnam: 58mila.

Senza contare che, in sole sei settimane,
sono rimasti senza lavoro ben 30 milioni (!) di persone.

Continuo a chiedermi che razza di posti di lavoro fossero,
per bruciarsi così in fretta.
E se sia possibile considerare
prima economia del pianeta
un’economia nella quale
in poco più di quaranta giorni
vanno in fumo 30 milioni di posti di lavoro.
Vale a dire:
più di 700mila al giorno,
quasi 30mila l’ora:
poco meno di 500 al minuto.
Nel tempo che ci vuole per leggere questo post,
tra le 1.500 e le 2.000 famiglie americane resteranno senza lavoro.

Ci interessa?
No?
Beh: dovrebbe.
Se non altro, per tre cose:
1. la globalizzazione è un sistema di vasi comunicanti:
le crisi – come questo virus – finiscono con l’infettare tutti
(ricordate i “subprime” 2008?);
2. generalmente, quello che succede oltreoceano,
pochi mesi dopo succede anche qui;
3. la nostra economia non è forte come quella USA.

Evidentemente, però, sono l’unico
a farsi certe domande.
Tant’è.

La crisi economica, però, è reale.
Durissima.
E davanti agli occhi di tutti.
Non si discute.
Non dimentichiamo, però, che
ogni crisi (come ogni guerra),
per molti è un affare.
Un grandissimo affare, anzi.
E non solo per i venditori di mascherine o disinfettanti.

Alla fine di ogni crisi, di solito,
come alla fine di ogni guerra,
chi “stava bene”, sta meglio.
A volte molto meglio.
Chi “stava male”, sta peggio.
A volte molto peggio.

Perché?
Perché, di solito, chi “sta bene” è molto ben rappresentato e difeso,
mentre chi “sta male” viene abbandonato a sé stesso.

Sapete qual è, da sempre,
il partito che prende più voti nel nostro Paese?
Il partito meglio “rappresentato” e più “tutelato”?
Quello degli evasori.
11 milioni di “voti”, su un “corpo elettorale” (contribuenti) di 44 milioni.
Vale a dire 1 su 4: il 25 per cento.

Cosa significa?
Che, quando camminiamo per strada,
una delle tre persone che incontriamo,
vive sulle nostre spalle,
grazie ai nostri soldi.
Ricordiamocelo.

Stando ai numeri forniti dal Mef, nel 2018
artigiani, commercianti e liberi professionisti
hanno dichiarato, in media, un reddito pari a 25.290 euro:
vale a dire 2.107 euro al mese.

Curioso, se si pensa che la retribuzione lorda pro-capite
di un dipendente della Pubblica Amministrazione è 36.324 euro:
3.027 euro, in media, al mese.
Il che significa che artigiani, commercianti e liberi professionisti,
in media, guadagnano 11mila euro in meno di un dipendente pubblico.
La domanda è: e chi diavolo glielo fa fare?
Con tutto il “rischio d’impresa”, i costi, il personale, la burocrazia…
Non gli converrebbe fare un concorsino
e trovarsi un posticino nella PA,
dove si rischia infinitamente meno ed, evidentemente,
si guadagna persino di più?

Giulio Andreotti – che di male se ne intendeva –
Diceva che “a pensare male degli altri si fa peccato
ma, di solito, ci si indovina”.
(In realtà, pare che Andreotti avesse sentito quella frase nel 1939
dal cardinale Francesco Marchetti Selvaggiani, Vicario di Roma: tant’è)

Data l’oscena situazione dell’evasione fiscale
nella quale, da sempre, vive il nostro Paese…

(consiglio a questo proposito,
una lettura particolarmente edificante:
“Ladri. Gli evasori e i politici che li proteggono”,
Stefano Livadotti, Bompiani, 2014)

la domanda è:
tutta questa gente, rischia davvero di chiudere
o cerca di “raschiare” il “barile” pubblico?

Se quanto dichiarano al Fisco è vero, infatti,
in questi due mesi di lockdown hanno perso, in media, 4.214 euro ciascuno.
Non una cifra così “folle”, non vi pare?
In sei mesi, ne perderebbero 12.645,
in un anno, appunto, poco più di 25mila.

Medie aritmetiche, certo.
E, come tali, menzognere,
come lo è la celebre statistica del “mezzo pollo a testa”.

Significative o meno (dipende dai casi),
si tratta di cifre che – in molti casi – dovrebbe essere possibile tamponare,
ricorrendo ai guadagni degli anni precedenti,
per recuperare, poi, adeguatamente una volta superato il lockdown.

A meno che qualcuno non creda che
artigiani, commercianti e liberi professionisti italiani lavorino gratis.
Ipotesi, per altro, smentita dalla logica.
Se il guadagno fosse davvero pari a zero, infatti,
questi signori non perderebbero certo l’occasione
di non dichiarare nemmeno quel poco che dichiarano,
non vi pare?

