L’antico Castello Alfonsino che risorge dalle acque del mare di Brindisi

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Pescatore, poeta e timoniere, me lo ricordo Franco Romanelli nel porto Brindisi. Ero andato a visitare la porta che apre la strada verso l’Oriente. Ero appena stato a “perdere” tempo (attività meravigliosa) con Galiano Lombardi e Giancarlo Cafiero che mi avevano fatto accomodare nella indescrivibile stanza di un indefinibile negozio, “La valigia delle Indie”, dove puoi trovare di tutto a patto di non cercare nulla. Poi la passeggiata verso il porto.

Fotografie. Ricordi. Incontro Romanelli. Improvvisamente mi chiede se voglio remare. Rispondo di no. Per fortuna era uno scherzo. Però sulla barca, o per meglio dire sulla lancia dei vogatori dell’associazione Remuri, che mi stava aspettando, ci salgo. Non sono proprio un esperto e barcollo. Le ragazze e i ragazzi con i remi in alto in attesa di iniziare a remare sorridono. Sono un uomo di mare con i piedi per terra, gli dico giustificando la mia goffaggine. Hanno tutti una vita piena di impegni, ma non rinunciano alla bellissima fatica di remare il mare davanti a Brindisi. Perché la fatica, credetemi, è tanta. Franco Romanelli, con i suoi capelli bianchi, siede al timone e mi dice di stare tranquillo. I suoi ordini sono semplici, autorevoli, precisi. Non si discute quando si guida una barca. Ci segue da vicino una piccola imbarcazione dalla storia antica dove in piedi a remare c’è un solo vogatore. Si chiama “schifarieddo“, un grande sogno galleggiante che arriva da un tempo lontano. Bastano poche vogate per raggiungere la darsena dell’antico Castello Alfonsino, costruito sull’isola di Sant’Andrea proprio all’imbocco del porto, una sublime e orgogliosa costruzione a cui mancava solo un po’ di cura per diventare il sipario di un teatro capace di costruire momenti indimenticabili.

L’antico Castello Alfonsino che risorge dalle acque del mare di Brindisi

E la cura è arrivata. Dopo importanti lavori di restauro effettuati dal MiC, il Castello Alfonsino (o Forte a Mare) ha riaperto al pubblico. Un complesso monumentale unico nel suo genere, poiché completamente immerso nelle acque del porto ed estremamente cangiante nelle sue luci e colori, fino ad accendersi di rosso al tramonto (da lì discende il soprannome di “Castello Rosso”) per via del colore caldo delle pietre con le quali è stato costruito.

Questa è la sua storia. L’opera architettonica sorge sull’isola di Sant’Andrea, che in età medievale (dal 1059 al 1348) fu sede dell’abbazia benedettina di Sant’Andrea all’Isola, della quale rimangono solo alcuni maestosi capitelli (oggi esposti al Museo Archeologico di Brindisi). Poi nel 1481, contemporaneamente all’ampliamento del Castello di Terra di origine sveva, sull’isola abbandonata fu edificata una prima rocca a protezione del porto: l’iniziativa fu di Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio del re Ferdinando I di Napoli, impegnato in quel tempo nel recupero della città di Otranto caduta in mano ai Turchi l’anno precedente. La rocca fu così chiamata Alfonsina. Nei decenni successivi si susseguirono, a breve distanza l’uno dall’altro, interventi di adeguamento della fortezza, affinché potesse meglio difendersi da eventuali assalitori, mentre lo sviluppo delle armi da fuoco evolveva in maniera esponenziale: la rocca fu munita di un avancorpo difeso da due baluardi, uno circolare, detto di San Filippo, e uno triangolare, verso il mare aperto, che prese il nome di bastione del Cavaliere. Fu inoltre sistemata la suggestiva darsena quadrangolare, protetta da grosse muraglie, che per secoli fu l’unico accesso al fortilizio. Nella parte più antica della rocca si ricavò un salone di rappresentanza, dove fanno mostra di sé un camino e un lavabo in pietra finemente lavorati, databili al 1527/28 per la presenza degli stemmi dei viceré di Napoli.

