Quella lettera scritta da Bruce Springsteen

Springsteen

Esce oggi “Letter To You”, il ventesimo album in studio di Bruce Springsteen, un disco rock, caratterizzato dall’inconfondibile sound live de The E Street Band, e registrato nella casa dell’artista in New Jersey. Sempre oggi in esclusiva su Apple Tv verrà trasmesso il film-documentario “Bruce Springsteen’s Letter to You” (produzione originale Apple Original Films), con i retroscena del processo creativo che hanno portato alla realizzazione dell’album.

“Letter To You” contiene 9 brani scritti recentemente da Springsteen, e 3 leggendarie composizioni degli anni ‘70 finora inedite: “Janey Needs a Shooter,” “If I Was the Priest,” e “Song for Orphans”.  Insieme a Springsteen, hanno lavorato a questo progetto Roy Bittan, Nils Lofgren, Patti Scialfa, Garry Tallent, Stevie Van Zandt, Max Weinberg, Charlie Giordano e Jake Clemons. L’album è stato prodotto da Ron Aniello insieme allo stesso Bruce Springsteen, Bob Clearmountain ha realizzato il mixaggio, mentre Bob Ludwig si è occupato del mastering.

La carriera in studio di Springsteen si estende lungo un arco di oltre 40 anni e ha avuto inizio nel 1973 con “Greetings from Asbury Park, NJ” (Columbia Records). Il cantautore ha vinto 20 Grammy Awards, 1 Oscar e 1 Tony Award, è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, ha ricevuto un Kennedy Center Honor, ed è stato nominato “Person of the Year” da MusiCares nel 2013.  Nel settembre 2016 sono usciti la sua autobiografia “Born to Run” e l’album pensato come accompagnamento al libro, “Chapter and Verse”, mentre nel novembre 2016 Springsteen è stato premiato con la Presidential Medal of Freedom. Dall’ottobre 2017 al dicembre 2018 si sono tenuti i memorabili 236 show di “Springsteen on Broadway” al Jujamcyn’s Walter Kerr Theatre, spettacoli che sono poi diventati anche uno speciale Netflix e un album contenente la colonna sonora. Nel 2019 Bruce Springsteen ha pubblicato “Western Stars” (PLATINO in Italia), primo album in studio a 5 anni di distanza dal precedente, e insieme al suo collaboratore di lunga data Thom Zimny ha co-diretto “Western Stars”, la versione cinematografica dell’album realizzata insieme a Warner Bros.

MEMO oggi vi regala alcune frasi che, nel corso del tempo, hanno definito il pensiero del Boss.

Letter to you.

“Amo l’essenza quasi commovente di Letter to You. E amo il sound della E Street Band che suona completamente live in studio, in un modo che non avevamo quasi mai fatto prima, senza nessuna sovraincisione. Abbiamo realizzato l’album in soli cinque giorni, e quella che ne è venuta fuori è una delle più belle esperienze di registrazione che io abbia mai vissuto”.

Il passato.

Chiunque tu sia stato e ovunque tu abbia vissuto, non puoi liberartene: il passato sale in macchina con te e ci rimane. La meta e il successo del viaggio dipendono da chi guida. Quanti musicisti, perdendo il contatto con le proprie radici, avevano smarrito la bussola e visto la loro arte diventare anemica e ondivaga?

Il significato di quello che scrivo.

Quasi tutto ciò che scrivo rappresenta un’autobiografia emotiva. Se vuoi che significhino qualcosa per il pubblico, devi creare canzoni che significano qualcosa per te. È la prova del nove, lo strumento per dimostrare che non stai scherzando.

Il talento e la chitarra.

In ogni caso, è a questo scopo che ho sempre usato la mia musica e il mio talento, sin dal principio. È un balsamo, uno strumento per scovare gli indizi, una finestra sul lato più misterioso della mia vita. Per questo ho avvertito il bisogno di imbracciare la chitarra. Le ragazze, sì, certo. Il successo, sì, certo. Ma era la caccia alle risposte, o meglio agli indizi, a farmi svegliare nel cuore della notte per inabissarmi nella buca del mio cifrario a sei corde (che tenevo ai piedi del letto) mentre il resto del mondo dormiva. Sono contento di essere profumatamente pagato per i miei sforzi, ma l’avrei fatto anche gratis, perché non avevo alternative. Era l’unico modo per trovare un sollievo momentaneo e dare un senso alla mia vita. Insomma, per me non c’erano scorciatoie. Una bella responsabilità da addossare a un pezzo di legno con attaccate sei corde d’acciaio e un paio di pick-up scadenti, ma la mia «spada della libertà» era quella.