Delle due l’una, dunque:
o tutta questa gente guadagna molto di più di quanto dichiara,
e, quindi, evade…

– e, allora, non solo non dovrebbe necessitare-di
ma, soprattutto, non dovrebbe aver diritto-ad
alcun finanziamento (tanto meno a fondo perduto)
da parte dello Stato
(ossia da parte di quella sparuta minoranza
di contribuenti onesti che pagano le tasse) –

… oppure guadagna davvero quel poco che dichiara,
e allora non si capisce perché chieda
sussidi per migliaia e migliaia di euro,
dal momento che le perdite sono, tutto sommato, contenute.

Qualcosa non quadra.
Troppe cose, in realtà.

“Chi nu cianze nu tetta”,
si dice nella mia lingua madre,
il dialetto genovese.
“Il bambino che non piange – cioè –
non succhia il latte dal seno della mamma”.
Morale: chi vuole “succhiare” deve piangere.
Parole alle quali fa eco,
pochi chilometri più a sud,
un modo di dire di un’altra grande capitale di mare,
la cui saggezza popolare recita “Chiagni e fotti”.

Dal combinato disposto di questa
duplice saggezza marinara
deriva che, chi piange, succhia il latte e fotte.
Pratica nella quale noi italiani siamo maestri.
Piangiamo (miseria),
succhiamo (le casse dello Stato:
vale a dire prosciughiamo i nostri risparmi e aumentiamo i nostri debiti)
e fottiamo (gli altri).

Gran bella gente, non c’è che dire.

E, dato che chi dovrebbe intervenire non lo fa,
(come dimostrano le centinaia e centinaia di miliardi
che ogni anno vengono sottratti allo Stato [cioè a tutti noi] da evasori, elusori, corrotti e corruttori)
significa che chi piange, succhia e fotte
lo fa con la “benedizione” di chi dovrebbe controllare e punire.

La “classe dirigente”, cioè,
per intendere tutti coloro i quali – a ogni livello –
hanno responsabilità di governo della “cosa pubblica”.
“Cosa” che è sempre meno “pubblica”
e sempre più “privata”.
La parola “democrazia” dovrebbe indicare il governo dei più.
“Più” in senso numerico, però.
La cosiddetta “maggioranza”.
Il senso, però, è stato stravolto.
Da diversi decenni a questa parte, infatti,
la democrazia non difende più quei “più”
ma difende i più ricchi e i più potenti.
Non più la maggioranza di chi sta peggio, dunque,
(il popolo: “demos”)
ma la minoranza di chi sta meglio.
I pochissimi, cioè, che hanno sempre di più.
Abbandonando al proprio destino i tantissimi
che hanno sempre meno.

Tutta gente che non chiede soldi per sé stessa:
per carità!
La chiede per poter continuare a pagare lo stipendio
ai propri dipendenti.
Viviamo in un Paese dove gli Adriano Olivetti
crescono come funghi
e non ce ne eravamo accorti.
Ingrati che non siamo altro!

Salvare l’impresa è doveroso.
Ci mancherebbe altro.
Impossibile sopravvivere senza.

Ma sacrosanto è anche salvare l’occupazione.
Mica per le famiglie degli occupati, no.
Non bestemmiamo.
Per non deprimere i consumi, è ovvio.
Anzi: per rilanciarli.
E, dunque, ancora una volta,
sostenere l’impresa.

Tutto giusto.
Anche se puzza più della storiella dell’uovo e della gallina.
Qualche domanda.

È giusto aiutare a fondo perduto un esercito di evasori?
E davvero utile?
E a chi?
A loro o all’economia del Paese?

Se gli aiuti economici
servono davvero
– come si continua a ripetere (mentendo) –
a salvare l’occupazione,
non sarebbe meglio che i soldi
(dei [pochi] contribuenti)
venissero utilizzati per pagare, direttamente,
stipendi e salari ai lavoratori,
piuttosto che dargli a chi evade
o elude
(spostando la sede legale in paesi che sono, di fatto, dei paradisi fiscali)
sperando che ne redistribuisca almeno una piccola parte
a chi lavora?
Piccola parte che, in gran parte,
chi lavora restituirà, poi, all’impresa
sotto forma di acquisto di beni di consumo…
Il “padrone della miniera”
possiede ancora le case dei “minatori”
e l’“emporio” della città…

Nihil sub sole novi…

E mi raccomando:
nessuno parli di “patrimoniale”!
Apriti cielo!
Altrimenti i capitali volano all’estero!
Capitali?
Quali capitali?
Sono decenni, ormai, che quei capitali hanno preso il volo.
È come la storia dell’uomo nero…

Provocazioni, certo.
Fantasie da Primo Maggio.
Presto la pandemia passerà.
E tutto tornerà come prima.

Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto;
chi ha dato, ha dato, ha dato.
Scurdammoce ‘o passato…

Tranquilli: ci penserà il futuro a rinfrescarci la memoria.

Buon Primo Maggio.