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Il castello, che pure aveva difeso egregiamente la città dagli assalti dei Veneziani (nel 1484 e nel 1529), presentava però un lato debole, essendo buona parte dell’isola indifesa: fu così che, nel 1558, durante l’impero di Filippo II, si decise di ampliare la fortezza verso il settentrione con una nuova costruzione (il Forte a Mare) secondo i nuovi dettami dell’architettura militare, che prevedeva mura ancora più basse e compatte, baluardi rompitratta e bastioni terrapienati a punta di lancia ai vertici. Inoltre, al di là di un canale scavato nello scoglio (canale vicereale), venne realizzato un rivellino triangolare. Il nuovo fortilizio ospitava più di un centinaio di alloggiamenti per le truppe e ampi spazi di deposito per armi, derrate e altro. Alla fine dei lavori del Forte fu eretto un monumentale portale di stile manierista (1609) che presenta un forte bugnato realizzato in bicromia con la pietra bianca locale e il tufo carparo. L’isola dal Settecento divenne sede anche di un lazzaretto; fu poi unita alla terraferma mediante la diga di Bocche di Puglia (1868) e sulla Rocca Alfonsina fu innalzato un nuovo faro (1892).

Agli inizi del Novecento, quando il porto di Brindisi divenne strategico per le manovre militari nel Mediterraneo, già prima dello scoppio della Grande Guerra, il Castello fu trasformato in un arsenale dove le navi della regia flotta si equipaggiavano per le missioni belliche: i carriponte e i binari superstiti sono testimonianza di questa nuova funzione del Forte, che subì alcune manomissioni nella struttura.

Se siete da quelle parti, non dimenticate di andare a trovare uno dei luoghi più emozionanti del nostro Paese. Il Castello è aperto tutti i giorni, dal lunedì alla domenica, con visite guidate ad opera dell’Associazione Le Colonne effettuabili dalle ore 10 alle ore 12 e dalle ore 16 alle ore 19. Il costo del servizio è di 5 euro a persona ed è consigliabile arrivare 5-10 minuti prima della visita che durerà 50 minuti. Per le prenotazioni è possibile contattare il numero di telefono 379 2653244 o inviare una mail all’indirizzo segreterialecolonne@gmail.com. Ulteriori info sulle iniziative organizzate sono consultabili sulla pagina Facebook “Forte a Mare” e sulla pagina Instagram “Forte a mare”.

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Torniamo con i piedi per terra. Di fronte alla Scalinata Virgilio ci aspetta Daniele Spedicati che ci fa da guida. Ma Daniele non è solo una guida. Lui ha studiato la cultura della sua città. La ama. L’ha trasformata nel suo lavoro. E ci mette passione. Passeggiamo, ascoltiamo e guardiamo. Non servono iperboli da guida turistica. Lui descrive la città così com’è.  Perché così com’è è già bellissima.

Eccole le tante storie. Quelle della colonna con cui finisce la via Appia e dell’altra colonna che adesso non c’è più e quelle dei reperti del Museo Provinciale e della Fondazione Faldetta. Poi scopriamo i resti della città romana che si possono vedere sotto il nuovo Teatro Verdi e il confronto tra le due epoche provoca smarrimento. Passeggiamo il lungomare restituito alla città e cerchiamo di capire se l’imponente Monumento al Marinaio che si vede dall’altra parte del porto ci piace oppure no. Poi entriamo nel piccolo tesoro del Tempietto di San Giovanni al Sepolcro, dove la mia sete di storie mi porta a scoprire il piccolo giardino che sta proprio lì dietro. Un bel giardino, tenuto bene e con cura dal Comune e che di storie ne nasconde due. La prima riguarda il tenente Sheridan della televisione quando la televisione era in bianco e nero. L’attore romano Ubaldo Lay viveva da queste parti a Mesagne dove aveva sposato Olga Bogaro. Mentre passeggiava in città scoprì il giardino che era incolto e abbandonato e lo comprò come omaggio alla donna di cui era innamorato. C’è chi regala un mazzo di fiori, lui preferì regalare un giardino intero. La seconda storia prende il nome di Matteo Farina, un ragazzo di questa città andato via dalla vita troppo presto e di cui è in corso il processo di beatificazione. Una bella storia la sua, fatta di dolore e felicità, di fede e speranza. Una storia che merita di essere cercata, se volete. Intanto io mi siedo un po’ qua, seduto all’ombra in questo piccolo e ordinato giardino nascosto nel centro di Brindisi.