Passeggiando a piedi nudi tra i libri

piedi

Prendiamola alta. “Se prendiamo a caso due frasi colloquiali come: «me ne vado in punta di piedi» o invece: «levati dai piedi!» ci accorgiamo subito che queste espressioni metaforiche hanno alla loro base il motivo auto referenziale basato sui nostri arti inferiori. In altre parole il piede, la scarpa, e tutto il loro ambito costituiscono certamente dei luoghi preferenziali del nostro corpo. Gillo Dorfles, che ci ha lasciato da poco, era un filosofo e un critico d’arte, esperto di idee e di bellezza. Michelangelo che la bellezza la rendeva sublime ci ricorda che:  “Il piede umano è un’opera d’arte e un capolavoro di ingegneria”. Alberto Savinio scriveva nel 1949: “È nei piedi la nostra coscienza”. Ed ecco Jean Baudrillard, che guardava il presente con occhi severi e la forza cocciuta delle idee, cosa scrisse di fronte al piede di una donna: “Il momento più commovente è quello in cui una donna si toglie le scarpe e rimpicciolisce improvvisamente davanti a noi. Diventa meravigliosamente minuscola, e allo stesso tempo il suo viso cambia. Essa inaugura l’intimità nella sua forma più seducente”.

Ci sono molti modi di viaggiare. E ogni viaggio insegna qualcosa. Anche quello all’interno della letteratura che si è occupata del piede, tra battute, proverbi, e immagini suggerite da una parte del nostro corpo, spesso ignorata, ma che gli scrittori di tutto il mondo hanno usato per raccontare amori, gelosie, dolori, sogni e paure.

I nostri piedi guardiamoli con affetto, almeno per questa volta. Sono importanti, dicono molto di noi, per come sono curati, per le scarpe che indossiamo, per come li muoviamo quando camminiamo. I piedi inevitabilmente hanno un ruolo anche nella storia della letteratura. Svelano e occultano misteri, sono divertenti ed eleganti, poveri e sporchi, talvolta goffi. Hanno scritto Fruttero e Lucentini: “I piedi sono, alla lettera, fondamentali nella nostra vicenda terrestre, dal piè veloce di Achille alla scarpetta di Cenerentola, dai vezzosi piedini femminili amati dai poeti classici e crudelmente miniaturizzati dal feticismo cinese ai piedoni incalliti delle legioni romane in marcia, ai trecenteschi piedi assurdamente impacciati dalla moda delle calzature a lunghissima punta, alle “innominabili” estremità bene occultate sotto le gonne e gonnelle vittoriane”.

Se ci pensate, è vero. I piedi sono spesso dimenticati, ignorati, derisi e nascosti. Eppure hanno una loro dignità che la letteratura, per fortuna e spesso, ha loro restituito. Detti popolari come “ragionar coi piedi” o “sentirsi mancare la terra sotto i piedi” e ancora ”attacca l’asino al buon piede” la dicono lunga sull’importanza atavica dei nostri arti inferiori. Lytton Strachey, scrittore e biografo inglese (famosissimo il suo libro dedicato alla vita della regina Vittoria), suggeriva che: “I piedi raccontano sempre delle storie”. Per Eugenio Montale il ricordo dei piedi è quello straziante di un tempo che è stato, un ricordo forse di felicità. “Io non so se il tuo piede/ attutito, il cieco incubo onde cresco / alla morte del giorno che ti vidi, / io non so se il tuo passo che fa pulsar le vene / se s’avvicina in questo intrico, / è quello che mi colse un’altra estate”. In un altro verso, gli serve per definire l’estasi: “Felicità raggiunta, si cammina / per te sul fil di lana./ Agli occhi sei barlume che vacilla, / al piede, teso ghiaccio che s’incrina.”

Ennio Flaiano è molto più prosaico: “Mi alzai in piedi per fare qualcosa, o forse soltanto per darmi coraggio”. Per lui i piedi sono sinonimo di democrazia, di bel vivere: “La civiltà è una questione di piedi al caldo. Dove i piedi sono trattati bene, il resto va bene”. Per Joan Mirò, sempre poetico e visionario: “Tieni i piedi ben attaccati alla terra, in modo da spiccare il volo verso il cielo”. La saggezza popolare suggerisce che: “La bugia ha corto piede e zoppica” e, allo stesso tempo, prudente conia un motto: “Andare coi piedi di piombo”.

