Che stai leggendo?

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“Che stai leggendo?” era la domanda che Emanuele Pirella ti rivolgeva quando, esaurito il tema della conversazione, in genere incentrato su questioni di lavoro, voleva intrattenersi ancora un po’. Scambiarsi titoli di libri e parlare del loro contenuto è il modo migliore di diffondere l’importanza di quel testo in particolare, di quell’autore in generale. Se non ne hai mai sentito parlare, ti vien voglia di conoscerlo. Se lo conosci, ti conferma nei tuoi giudizi o ti propone un’inaspettata visione delle cose.

È così, d’altronde, che funziona la pubblicità, quella buona, quella arguta, che dovrebbe stimolare un tam-tam spontaneo. Non è facile, e a giudicare da una diffusa sciatteria di cui ci fa dono al giorno d’oggi la comunicazione commerciale, la stimolazione del passaparola non è nemmeno lontanamente perseguita: vince la grancassa, la caciara, la ripetizione ossessiva e cacofonica.

Che, tra l’altro, è tutto il contrario del tempo della lettura, che è invece silenzioso, concentrato, avulso dal contesto frenetico della vita consumata dal consumismo. Ho sentito dire da una soubrette protagonista di un reality che era vietato portarsi i libri sull’isola, perché i libri non permettono di socializzare. Non so se mi spiego.

Una volta, quando era più piccola, la più piccola delle mie figlie mi chiese il perché avrebbe dovuto dedicarsi alla lettura di un libricino che le avevo appena regalato. Le risposi: “Leggere serve solo a pensare, parlare e scrivere; per il resto si potrebbe anche farne a meno”. Attualmente, sembra descrivere l’attitudine di molti, in un paese in cui pare ci siano pochi lettori.  A ripensarci, tuttavia, non è proprio così, perché tutti leggono quello che di scritto passa loro davanti agli occhi. Se è vero che il nostro cervello, il grande magazzino delle nostre esperienze, funziona attraverso impulsi elettrici, leggere una parola, una frase, un post, un articolo di giornale o un libro è come attaccare il filo dei nostri pensieri a una presa elettrica, che accende nuove idee.

Nell’introduzione al suo monumentale, quanto avvincente “La cultura degli europei”, Donald Sassoon racconta che una mattina di un giorno del 2000 nella metropolitana di Londra ha osservato come i passeggeri trascorressero il tempo, forse neppure consapevolmente a sbirciare chi un giornale free press, chi gli annunci pubblicitari affissi nelle stazioni che via via il treno attraversava. In buona sostanza, Sassoon dice che viviamo in un’epoca in cui tutti sono in grado di leggere. Non era così fino almeno a una buona metà del XX secolo. Insomma, leggere è il primo approdo alla cultura.

Più recentemente, partecipando a un festival letterario in Italia, alla domanda di un cronista se le cose fossero ancora così nonostante l’avvento del digitale, Sassoon ha risposto, in un buon italiano, che ai nostri giorni le persone leggono molto più di prima. Magari attraverso gli smartphone, persone di tutte le età leggono e scrivono molto più di prima. I social, le chat sono utilizzabili solo sapendo leggere e scrivere. Per Sassoon le vie della cultura – come quelle del Signore – sono infinite.

D’altronde, se ci pensate bene, se le persone non leggessero, le fake news non circolerebbero con la velocità stratosferica con cui attraversano il web per deflagrare poi nel mondo reale.

Una volta Pier Paolo Pasolini disse che se ti dedichi con cura alla lettura, a un certo punto ti rendi conto che vengono in mente più facilmente sostantivi, aggettivi, verbi e avverbi coi quali, come per magia, scopri, ascoltandoti o rileggendo quello che stai scrivendo, di saper dire con chiarezza cose che nella tua mente sembravano fino a quel momento ancora confuse.

In effetti, si sente dire che aprire un libro è aprire la mente, che leggere è leggersi. Ovviamente, dipende da che autore, da che libro, da quale formazione culturale si proviene. Tuttavia, non c’è dubbio che noi apprendiamo attraverso la parola scritta. Dunque, la formazione culturale di ciascuno è direttamente proporzionale alla lettura.

Se, dunque, grazie al diritto all’istruzione cui tutti possono accedere, leggere è come fosse un atto involontario, come il battito del cuore, o le sensazioni che ci restituiscono i cinque sensi e se, addirittura, come sostiene Oliver Sacks noi pensiamo parole e con loro parliamo e ascoltiamo il nostro inconscio, perché si sostiene che oggi la “gente non legge”?

Se “leggiamo” i fatti, scopriamo che in Italia ci sono molte più biblioteche che librerie. In Italia ci sono poco più di 3.670 librerie (fonte: libraitaliani.it). La città che ne conta di più è Roma, con 476 negozi. Se teniamo conto che molti di questi sono “cartolibrerie”, il rapporto tra abitanti e accesso all’acquisto dei libri è ridicolo. Il numero delle biblioteche è di oltre 18 mila sul territorio italiano. La più grande è a Firenze: la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze conta 8.784.500 volumi. Quella di Roma, 4.712.250 volumi; quella di Napoli 2.002.200; quella di Milano 1.500.000 volumi. (Fonte: anagrafe.iccu.sbn.it).  Dunque, non è vero che “la gente non legge”.

