Le bugie hanno le gambe lunghe

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Foto di Gordon Johnson da Pixabay

Chiariamolo. Ancora una volta. L’ennesima. Anche se, purtroppo, non sarà l’ultima. Del resto, si sa: le bugie hanno vita infinitamente più lunga e fortunata delle verità, che, ignorate e osteggiate dai più, faticano a emergere. Figurarsi a imporsi.

Non fu una “guerra civile”. Parlo della Resistenza, ovviamente. Smettiamola di continuare a bere panzane degne della buonafede de il Gatto e la Volpe. Rispondiamo. Come risponderemmo a chi pretendesse di farci credere che dalla carne nascono i vermi, i soldi crescono sugli alberi e nell’emisfero sud si cammina a testa in giù.

Non fu una guerra civile. E non solo perché nessuna guerra è mai stata né mai sarà civile. Non lo fu, soprattutto, perché l’espressione “guerra civile” venne coniata – in modo tutt’altro che innocente – all’inizio degli anni Novanta, per imprimere uno slancio decisivo alla stagione revisionista, non a caso oggi nel pieno del suo immorale fulgore.

Obiettivo? Far passare l’idea che le due fazioni che si combatterono, partissero da una condizione di pari dignità morale e politica. Che fascisti e antifascisti, cioè, godessero di eguali libertà e diritti, disponessero dello stesso potere e della stessa forza, e, soprattutto, avessero entrambi “ragione”.

Non era così.

La Resistenza non fu una guerra civile tra due fazioni con pari “dignità” e opportunità. Nessuno – se non nella più assoluta (e prezzolata) malafede – può, infatti, sostenere che gli oppressi godano delle stesse libertà, diritti, dignità, potere e forza, di cui godono i loro oppressori. Fosse così, gli oppressi non sarebbero tali. E, dunque, non esisterebbero nemmeno gli oppressori.

Le due fazioni, inoltre, non avevano affatto entrambe “ragione”. Da una parte, c’erano, appunto, gli oppressori (i fascisti), dall’altra, gli oppressi. Nessun altro distinguo, per quanto sottile, può alterare questa semplice ma incontestabile verità. La discussione, dunque, semplicemente non si pone.

Gli oppressi combatterono per la causa della libertà e della giustizia; gli oppressori, per mantenere quel regime che negava, agli oppressi, sia le libertà che la giustizia. Chi combatteva contro gli oppressori aveva, dunque, “ragione”; gli oppressori, invece, avevano “torto”. Come chiunque privi qualcun altro dei diritti e delle libertà fondamentali.

Tra bene e male c’è un abisso. Dimenticarlo offende intelligenza, verità storica e coscienze. Cerchiamo, allora, di ricordarlo. Soprattutto in tempi come i nostri, nei quali fin troppi (vergognosamente coccolati da informazione e social) cercano di convincerci che, dato che in tutti c’è un po’ di male, siamo tutti cattivi, e, all’opposto, dato che anche nei cattivi c’è un po’ di bene, anche i cattivi sono buoni. Conclusione: tra buoni e cattivi non ci sono differenze.

Balle.

Chi sceglie di stare dalla parte del male, vive nel male e del male; chi sceglie di stare dalla parte del bene, vive nel bene e del bene. C’è differenza. Una differenza enorme, che nessuna falsità revisionista può minimizzare o, peggio, cancellare.

È vero: a volte, per sconfiggere il male, si è costretti a fare del male. Ma ciò accade solo quando non è possibile percorrere altra strada. “Desperate times call for desperate measures”.

Se, come recita uno dei più gettonati mantra di certa destra, “la difesa è sempre legittima”, allora, a maggior ragione, era legittima la Resistenza, dal momento che un intero Paese cercava di difendersi da un regime folle, che lo aveva brutalizzato per un ventennio.

La Resistenza, dunque, fu una guerra di liberazione, con la quale la parte migliore di un popolo, rischiò – e, in molti casi, sacrificò – la vita, per cercare di liberare il Paese dall’orrenda dittatura che lo opprimeva.