Aristotele, nel suo spiegare le funzioni dell’arto, ha le idee chiare: “L’uomo è l’animale che ha, in rapporto alle dimensioni del corpo, i piedi più grandi; e ciò ben a ragione, perché esso è l’unico a stare in posizione eretta, sicché occorre che i piedi, se han da reggere in due tutto il peso del corpo, siano lunghi e larghi”. Lunghi e larghi i piedi di Aristotele,  ma forse si riferiva solo a quelli maschili, perché le per Rétif de la Bretonne: “Il piede piccolo in una donna è il compendio di tutte le grazie”. Da questo discende la frase di un Anonimo che la dice lunga sulla civetteria femminile: “Quando una donna ha un bel piede, trova sempre l’occasione per mostrarlo”. Persino il severissimo Victor Hugo non è immune dal fascino del piede femminile: “S’era tolta le scarpe e, spettinata, bagnava i piedi tra i giunchi piegati. Io, che passavo, credetti a una fata. Le dissi: Vuoi venir con me sui prati?”

Edmondo De Amicis, vede il piedino dell’amata e se ne innamora perdutamente, non ci sono difetti in quel piede, nessuno: “Bella turchina, hai le gambette arcate, ma il piede è così snello e tutto, fuorché l’arco, è così fino…. Ahi, me infelice, che anche l’arco è bello!” Già l’innamoramento, Sigmund Freud sa bene che: “Il sostituto per l’oggetto sessuale è una parte del corpo in generale poco adatta per gli scopi sessuali come il piede. Nei feticisti, pare che la venerazione del piede e della scarpa femminile consideri il piede unicamente un simbolo sostitutivo del membro della donna una volta venerato e da allora rimpianto”. Sarà così anche per Gustave Flaubert? Sentite uno dei suoi ricordi: “Gli piacevano gli zoccoletti della signorina Emma sulle piastrelle lavate della cucina: i tacchi alti la alzavano un poco e, quando ella camminava davanti a lui, le suole di legno, nel rialzarsi rapide, schioccavano con un rumore secco contro la pelle del tallone”. Freud ha teorizzato il significato dei sogni, ma prima di lui Artemidoro aveva già riflettuto sul significato dei piedi quando ci vengono a trovare nelle nostre ore di sonno: “Sognare di avere i piedi che bruciano è per tutti un male, e annuncia la perdita o la rovina delle sostanze, nonché quella dei figli e dei servi: allo stesso modo dei piedi, infatti, i figli prestano servizio ai genitori e attendono alla loro cura. Ciò è sfuggito alla maggior parte degli interpreti, i quali ritengono che i piedi indichino solo i servi”.

E poi ci sono le scarpe. John Selden, erudito politico e giurista seicentesco, ricorda che “I vecchi amici sono i migliori. Re Giacomo era solito chiedere le sue scarpe vecchie: erano le più comode per i suoi piedi”. Jonathan Swift che non le mandava a dire ebbe modo di dire che: “Il metodo stoico di soddisfare i bisogni eliminando i desideri è analogo a quello di amputarsi i piedi quando si ha bisogno di scarpe”. Tenere i piedi in due scarpe non si potrebbe e dovrebbe fare. Ecco quindi i consigli per l’uso da Publilio Siro, scrittore e drammaturgo romano contemporaneo di Cicerone ed esperto di mimi: “Non si può calzare la stessa scarpa su entrambi i piedi”. Un detto ebraico recita “Ero scontento di non avere scarpe finché ho visto uno senza piedi”.

