A cosa serve la Cultura? “Posso respirare! Perché la cultura è vita”.

A cosa serve la cultura?
A cosa serve la cultura? Siamo sicuri di saper dare una risposta vera e di senso compiuto a questa domanda? Conosciamo il suo valore tangibile e intangibile, sappiamo definire il suo mercato e la sua catena del valore tra identità, coesione, benessere e intrattenimento? E poi di quale “cultura” parliamo? Musei, libri, scuola, film, mostre, fumetti, opera, paesaggio, memoria, architettura, formazione, festival, design, prodotti tipici, tradizioni, videogiochi, radio, arte, narrazioni, musica, concerti, teatro, nuovi linguaggi, sperimentazioni, contaminazioni, ricette? Sto passando una vita a cercare di raccontare il valore di un investimento pubblico e privato in cultura e creatività, a definirne l’importanza per il Pil del nostro paese e di ogni singolo territorio, la funzione di coesione per le nostre comunità, l’occasione di generare ricchezza e buona occupazione, a distinguere tra patrimonio e intrattenimento, a esprimere il suo essere fattore competitivo per altri mercati a partire da quello del turismo, ad essere fonte di welfare, benessere, uguaglianza. Una volta mi è capitato di scrivere, Io sono cultura altrimenti non so chi sono. Ieri come oggi mi sembra un buon punto di partenza per spiegare a cosa serve la cultura.
(Paolo Marcesini)
Giuseppe Cesaro, giornalista e scrittore, ha deciso di rispondere alla domanda di Paolo Marcesini.
“I CAN BREATHE!”
di Giuseppe Cesaro

“I can breathe!”. Hai letto bene, caro Paolo: “can”, non “can’t”. “Posso respirare!”: questo è la cultura. E, dato che chi non respira muore, la cultura è vita. Senza di lei, siamo morti. Morti che camminano, forse. Ma, comunque, morti. Potrei fermarmi qui. “E ho detto tutto!”, avrebbe detto Totò. Approfitto, però, degli spunti offerti dalla tua riflessione, per provare a suggerire qualche spunto anch’io.

“I can breathe!” è un urlo. L’urlo dell’umanità che riesce a tirare la testa fuori dall’acqua e tornare a respirare. O cominciare a farlo. “Che ci vuole!”, si potrebbe obiettare. “L’acqua riporta a galla”, ce l’ha spiegato Archimede duemila e duecento anni fa. Vero. In “condizioni normali”, però. Il problema è queste “condizioni normali” esistono solo nella fisica. La società le ignora. Deliberatamente.

Non c’è mai stato nulla di “normale” in nessuna delle società costruite dall’uomo. Per una ragione molto semplice: non c’è nulla di “normale” nell’uomo. Non ci credete? Chiedete a Machiavelli.

L’acqua riporta a galla, è vero. Fuori dall’acqua, però, c’è una mano che ci tiene la testa sotto e continua a spingerla giù, per farci annegare. È la mano di chi pretende l’aria tutta per sé. E non ne vuole sapere di dividerne con noi nemmeno una boccata. È sempre stato così. E così sarà sempre. In qualunque stagione della Storia a qualunque latitudine. Inutile fare esempi. Ce ne sono migliaia. Milioni, anzi. Non si tratta di istinto, però. Si tratta di volontà. La volontà di negare l’altro. Annegare l’altro, potrei dire, se mi passate il gioco di parole. Niente di naturale. Né di colposo. La volontà di negare l’altro è sempre dolosa. Premeditata, anzi. Il fatto è che siamo incapaci di accettare l’altro. Il radar della nostra coscienza ce lo segnala come un fastidio, un peso, un ingombro, un ostacolo, un nemico. “Non la pensi come me? Fuori dalle palle!”. Nessuno di noi, però, si limita a questo: vogliamo l’altro fuori dalle palle anche se la pensa come noi. Dopotutto, che diavolo ce ne facciamo di un altro noi? Ci siamo già noi! “Questo maledettobastardofigliodiputtana si prende il mio lavoro o ne ha uno migliore o ha avuto la promozione che spettava a me e guadagna di più! Ha una donna più bella, una casa più bella, un’auto più bella! Veste firmato dalla testa ai piedi, ha uno smartphone più fico, una tv da cento pollici e fa vacanze più lunghe e più belle delle mie, cazzo! Basta! Non ne posso più! Me lo devo levare dai coglioni! La sua faccia mi perseguita, mi opprime, sporca la visuale, mi toglie l’aria, non mi fa respirare! Crepa, maledettobastardofigliodiputtana!” Bang!

Lo sguardo allucinato e il volto deformato dall’odio di Derek Chauvin, mentre schiaccia il collo di George Floyd fino a farlo soffocare, è solo la più recente incarnazione della nostra volontà di negare l’altro. La più recente ma certo non l’ultima. Purtroppo. Occhi come quelli ci perseguiteranno fino alla fine dei tempi. E, fino alla fine dei tempi, qualcuno cercherà di spingerci la testa sotto l’acqua fino a farci affogare.

Il fatto è che amare è contro natura. L’odio è naturale, l’amore no. È “culturale”. Un prodotto della cultura, cioè. In che senso? Nel senso che, prima di tutto, dobbiamo capire cosa significa davvero amare; quindi dobbiamo imparare a farlo e, infine, dobbiamo decidere di farlo. Non un processo così semplice, dunque. Né semplice né veloce. E tutt’altro che naturale. Odiare, invece, ci viene naturale. E, quindi, ci appare giusto. Al contrario di amare che, proprio perché contro natura, ci appare sbagliato.

Se non fosse così  non ci sarebbe stato bisogno di un comandamento che dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Qualcuno ha mai sentito un comandamento che dice “Non mangerai la cacca del tuo cane”? No. Perché nessuno si sognerebbe di farlo. E nessuno si sogna nemmeno di amare davvero. Accoppiarsi è naturale. Istinto di sopravvivenza. Possedere è naturale: “Sei mia! E, se non puoi essere mia, non sarai di nessun altro!”. Amare no. “Mors tua, vita mea”: questo ci suggeriscono Natura ed esperienza. E, dunque, dato che io voglio vivere, ti devo eliminare. Game over.

Ed è qui che entra in gioco la cultura. Sempre che decidiamo di lasciarla entrare, ovviamente. E, quindi, di andar contro natura. È la cultura che ci dà la spinta necessaria a mettere in atto e, addirittura, superare il principio di Archimede. Grazie a lei, infatti, la spinta dal basso verso l’alto – la nostra testa che vuole uscire dall’acqua – riesce a eguagliare e, addirittura, a superare la spinta dall’alto verso il basso, della mano che cerca di tenerci sott’acqua per farci affogare. In questo senso la cultura è aria. E, dunque, vita.

Ogni volta che ci chiediamo “cos’è la cultura?”, facciamoci questa domanda: “vogliamo respirare o annegare?”.

Se la risposta è “respirare”, sappiamo cosa dobbiamo fare.