Quanti rovelli fisici

Rovelli

Non per peccare di immodestia, ma credo che difficilmente si potrebbe sintetizzare – in sole tre parole e in modo altrettanto efficace (e divertente) – il senso di questo fantastico viaggio nella fisica quantistica, che Carlo Rovelli ci regala con il suo “Helgoland”, appena uscito per Adelphi.

Poco meno di duecento pagine per provare (e, a mio avviso, riuscire) a fare luce su una delle intuizioni più affascinanti della Storia. Intuizione avuta ed elaborata, negli anni Venti del secolo scorso, da un gruppo di ragazzini. Ragazzini, sì: letteralmente. Heisenberg, Jordan, Dirac e Pauli, infatti, sono tutti ventenni. Mentre Born – “il solo adulto nella stanza” – era, come direbbe Montalbano, un “quarantino”.

 

“A vent’anni si fanno sogni sfrenati”

Un primo indizio che sottolinea, con imbarazzante evidenza, il fatto che, così come esiste un’età ideale per pro-creare, esiste un’età ideale anche per creare. Le eccezioni non mancano, è vero. Il più delle volte, però, l’età della creatività non raggiunge nemmeno gli “enta”. Una prova per tutte, limitandoci al Novecento? The Beatles. Quando (10 aprile 1970) Paul McCartney annuncia di voler lasciare i Beatles, mettendo fine a una parabola artistica tanto fulminante (8 anni) quanto sconvolgente – nulla (arte, musica, cultura, società, linguaggi, costume) sarebbe più stato come prima – i più vecchi tra i Fab Four (Lennon & Starr) hanno 30 anni, il più giovane (Harrison) ne ha 27, mentre McCartney ne ha 28, come ricorda la targa del “Maggiolino” parcheggiato su Abbey Road, nell’iconica foto di copertina dell’album omonimo. Imbarazzante. Soprattutto se penso che di anni ne ho ormai sessanta e non ho ancora scritto nemmeno “Ob-La-Di, Ob-La-Da”! Tant’è.

Persino la rivoluzione beatlesiana, però, svanisce di fronte alla portata di quella quantistica. E non solo perché, quando Werner Heisenberg dà forma alla sua intuizione, di anni ne ha soltanto 23. Un’idea del genere “si può avere solo nel radicalismo senza limiti dei vent’anni” – commenta Rovelli – perché “a vent’anni, si fanno sogni sfrenati”.

Mentre i Beatles, infatti, si limitano a stravolgere il nostro mondo interiore, l’illuminazione quantistica stravolge tutto. Tutto il mondo di cui il nostro mondo è parte. Una parte – ci piaccia o no – infinitesimamente infinitesimale. I Beatles usano in modo nuovo le buone vecchie dodici note; la fisica quantistica, invece, ci spiega che la musica dell’universo è stata composta con tutt’altre note rispetto a quelle con le quali pensavamo fosse stata scritta (fisica classica) e, dunque, dev’essere ascoltata, studiata e suonata in modo completamente diverso.

In sintesi: praticamente nulla di tutto ciò di cui l’umanità era stata convinta fino all’estate del 1925 era vero.

“Erano più o meno le tre del mattino – scriverà Heisenberg nel 1969 – quando il risultato finale dei miei conti fu davanti a me. Mi sentivo profondamente scosso. Ero così agitato che non potevo pensare di dormire. Lasciai la casa e mi misi a camminare lentamente nell’oscurità. Mi arrampicai su una roccia a picco sul mare, sulla punta dell’isola, e attesi il sorgere del sole”.

False certezze: tenaci illusioni

Il primo scossone alle fondamenta delle (false) certezze dell’umanità era arrivato, una ventina d’anni prima, quando Einstein aveva sconvolto tutti, spiegando che spazio e tempo non esistono. Non separatamente, almeno. Non si trattava, come l’umanità aveva sempre creduto, di due entità immutabili e indipendenti. Non esistono, cioè, lo spazio e il tempo. Esiste lo spazio-tempo: un’unica dimensione, che comprende la totalità di tutti gli eventi. Ma non è tutto: tale dimensione è né piatta né lineare. Lo spazio, cioè, non è uno sconfinato foglio di carta sul quale poggiano tutte le “cose”. Non è la terra sotto i piedi del tempo. E il tempo non è una linea retta, che comincia in un “punto alfa” e finisce in un “punto omega” (come, invece, accade alle nostre vite), lungo la quale le cose si muovono, in un’unica direzione di marcia: dall’alfa all’omega, appunto. Le cose sono completamente diverse e infinitamente più complesse di così.