A cosa serve la follia.

Una cosa l’ho imparata: tutti noi abbiamo bisogno di un pizzico di follia. Di sola sobrietà non si vive. Arriva un momento in cui ci serve aiuto per alleviare il peso delle incombenze quotidiane. Da che mondo è mondo, è per questo che la gente si attacca alla bottiglia. Oggi, il mio consiglio è semplice: scegli con cura metodi e sostanze, oppure lascia perdere, se non le reggi, ma soprattutto occhio alle parti intime!

Studiare la storia.

Alle medie e al liceo la storia mi annoiava a morte, ma adesso la divoravo, perché sembrava custodire elementi essenziali per rispondere ai miei interrogativi identitari. Come potevo capire chi ero se ignoravo le origini mie e del mio popolo? Per sapere cosa significa essere americani dobbiamo scoprire cosa significava un tempo: solo rispondendo a queste due domande saremo in grado di immaginare cosa potrebbe significare. (…) Ormai ero abbastanza maturo per sapere che la storia è immutabile. Puoi andare avanti, rinforzando il cuore nei punti in cui è spezzato, creando nuovo amore. Puoi usare il dolore e i traumi per forgiare una spada con cui difendere la vita, i sentimenti, la grazia umana e divina. Ma un secondo giro non è concesso a nessuno. Nessuno può tornare indietro, la direzione è una sola. Davanti a te, dritto nel buio.

Springsteen

Born in the USA.

Ispirato da Bobby Muller e Ron Kovic, più di dieci anni dopo la fine della Guerra del Vietnam avevo scritto e registrato una storia di soldati. Era una canzone di protesta, e quando la sentii prorompere dai giganteschi altoparlanti dello Hit Factory capii che era una delle cose migliori che avessi mai fatto. Era il blues di un reduce: nelle strofe un racconto, nei ritornelli una dichiarazione dell’unica certezza innegabile… il luogo di nascita, con annesso diritto al sangue, alla confusione, alla fortuna e alla grazia a esso legati. Chi ha pagato con il corpo e con l’anima si è ampiamente guadagnato il diritto di rivendicare il suo pezzetto di terra e plasmarlo a suo piacimento.(…) «Born in the USA» mi cambiò la vita, allargò a dismisura il mio pubblico, mi costrinse a riflettere meglio su come presentare il mio lavoro e per un breve istante mi collocò al centro del mondo pop.

Il successo.

Non c’è sentiero in discesa che porti al “Successo” con la S maiuscola, solo l’abisso fagocitante in cui ogni viandante decide la prossima mossa e si interroga sulle proprie motivazioni. E dunque segui il tuo spirito, ma sappi che insieme al brivido e alla soddisfazione di aver sfruttato appieno il tuo talento potrai scoprire i limiti della tua musica, così come i tuoi.

Voce del verbo suonare.

Avevo ventitré anni e mi guadagnavo da vivere suonando: c’è una ragione se lo chiamano SUONARE e non lavorare! Ho lasciato abbastanza sudore sui palchi di tutto il mondo da riempire almeno uno dei sette mari, e sono più di quarant’anni che spingo me stesso e la mia band fino al limite e oltre. Lo facciamo ancora oggi, ma è sempre «suonare», un piacere e un privilegio quotidiano che ti riempie di vita, gioia e sudore, che ti massacra i muscoli e la voce, che ti schiarisce la mente, ti sfinisce e ti rinvigorisce l’anima, una catarsi. Puoi cantare dell’infelicità tua e del mondo, puoi raccontare le esperienze più devastanti, ma se riesci a farlo davanti a tante anime riunite la malinconia svanisce, qualche raggio di sole filtra, tu continui a respirare e ti senti sollevato. Non si può spiegare, solo provare. È una ragione di vita, e in tempi nei quali mi era difficile entrare in contatto con gli altri era l’ancora di salvezza che mi legava al resto dell’umanità. Può essere dura? Certo. Ce l’hanno tutti l’energia psicofisica necessaria? No. Ci sono serate nelle quali non hai voglia di salire sul palco? Sì. Eppure, in quelle serate, arriva sempre un momento in cui accade qualcosa: la band che spicca il volo, un volto che si illumina fra il pubblico, qualcuno che canta a occhi chiusi le tue parole, e all’improvviso ecco che la musica, la tua ragione di vita, ricomincia a farti sentire una cosa sola con gli altri.