L’Alice di Lewis Carroll, nel suo viaggio nel Paese delle Meraviglie a un certo punto si allunga a dismisura e vede i suoi piedini, laggiù in basso allontanarsi sempre di più “Oh, poveri piedini miei, chi ve le infilerà le calze e le scarpe, carini? Certo io non potrò più! Sarò troppo lontana per potermi occupare di voi: arrangiatevi un po’ da soli… Meglio essere gentili con loro, però o come niente non vorranno più andare nella direzione che dirò io! Vediamo. Gli regalerò un paio di scarpe nuove per Natale. Bisognerà mandargliele per corriere, sarà buffo davvero, mandare regali ai propri piedi! E come sarà strano l’indirizzo!”.

I piedi però talvolta puzzano, e per questo si può anche morire, mirabile in questo senso l’esempio fornito da Max Aub: “Stavamo pigiati come sardine e quell’uomo era un porco. Puzzava. Tutto gli puzzava, ma soprattutto i piedi. Le assicuro che era impossibile sopportarlo… Forse lo spinsi troppo forte. Non daranno mica la colpa a me se le ruote dell’autobus gli passarono sopra.” Già la puzza. Aldo Busi sa che questo è un punto debole: “L’erotismo, quando non è aria fritta, è il punto di perfetta simbiosi dell’impossibile con l’insperato. Ciò accade rarissimamente, ma non accade assolutamente mai se: a) hai le unghie dei piedi nere e lunghe; b) hai un piede d’atleta che emana afrore d’aglio appena ti sei levato i calzini”. In alcuni casi non è così, l’onnipresente Freud sa ad esempio che : “Nella perversione corrispondente al feticismo del piede è oggetto sessuale soltanto il piede sporco e dall’odore cattivo”. Gli fa eco Karl Kraus: “Sotto il sole non c’è essere più infelice del feticista che brama una scarpa da donna e deve accontentarsi di una femmina intera”.

I piedi simboleggiano anche la gelosia, in questo caso quella di Mozart che scrive alla moglie: “Cara mogliettina, ho tanta preghiere da farti: 1) ti prego di non essere triste; 2) di stare attenta alla tua salute e di non fidarti dell’aria primaverile; 3) di non uscire a piedi da sola, e possibilmente di non uscire affatto (…)”. Non è da meno William Shakespeare: “Svergognata, svergognata! Le gote, le labbra, gli occhi ammiccano, perfino i suoi piedi parlano; gli spiriti licenziosi si affacciano a ogni giuntura e mossa del suo corpo”. Sarà per questa assurda gelosia e per una forma legittima di autodifesa che Carlo Goldoni ha teorizzato: “Quando sanno qualcosa, le donne pretendono sempre di cacciarsi gli uomini sotto i piedi”.

Uomini, donne e piedi. Publio Ovidio Nasone è definitivo e ottimista: “Amore guida i piedi in modo che non inciampino”. Sembra dargli ragione un vecchio proverbio: “Dove c’è l’amore, la gamba trascina il piede”. D’altronde, fare piedino, altro non è che un messaggio in codice amoroso mediante ripetuti e discreti accostamenti del proprio piede a quello del destinatario o della destinataria.

Il piede insomma che resta con noi quando ci innamoriamo, siamo gelosi, diventiamo saggi o impertinenti. Un fedele compagno per tutta la vita, sino a quando non facciamo l’ultimo viaggio con i piedi in avanti. Ma così è la vita, finisce, anche quella dei piedi. Le scarpe invece resistono…

 

ELOGIO DEI PIEDI

 

Perché reggono l’intero peso

Perché sanno tenersi su appigli minimi

Perché riescono a correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare

Perché portano via

Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato

e chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta

Perché sanno saltare

e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali

Perché scalzi sono belli

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli

e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica

Perché sanno giocare con la palla

Perché sanno nuotare

Perché per qualche popolo pratico erano un’unità di misura

Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Puskin:

“piedini piedini dove siete voi adesso?”

Perché gli antichi li amavano

e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante

Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro

o ripiegati indietro un inginocchiatoio

Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo

Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango

il croccante tip tap, la ruffiana tarantella

Perché non sanno accusare

e non impugnano armi

Perché sono stati crocifissi

Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno

viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio

Perché come le capre amano il sale

Perché non hanno fretta di nascere

Però poi quando arriva il punto di morire scalciano

in nome del corpo

contro la morte.

 

Erri De Luca