Una rivoluzione ancora più grande di quanto non appaia, dal momento che, se spazio e tempo sono né piani né rette ma, come le onde del mare, hanno delle curvature, cambiano completamente anche concetti come passato, presente e futuro.

Per noi che crediamo nella fisica – spiega, infatti, Einstein – la differenza tra passato, presente e futuro ha solo il significato di un’illusione, per quanto tenace”.

Illusione molto tenace, in effetti. Lo dimostra il fatto che – sebbene da quando il giovane Einstein (che elabora la “relatività ristretta” a soli 26 anni!) ci ha aperto gli occhi su questa sconcertante verità siano passati 115 anni – la maggior parte di noi è ancora convinta che spazio e tempo siano due cose separate e indipendenti, piatte e lineari.

E questo, semplicemente, perché abbiamo di entrambi un’esperienza talmente insignificante da risultare del tutto insufficiente a definirli. Descrivendo spazio e tempo unicamente sulla base della nostra esperienza, infatti, ci comporteremmo come qualcuno che pretendesse di spiegare la natura dell’Universo basandosi sui trenta centimetri quadrati di Terra che i suoi piedi occupano. Per un marinaio l’Universo sarebbe solo acqua salata, per un montanaro solo roccia, per un contadino solo zolle, per un cittadino solo asfalto.

 

Cecità travestita da vista

Vediamo niente e, dunque, sappiamo niente. Questo è. Ed è proprio questa cecità travestita da vista la ragione fondamentale per la quale, per migliaia di anni siamo stati convinti che la Terra fosse piatta. Qualcuno, per la verità, lo è ancora. Ma si tratta di casi che rientrano nella fattispecie della follia webete.

Questo particolare tipo di cecità ci ha portati anche a convincerci che la Terra fosse al centro dell’Universo e che il sole le girasse intorno. Del resto, persino un imbecille, che fosse rimasto per un’intera giornata immobile in mezzo alla strada, si sarebbe reso conto del fatto che il sole si alza a Est, sale fino al centro del cielo e tramonta ad Ovest. E, visto che lui era rimasto tutto il giorno immobile, era del tutto evidente che era stato il sole a muoversi!

Quello che sembra ovvio può non essere corretto”, chiosa Rovelli, consegnandoci una delle verità più importanti (e osteggiate) dell’intera Storia dell’umanità. Non diciamo, forse, ancora oggi – a dispetto di ogni evidenza scientifica – che il sole sorge e tramonta?

 

Francesco Redi: chi era costui?

Mentre, però, le rivoluzioni dei Beatles e di Einstein (shock e disdegno iniziali, a parte) sono state universalmente accettate (anche se non del tutto comprese, soprattutto la seconda), la rivoluzione quantistica – come rileva Rovelli – è un’idea che, a quasi cento anni dal suo concepimento, l’umanità “non ha ancora digerito”. E chissà se e quando la digestione si concluderà. Non solo, infatti, siamo ancora convinti che spazio e tempo esistano e che il sole sorga e tramonti, ma molti di noi sono ancora convinti che la carne faccia i vermi o la farina le farfalle, con buona pace del lavoro del compianto Francesco Redi, che dimostrò la falsità della generazione spontanea negli insetti (1668) la bellezza di 352 anni fa!

Ho scritto un lavoro folle e non ho il coraggio di mandarlo a una rivista per la pubblicazione”, si legge in una lettera de l giovane Heisenberg a Max Born, il professore del quale è assistente. Persino Einstein – affascinato da quella che tutti, ormai, chiamano la “fisica dei ragazzi” – scrive che “le idee di Heisenberg e Born tengono tutti col fiato sospeso”: “la teorizzazione più interessante degli ultimi tempi”, “un vero e proprio calcolo di stregoneria”.

Che dire?: se la meccanica quantistica appare folle persino ai suoi geniali papà, come potrebbe non apparire folle a noi, comuni mortali, nella stragrande maggioranza dei casi – sottoscritto incluso – totalmente digiuni di fisica?