Il cammino della vita.

In questa vita (perché ce n’è una sola) prendi decisioni e posizioni e ti risvegli dall’incantesimo giovanile dell’«immortalità» e del presente eterno. Uscito dall’adolescenza, individui ciò che dà senso alla vita al di là del lavoro… e le lancette dell’orologio cominciano a girare. A camminare di fianco a te non c’è più solo il tuo partner, ma anche il tuo io mortale. Provi ad aggrapparti alle nuove fortune mentre affronti il tuo nichilismo, l’istinto deleterio di lasciare tutto in rovina.

Essere genitori.

Creare una vita ti riempie d’umiltà, coraggio, arroganza, una potente virilità, sicurezza, terrore, gioia, paura, amore, un senso di calma e sconsiderata avventura. Se possiamo popolare il mondo, non possiamo idearlo e plasmarlo? Poi però subentra la realtà, pannolini latte in polvere notti insonni seggiolini cacca giallognola rigurgiti, ma… oh, non sono che bisogni e fluidi sacri del mio bimbo, e alla fine di ogni interminabile giornata abbiamo il mal di testa e siamo esausti, ma esaltati dalle nostre nuove identità: mamma e papà!  Il picco endorfinico provato alla nascita di tuo figlio svanirà, ma le tracce rimangono dentro per sempre come impronte digitali, traccia indelebile della realtà dell’amore e del suo splendore quotidiano. Hai reso la tua preghiera. Hai promesso di servire un mondo nuovo e hai gettato le basi di una fede terrena. Hai scelto la spada, lo scudo e il punto in cui cadrai. Accada quel che accada domani, queste cose, queste persone, rimarranno con te per sempre. Il potere della scelta, di una vita, di un amore, di una casa, sarà a tua disposizione per ritrovare il filo della tua storia ingarbugliata. E, soprattutto, ti sarà indispensabile quando vacillerai, quando sarai confuso, una nuova bussola incastonata nel cuore.

Il sogno.

Una notte feci un sogno. Sto suonando, la serata è incandescente, e mio padre, morto già da tempo, siede in silenzio fra il pubblico. Poi… sono in ginocchio vicino a lui, e per un attimo osserviamo insieme l’uomo scatenato sul palco che canta la vita di operai come lui. Gli tocco l’avambraccio, quindi dico a mio padre, paralizzato dalla depressione per tanti anni: «Guarda, papà, guarda… quello là… sei tu… è così che ti vedo».

Il palco.

Ho sempre pensato che il palco debba essere uno specchio nel quale il pubblico possa vedere se stesso, la propria città, gli amici. Per riuscirci serve una band.

La mia voce.

La mia voce, si diceva. Per cominciare, non è un granché. Ho potenza, estensione e tenuta di un cantante di bar band, ma quanto a finezza tonale lascio a desiderare. Cinque set a sera: no problem. Tre ore e mezzo senza un attimo di respiro: ce la faccio. Necessità di riscaldamento: pressoché nulla. La mia voce fa il suo dovere, ma è una voce operaia, da sola non basta. Per cavarmela e per comunicare davvero ho bisogno di tutte le mie capacità. Per vendervi il mio prodotto ho bisogno di scrivere, arrangiare, registrare, suonare e, sì, cantare al meglio delle mie possibilità. Io sono la somma delle mie parti, e sin dall’inizio ho imparato che non serve angustiarsi per questo: ogni artista ha il suo punto debole. Il successo lo conquisti anche imparando ad accettare ciò che hai e ciò che NON hai. Per dirla con Clint Eastwood, «un uomo dovrebbe conoscere i propri limiti». Così può ignorarli e andare avanti.

Springsteen

Bruce Springsteen, Letter To You, 2020.