Il dubbio e l’enigma per Leonardo Sciascia

Sciascia

Nel centenario della nascita, un modo per celebrare Leonardo Sciascia è leggere un estratto della riflessione critica che Carlo Alberto Madrignani (1936 -2008), uno dei maggiori conoscitori della narrativa siciliana fra Otto e Novecento, gli ha dedicato nel suo saggio Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno, edito da Quodlibet nel 2007. «Da Verga in poi narrare diventa un’operazione di verità, di scavo e di ‘oltraggio’», afferma Madrignani, che nella tradizione letteraria che prende avvio con “il rinascimento siciliano del 1880” di Verga, Capuana e De Roberto colloca Sciascia, così come Consolo e Camilleri, passando per Pirandello e Tomasi di Lampedusa. Autori diversi che in modi diversi, ma a partire da una comune matrice letteraria, innovativa per la sua modernità sprovincializzante, scrivono “un’autobiografia dell’isola” che si fa “autobiografia della nazione”, grazie ad una narrazione coraggiosa incentrata sul tema del vero. Un’indagine delle ragioni del Male, del Potere e della sopraffazione dei vinti nella Storia che per Sciascia muove dalla consapevolezza che “una verità definitiva è una presunzione e una usurpazione, o almeno una semplificazione che tradisce la natura equivoca, multipla, sfuggente di ogni fenomeno”. E così “l’enigma è destinato a rimaner tale, almeno per molti aspetti. Il lettore è messo sulla via del dubbio positivo, gli è offerta la possibilità d’intravedere una diversa interpretazione delle motivazioni e dei fatti.”  

Per gentile concessione dell’editore, MEMO pubblica un estratto del capitolo “Il gioco degli enigmi”. (Claudia Ceccarelli)

L’ultimo Sciascia, più che mai appassionato cultore della scienza dei sintomi, dal suo osservatorio decentrato ha guardato allo spettacolo della cultura ufficiale con un tono d’incredulità, anzi di diffidenza, nel sospetto che le cose non stiano come si crede, o si fa credere. Bisogna “vedere” per andare al di là degli aspetti visibili. Tutti i linguaggi sono cifrati; decriptarli è un compito ineludibile per chi voglia far uso della ragione per finalità investigative non pregiudicate. Da ciò la necessità di narrare in forma investigativa, secondo procedimenti che seducano come un romanzo poliziesco, o meglio come un racconto di ricerca inteso come un’avventura della mente, un tragitto di disvelamento attento a sfuggire ai richiami del dépistage istituzionale. I punti di approdo, se lo scrittore non riesce a trovarli in natura, deve saperseli inventare, nella consapevolezza di come sia impossibile attingere a una verità definitiva. Siffatto récit poliziesco, mentre rifiuta la consolidata consecutio causa-effetto, si carica del particolare fascino di una suspence intellettuale e indagatrice, che progredisce sotterraneamente con l’avanzare del racconto. L’infittirsi di false tracce rende necessario sollevare dubbi anche là dove non sarebbe economico sollevarne. Il culto del dubbio crea una sorta di mise en abîme di inquietante rapinosità. Se la verità è una meta lontana, appena intravista, non sta certo allo scrittore dire l’ultima parola; suo compito è suggerire un ulteriore sospetto, che rimetta in moto quanto sembrava faticosamente raggiunto. Il “giallo” diventa una lotta della ragione dinnanzi all’onnipresenza del sospetto. Il lettore è invitato a entrare in un labirinto, che lo attrae con tutti i suoi segnali: questa è la linea maestra lungo la quale maturano il racconto di Sciascia e la vena dolorosamente speculativa del suo realismo. La struttura canonica del poliziesco mal si adegua a questa verticalità del narrare. Sciascia rinuncia alla pianificazione a climax che preordina tutte le mosse fino all’effetto finale. Forse solo Simenon, l’artista del disincanto e della dubbiosità metodica, può aver confortato la vocazione al chiaroscuro di una ipoteticità pervasiva. Vien fatto di pensare che i principi su cui Maigret conduce le sue imprese, lucidissime e insieme improbabili, abbiano un particolare valore per Sciascia. (…)