 

Accettare l’indeterminatezza

Non solo: con il nostro atavico e disperato bisogno di certezze, riusciremmo mai ad accettare una scienza che, come scrive Rovelli, “predice probabilità e non certezze”? Non sono proprio le certezze che ci aspettiamo dalla scienza? Eppure: “l’immagine del mondo nitida e solida della vecchia fisica è un’illusione”. Ma, allora: se nemmeno la scienza ci può dare certezze, chi mai ce le darà? Nessuno. Rassegniamoci. “Uno dei grandi errori che fanno gli esseri umani quando tentano di capire qualcosa”, commenta Rovelli, è “volere certezze”. Errare è umano, certo. Perseverare, però, è da stupidi.

Ma qual è il nucleo della folle stregoneria quantistica? Il fatto che la realtà sia granulare (“quanti” significa “grani”) e sia fatta di interazioni e non di oggetti. Tutto qui? Perché? Non vi spaventa? Gli “oggetti – spiega Rovelli – non stanno ciascuno in sdegnosa solitudine. Al contrario: non fanno che agire l’uno sull’altro. È a queste interazioni che dobbiamo guardare per comprendere la natura. Non agli oggetti in sé”. Il mondo “è un continuo interagire”, una “fitta rete di interazioni”. Niente e nessuno, dunque, esiste di per sé: tutto e tutti esistono solo in quanto in continua interazione con qualcos’altro. Scusate se è poco.

 

“Panta interacts”

Per quel che capisco (le mie reminiscenze di fisica si fermano al liceo, potrei sbagliare, nel qual caso Rovelli mi smentirà) mi sembra che – in termini puramente logici – il nucleo della fisica quantistica risieda in una sorta di estensione della relatività einsteiniana alla natura stessa della natura, se mi passate il gioco di parole.

È un po’ come se Einstein avesse spazzato via la nebbia che avvolgeva il mondo, mostrandocelo, per la prima volta, per quello che era davvero (“la fisica non descrive il mondo ma quello che noi sappiamo del mondo”, ricorda più volte Rovelli) e indicando la strada da seguire per la sua esplorazione. A quel punto, Heisenberg e gli altri ragazzini, si sono resi conto che quella strada non era una delle tante strade possibili ma La Strada. Attenzione, però: non una comune strada – con un inizio, una fine e due bordi laterali – ma l’in sé stesso della totalità, incommensurabile, dello spazio-tempo. Ciò che, in sostanza, rende lo spazio-tempo quello che è: un’infinita rete di interazioni e, dunque, di relazioni. “Panta interacts” verrebbe da dire, per parafrasare Eraclito.

Per quanto riguarda la descrizione della fisica quantistica mi fermo qui. Non è il mio campo e non vorrei dire più stupidaggini di quante potrei aver già detto fin qui. Rovelli e questo suo “Helgoland” (dal nome dell’isola sulla quale il giovane Heisenberg ebbe la folgorazione) svolgono questo compito infinitamente meglio di me. Lascio al suo affascinante saggio, spiegare cosa siano le “sovrapposizioni quantistiche”, perché il gatto del celebre paradosso di Schrödinger sia, nello stesso tempo, sveglio e addormentato, e altre meraviglie di questo genere.

Della visione quantistica, mi appassionano assonanze e dissonanze con la filosofia e, ancora di più, gli insegnamenti che essa può dare alla politica. E Dio sa se la politica ha bisogno di insegnamenti! Politica, sì, avete letto bene. Cosa c’entra la fisica quantistica con la politica? C’entra. Eccome. Non a caso un intero capitolo (il V) è dedicato al violento scontro ideologico tra Aleksandr Bogdanov (politico, filosofo, economista, scrittore e medico russo: “uno dei personaggi più complessi e affascinanti del mondo intellettuale di inizio Novecento”, secondo Rovelli) e Vladimir Lenin. Ma alla politica arriveremo più avanti.

 

Quantistica e filosofia

Per quanto riguarda la filosofia, mi appassiona l’idea – ammesso che io l’abbia colta – che l’approccio quantistico costringa a ripensare almeno i termini della contrapposizione dualistica che, da millenni, anima la filosofia: “essere” e “non-essere”, ad esempio, ma anche “sostanza” e “apparenza” o “noumeno” e “fenomeno”, per dirla nella lingua di Kant.

Forse perché mi sembra che, in qualche modo, questo “panta interacts” (“le proprietà di ogni cosa non sono altro che il modo in cui questa cosa influenza le altre”, “le caratteristiche di un oggetto sono il modo in cui esso agisce sugli altri oggetti”, “niente interazione, niente proprietà”) possa suggerire l’idea che – contrariamente a quanto, dai greci in qua, abbiamo creduto – essere e non-essere non siano l’uno la negazione, l’annientamento o la morte dell’altro. Credo che sarebbe stato bello, a questo proposito, far dialogare Rovelli e Severino. Peccato che, ormai, un incontro del genere sarebbe possibile soltanto se – come immaginava Einstein – le curvature del tempo consentissero a passato e presente di toccarsi.