Per esempio, il circuito delle Biblioteche comunali di Roma, sistema che fu fondato da Renato Nicolini nella seconda metà degli anni Settanta, ha la peculiarità di ramificarsi nelle periferie.  Queste biblioteche di quartiere sono molto frequentate, sono una presenza capillare nella città più grande d’Italia, nelle quali si possono incontrare studenti che preparano gli esami, ma anche genitori che accompagnano figli piccoli a ritirare libri per ragazzi, anziani che leggono giornali e riviste, o giovani coppie che prendono in prestito un film per la sera. La cosa notevole è il sistema di distribuzione: si può scegliere un volume dal catalogo e chiedere di farlo recapitare nella biblioteca più vicina.

Secondo Tullio De Mauro la capillare presenza di luoghi di lettura è essenziale alla vita sociale, civile e democratica di un paese. Più biblioteche, più librerie, più salubre convivenza. In uno dei suoi libri, De Mauro cita l’episodio di un suo collega inglese che venne in visita a casa sua, a Roma. Egli rimase molto colpito dalla biblioteca personale di De Mauro, e gliene chiese ragione, dicendo che lui utilizzava abitualmente la biblioteca della sua università e quindi non sentiva la necessità di riempire casa di volumi.

De Mauro ha scritto anche che l’aumento delle biblioteche favorisce la lettura e quindi stimola l’acquisto. E che gli edifici scolastici dovrebbero rimanere aperti sia nel pomeriggio che la sera, per ospitare corsi di apprendimento, letture collettive, formazione culturale anche per gli adulti. Non credo ci sia altro modo per contrastare il cosiddetto analfabetismo di ritorno.

C’è chi ha una certa repulsa verso gli e-book. Si sente dire dell’odore della carta, del frusciare delle pagine. In realtà, non si legge un libro come oggetto, ma un autore, una storia, un ragionamento, una teoria. Perdiamo la percezione dell’oggetto che abbiamo tra le mani, sia un volume o lettore digitale, quando siamo coinvolti in un romanzo o in un saggio. Al netto delle abitudini personali, il contenuto è sempre più decisivo del contenitore. D’altronde, si è cominciato a leggere sulla roccia, poi sulla cera, sul papiro, sulla carta fatta dagli stracci, e poi dalla cellulosa del legno, poi dal riciclo della carta e infine in digitale.  Con un poco di allenamento, ci si abitua a passare dalla carta a un e-book e viceversa, senza disagi.

A proposito di abitudini. Preferisco leggere seduto al tavolo, così posso prendere appunti, a matita, su un quaderno. È come sentirsi sempre in autoformazione. Ma leggo anche sdraiato, a letto o sul divano. A volte leggo camminando, per sgranchire le gambe. Cambiare luoghi mi aiuta a superare l’affievolimento dell’attenzione, ecco perché mi piace leggere al bar, davanti a un calice di vino, in mezzo al trambusto, che costringe a una maggiore concentrazione. Viaggiare con un libro aiuta ad accorciare le distanze, e a non dare peso ai ritardi.  Mi succede di prendere un libro da una libreria pubblica, appuntare dei brani e condividerli sui social. Una specie di “economia circolare” della lettura.

Quando si legge un libro digitale, all’inizio manca la possibilità di avere sempre presente la copertina, la costa, il sommario. Invece, le copertine sono importanti, aiutano gli occhi a trovare quello che cerchi in libreria, in biblioteca e, anche sul web. Quando posto citazioni, allego sempre l’immagine della copertina. Mi aiuta a ritrovare più facilmente nel registro delle attività le citazioni già pubblicate.

Parlare di libri letti è un bel modo di coltivare la stima, l’amicizia, l’amore.

Negli anni Sessanta dello scorso secolo, Howard Gossage, – copywriter di origini canadesi, citato da Marshal McLuhan e soprannominato “il Socrate di San Francisco” dai pubblicitari dell’era dei “Mad Men”- fu un pubblicitario che credeva nella comunicazione no profit.  Uomo dotato di intelligenza e arguzia, le due caratteristiche che fanno della comunicazione di massa qualcosa di importante, ebbe a dire: “È un fatto assodato che la gente non legge la pubblicità. La gente legge solo quello che la interessa. Qualche volta si tratta di un annuncio pubblicitario”.

Forse è proprio questo il motivo, spesso imperscrutabile, per cui un libro ha più successo di un altro.  Ma, siccome uno legge – appunto – solo quello che gli interessa davvero, più che le classifiche dei best seller, valgono i consigli delle persone di cui si ha stima. Il che rimanda a quella domanda fatidica: “Che stai leggendo?”.

Roma, settembre 2020