La prosa di Sciascia è attraversata da una tensione civile che dà un particolare e quasi antifrastico significato alla sua sospettosa passione per l’indagine. Tale pathos agisce nel profondo di molte opere, ed è particolarmente efficace nei Pugnalatori; la vicenda misteriosa delle plurime uccisioni nella Palermo da poco entrata nell’Italia unita è l’occasione ideale per mettere in moto un’indagine ad alto rischio intellettuale. Quella inesauribile curiosità che aveva preso in esame tutte le possibili ipotesi nel caso di Majorana e del suicidio di Roussell più che un valore positivo ha il fascino delle inesauribili sottigliezze alla Pirandello. Nei Pugnalatori come in Todo modo, nel Contesto o nell’Affaire Moro il narratore si trova di fronte al termine ultimo della sua ricerca, quando scopre che tutte le investigazioni, anche le più raffinate e cocciute, convergono verso un limite invalicabile, un muro alto e kafkianamente impenetrabile, che è il Potere. Nell’Italia del secondo dopoguerra il torpido apparato politico, il gioco delle lotte interne ai partiti, i dubbi rapporti tra governo e opposizione, provocano una diagnosi in cui il gusto per l’indagine ingloba una forte tensione etica al limite del coinvolgimento personale. Coi Pugnalatori ci si muove su un terreno scivoloso; l’analisi delle carte e delle testimonianze, poco proficua di per sé, alimenta il sospetto molto concreto che quegli omicidi abbiano un carattere oggettivamente fondante, siano cioè il primo atto di quella strategia della tensione che si perfezionerà col tempo in ambito nazionale e sarà la perversione congenita dello sviluppo democratico. Scritti di questo genere, assai rari in Italia, dimostrano come sia utile trovare un modo originale di impegnarsi culturalmente attenendosi ad una autonomia di pensiero che sia anche una forma di militanza, con il rischio di assumere toni profetici o apocalittici. Se per un verso l’indagare con pazienza e sottigliezza quell’oscurissimo episodio rivela la volontà retroattiva di far luce su un episodio della vita politica italiana, per un altro emerge il tocco di classe del raffinato, crudele e persuasivo cultore dello spirito siciliano. Non è facile dimenticare il profilo del principe di Sant’Elia, di stirpe derobertiana, con la sua apparenza di gran signore, il suo destino da viceré, la grinta schifosa di gattopardo indurito nelle manovre delittuose: un autoritratto della Sicilia grottesco e veritiero destinato a ripetersi nel tempo. (…)

Nelle ultime pagine narrative e saggistiche si assiste ad un progressivo mutamento di metodo e di stile: il gusto della verità si è trasformato in una sfida alle regole del verosimile. Non basta più denunciare la verità facendo emergere i tratti di una realtà tenuta nascosta: la difficile prova è andare oltre l’inganno del verosimile e smentire le formule in cui si deposita il conformismo intellettuale. La storia, degli individui e delle collettività, non è il regno delle sicurezze o delle lotte sulla via della ragione, è il luogo oscuro degli enigmi in cui la cosiddetta realtà gioca con i suoi doppi. E Sciascia accetta questo gioco degli enigmi, subisce il fascino di tutte le duplicità, con gusto introspettivo non esente da una lucidità perversa. L’antico impulso illuministico ancora lo stimola, ma la fede nei lumi ha perso molto della sua presa diretta; è diventata più circospetta e consapevole della complessità del reale. Paradossalmente la consapevolezza della precarietà della ricerca ne evidenzia la necessità – il che comporta il rischio di una deriva di sofisticata dialettica deduttiva che può indurre a forme di contraddittoria negatività. Così impostata la ricerca letteraria non offre più salvacondotti o istruzioni per l’uso. L’invito, implicito, è a indagare fuori da ogni prospettiva salvifica, accettare il rischio di inoculare nell’impegno civile un tasso di incredulità tale da azzerare quel tanto di fiducia indispensabile per qualsivoglia prassi innovativa. Partendo da quest’ottica si entra nei meandri di un pensiero che sfocia in una missione dell’artista moderno coraggiosamente precaria. È una trasformazione degna di quegli scrittori che non si adeguano passivamente alle nuove parole d’ordine e neppure agli insorgenti modelli di fruttuoso adeguamento.