A meno che io non abbia completamente travisato il senso delle parole di Rovelli – cosa, ovviamente, possibile – a me sembra che il concetto stesso di interazione neghi quello di autonomia (la “sdegnosa solitudine” di cui parlavamo prima) e, quindi, quello di separazione, inducendo a ritenere che essere e non-essere non siano l’uno la negazione dell’altro, appunto, ma – se non due “sovrapposizioni” quantistiche (il gatto, sveglio o addormentato, resta sempre un gatto, mentre essere e non-essere sono entità diverse) – almeno due realtà che, in quanto in perenne interazione (e, dunque, relazione) tra loro si determinano vicendevolmente.

L’idea che l’interdipendenza sia la chiave della realtà è un’intuizione molto più antica di Einstein e della “fisica dei ragazzi”. È già presente, infatti, in un breve scritto (dal nome interminabile e impronunciabile) di Nāgārjuna, filosofo buddista indiano del II secolo. Secondo Nāgārjuna, nulla ha esistenza in sé ma tutto esiste in quanto in relazione con qualcos’altro. Chiunque sia il padre di questa intuizione, il dato più rilevante è che questa interdipendenza – come scrive Rovelli, citando Nāgārjuna – “richiede di dimenticare essenze autonome”.

Lo stesso, dunque, deve valere per buio e luce. (La metafora che propongo è logica, non scientifica). Il buio può esistere solo in assenza di luce (e, dunque, senza che esista la luce, non può esistere neanche il buio) e la luce può esistere solo in assenza del buio (e, dunque, senza che esista il buio, non può esistere neanche la luce). Laddove, ovviamente, esistenza e presenza non sono sinonimi, così come non sono sinonimi inesistenza e assenza. Si può esistere, infatti, senza essere presenti. E si può essere assenti pur esistendo. Il fatto che io non sia a scuola, ad esempio, non significa che io non sia. Buio e luce – sempre in termini logici – derivano, dunque, le proprie caratteristiche e proprietà dalla loro interazione, dal loro relazionarsi e reciproco determinarsi. Il che significa che, in assenza dell’altro (dall’interazione col quale entrambi derivano le loro proprietà) non esisterebbero. Oppure, relazionandosi con qualcosa che fosse né luce né buio, ricaverebbero caratteristiche e proprietà del tutto diverse.

 

Entrare e uscire dall’essere? Follia

Se le cose stessero davvero così – applicando alla filosofia categorie quantistiche – ne conseguirebbe che l’essere sarebbe tale, solo, in quanto in relazione con il non-essere. E viceversa. Il che significherebbe che, in assenza di essere, nemmeno il non-essere sarebbe. E viceversa.

Con un salto logico che mi auguro non troppo azzardato (sarebbe, lo confesso, né il primo né l’ultimo) mi sembra che questo possa in qualche modo risultare assonante con uno dei temi cardine della filosofia di Severino, là dove (“Testimoniando il destino”, Adelphi 2019) egli sostiene che “l’alienazione essenziale, la Follia estrema” sia “la fede nella quale si crede che le cose diventino altro da ciò che sono”. “La filosofia, nascendo – spiega Severino – porta al culmine questa fede, affermando che l’evidenza suprema è che le cose escono dal nulla (dal loro non essere) e vi ritornano”. Secondo Severino, postulare questo entrare e uscire dall’essere è pura follia. “Il tratto centrale del ‘destino della verità’ (a cui sin dall’inizio i miei scritti si rivolgono) – scrive, infatti – è l’impossibilità che un qualsiasi essente – cioè l’essente in quanto essente – non sia. Tale impossibilità – conclude – è l’eternità dell’essente in quanto essente”.

L’assonanza con la visione quantistica mi sembra riecheggiare ancora più forte poche righe più avanti, quando Severino scrive che “l’eternità di ogni essente implica che tra ogni essente e ogni altro essente esista una relazione necessaria per la quale ogni essente è ciò che esso è”.

 

“Relazione necessaria” ed “entanglement”

È una materia estremamente complessa e interpretare poche frasi estrapolate da un contesto molto più ampio e infinitamente più complesso può essere estremamente rischioso, è vero. Mentre leggevo il saggio di Rovelli, però, mi sono risuonati in testa questi passaggi di Severino e non ho potuto far a meno di pensare che la “relazione necessaria” di cui parlava il filosofo bresciano facesse “vibrare per simpatia” quell’entanglement (aggrovigliamento, sia in senso reale che figurato; annodamento, intricamento, coinvolgimento, intreccio) che è elemento chiave della fisica quantistica.

E, ancora: il fatto che quella “relazione necessaria tra ogni essente e ogni altro essente” sia ciò “per la quale ogni essente è ciò che esso è” mi è sembrato parente stretto di ciò che scrive Rovelli quando spiega che “le proprietà di ogni cosa non sono altro che il modo in cui questa cosa influenza le altre” e “le caratteristiche di un oggetto sono il modo in cui esso agisce sugli altri oggetti” e che senza interazioni non ci possono essere proprietà.

L’ho detto: probabilmente il salto logico è azzardato ma l’orizzonte che lascia intravedere è sicuramente affascinante, anche perché, secondo Severino (“Il mio ricordo degli eterni”, Rizzoli 2011) “l’impossibilità che un qualsiasi essente […] sia stato nulla e torni ad esserlo […] è la necessità che ogni essente sia eterno”.

Una conclusione logica che ha molto più peso pratico di quanto non immaginiamo.

 

L’essere è eterno

Il messaggio cristiano” – scrive, infatti, Severino – è “completamente avvolto dalla persuasione che il mondo, in quanto creato, esce dal nulla e vi ritorna – e che le cose del mondo sono, a loro volta, questa oscillazione tra l’essere e il nulla -, dalla persuasione che è l’essenza stessa del nichilismo, giacché pensare che gli essenti siano stati nulla e tornino ad esserlo significa affermare l’esistenza di un tempo in cui l’essere è nulla”.

Tempo che, secondo Severino non può esistere. Secondo logica, infatti, se niente può diventare ciò che non è, il nulla non può certo diventare qualcosa né, ovviamente, il qualcosa può diventare nulla.

Ora: se non è possibile “diventar altro” da ciò che si è (e l’essere non può nascere dal nulla) e se tale “diventar altro è la morte di ciò che si è”, ne consegue che la morte è impossibile. Esiste, dunque, né un “prima” né un “dopo” dell’essere. Ma, se è così, allora l’essere è eterno, e “la radice dell’angoscia e della sofferenza umana” – che non è altro che il frutto della follia di quella filosofia che crede che l’essere possa entrare e uscire dal nulla – non ha ragione di esistere.

Detto in termini quantistici: se ogni cosa è-ciò-che-è in seguito all’interazione con qualcos’altro – dal momento che è impossibile che qualche cosa possa interagire con il nulla – significa che quel qualcosa è-ciò-che-è in seguito all’interazione con altri qualcosa. E – dato che nulla potrebbe derivare da un’interazione col nulla – le “cose” interagiscono da sempre (e interagiranno sempre) con altre “cose” – determinandosi reciprocamente (“niente interazione, niente proprietà”: ricordate?) – il che presuppone che questa interazione esista da sempre e per sempre.

Follia? Non lo escludo. Lo hanno detto anche della relatività e lo dicono anche della fisica quantistica. Forse, però – viste le implicazioni tutt’altro che irrilevanti – merita un supplemento di riflessione da parte di teste infinitamente più preparate e aperte della mia.

 

Scienza maestra di democrazia

La pulce nell’orecchio dell’interessante (e, da me, mai esplorato) rapporto tra scienza e politica, me l’ha messa il brillante “La matematica è politica”, saggio breve firmato da Chiara Valerio, appena uscito per le Vele di Einaudi. Secondo Valerio, infatti, la matematica è maestra di democrazia. “In matematica – scrive – non esiste: ho capito solo io”, “la verità non si possiede mai da soli” ma tutte “le verità sono partecipate”. Partecipate e “transeunti”. Destinate, cioè, a passare. La scienza, infatti – al contrario delle dittature – non avanza per certezze ma per ipotesi, ed è verificabile.

Non aver paura di ripensare il mondo – scrive Rovelli – è la forza della scienza”.

Basterebbe sostituire “mondo” con “regole” e “scienza” con “democrazia” per trasformare la considerazione di Rovelli in uno dei postulati fondamentali del buon agire democratico.

 

Niente assoluti: solo punti di vista

La matematica, inoltre, non accetta né l’idea che esistano verità assolute (“la verità assoluta si subisce”) né che qualcuno si arroghi il diritto – divino, ereditario, censitario o elettivo – di incarnarle. Assumere di possedere la verità e “far credere che sia univoca – spiega Valerio – è uno dei tanti modi di controllo e di oppressione”.

“La scienza – le fa eco Rovelli – non è Depositaria della Verità ma si appoggia sulla consapevolezza che non ci sono Depositari della Verità”.

Assoluto – secondo Valerio – è il punto di vista, non la verità.

Il mondo – conferma Rovelli – si frantuma in un gioco di punti di vista, che non ammette un’unica visione globale”.

Per Valerio, spacciare punti di vista per verità significa distorcere la realtà. Meglio, allora, un sano relativismo. Attenzione, però, il relativismo non “non implica che tutti i punti di vista siano uguali ma che esistano”.

“Relatività”, “relazione”, “relativismo”: parole che appartengono alla stessa famiglia e che ritornano, formando entanglement assai interessanti tra le visioni di Einstein, Heisenberg, Rovelli e Valerio.

 

La scienza non ammette tiranni

Se “ho capito solo io” non esiste, è evidente che quel principio di autorità assoluta e indiscutibile sul quale si fondano le dittature, si scioglie come neve al sole. In matematica, dunque, non esistono – né possono esistere – tiranni. Per questo essa ci fornisce una “postura logica” che si rivela subito “etica e civile”. E, per questo – secondo Valerio – studiarla “aiuta a essere cittadini migliori e a chiarire come la democrazia, con tutti i difetti, sia il miglior sistema di governo possibile”. La chiave è nel metodo: logica comune e un sistema di regole condivise da tutti. Regole che si aggiornano continuamente, visto che “l’errore è uno dei modi per proseguire la ricerca, raddrizzare il processo logico o addirittura cambiarlo”. “A non farsi domande – chioserebbe Rovelli – non si impara nulla”.

Se i nostri politici – conclude Valerio – avessero studiato matematica, e se studiandola l’avessero capita, si comporterebbero diversamente rispetto alle cariche dello Stato che ricoprono, perché non agirebbero come singoli, ma come funzioni di un sistema più ampio del loro ego, e soprattutto non si preoccuperebbero delle cose ma delle relazioni tra le cose, sarebbero più cauti nel dare una notizia falsa o non verificata, perché consci di quanto la notizia falsa falsifichi il resto […] e di quanto l’abuso di posizione e di occasione indebolisca altre posizioni del medesimo sistema democratico”.

 

Quantistica e buona pratica politica

Ma ci sono anche altre interessanti assonanze tra fisica quantistica e buona pratica politica. Per coglierle ed evidenziare ciò che, a mio avviso, l’approccio quantistico potrebbe insegnare alla politica, basta operare delle semplici sostituzioni di parole all’interno di alcune frasi di “Helgoland”.

Se gli oggetti non vivono in “sdegnosa solitudine” di certo non lo fanno le persone. Come gli oggetti, infatti, le persone non fanno altro che agire l’una sull’altra. “Ed è a queste interazioni che dobbiamo guardare per comprendere la natura (società) non agli oggetti (persone) isolati”. La buona politica, dunque, dovrebbe usare il grandangolo quantistico non un teleobiettivo, puntato su certi interessi particolari, e incapace (o, peggio, indisponibile) a tenere in considerazione tutto il resto. “Ciò che chiamiamo realtà (società) è la vasta rete di entità (persone/portatori di interesse) in relazione”.

Del resto, se è dall’interazione con le altre cose che ogni cosa deriva caratteristiche e proprietà, lo stesso deve valere anche per le persone. E, dunque, per le società. “È sempre dagli altri che si impara, dal diverso”, commenta Rovelli. Cosa insegna, dunque, alla politica l’approccio quantistico? Che “ogni visione è parziale”, che “non esiste un modo di vedere la realtà che non dipenda da una prospettiva”, che “non c’è un punto di vista assoluto, universale”, ma che i punti di vista “comunicano”, che “i saperi sono in dialogo fra loro e con la realtà” e che “nel dialogo si modificano, si arricchiscono, convergono” e “la nostra comprensione della realtà si approfondisce”. “Per questo – conclude Rovelli – la politica di collaborazione è più sensata ed efficace della politica di competizione”. Scusate se è poco.

 

Rovelli

Carlo Rovelli, Helgoland, Adelphi, 2020.