Nemmeno i morti sono tutti uguali, al contrario di ciò che si blatera da almeno trent’anni, nel tentativo di mettere sullo stesso piano i carnefici e le loro vittime. Tentativo ridicolo davanti alla logica e offensivo davanti alla morale.

Solo da morti, i morti sono uguali. Per il fatto di essere tutti, ugualmente, privi di vita. Da vivi, però, uguali non erano affatto. Gli oppressori erano oppressori; gli oppressi, oppressi; i carnefici, carnefici; le vittime, vittime. Ed è per quello che facciamo in vita che la Storia ci giudica. Per la semplice, ma ineludibile, ragione che, da morti, non possiamo fare più niente. E, dunque, la Storia non ha più niente per cui giudicarci.

Ognuno, naturalmente, ha il diritto di piangere i propri morti. Nessuno, però, deve dimenticare né cercare di far dimenticare il fatto che tra Hitler e San Francesco, così come tra Falcone e Borsellino e coloro che li hanno fatti saltare in aria, e, in generale, tra chi salva una vita e chi la stronca, la differenza c’è. Ed è enorme. E nessuno deve permettersi di provare a far credere che non sia così.

Il fascismo era una dittatura. Una delle più illiberali, violente e corrotte del Novecento. E non ha fatto anche cose buone, come recita la vulgata revisionista. Niente di buono, infatti, nasce in assenza di libertà. A parte, ovviamente, il tentativo di recuperare quella libertà.

Questo ennesimo falso storico è stato (è ancora oggi e lo sarà anche domani) smentito da qualcuno infinitamente più autorevole di me: la Storia, appunto. Rileggiamola, se l’abbiamo dimenticata. O decidiamoci a leggerla, una buona volta, se non l’abbiamo ancora fatto. Sui libri di storici autorevoli, per favore, non in Rete.

Insieme alla coscienza, la Storia è l’unico tribunale che non sbaglia mai una sentenza. È più lenta della coscienza, la quale ci informa istantaneamente su cosa sia bene e cosa male. Il verdetto della Storia, però, arriva sempre. Aveva ragione De Gregori: “La Storia dà torto e dà ragione”. E, checché ne dica qualche svergognato tribuno da mercato rionale, l’intera umanità sa bene da che parte stessero torto e ragione nei paesi dominati dalle dittature che misero a ferro e fuoco il mondo nel Novecento.

Il fascismo era una di queste dittature. Una delle peggiori. Aveva ottenuto il potere con la violenza e con la violenza lo manteneva, in un clima di terrore. O eri fascista o eri un “nemico della Nazione” e, contro di te, si scatenava la violenza di regime. Violenza lecita, naturalmente.

Un crescendo di brutalità e follia che culminò nel trascinare in un conflitto mondiale un Paese povero, semianalfabeta (un dato su tutti: nel 1922, il 15,6% degli sposi non firmava l’atto di matrimonio poiché non sapeva scrivere) e completamente impreparato dal punto di vista militare, per uomini, mezzi e visione strategica.

“Con l’esercito italiano nello stato in cui è si può dichiarare guerra solo al Perù”. Non sono parole mie ma di Galeazzo Ciano, vice segretario del Partito Nazionale Fascista (l’unico riconosciuto in Italia, ovviamente), Ministro degli Affari Esteri e genero di Mussolini. Ciano definì l’entrata di guerra dell’Italia un “bluff tragico”.

Prima di bluffare, il regime temporeggiò furbescamente (quella furbizia cialtrona che è tra le caratteristiche più becere della peggiore italianità), per capire da che parte pendessero le sorti della guerra. Per questo la Seconda Guerra Mondiale – cominciata, per tutti, il 1 settembre 1939, con l’attacco della Germania nazista alla Polonia – per il nostro Paese cominciò nove mesi più tardi (10 giugno 1940), quando Duce e sodali si convinsero che le sorti del conflitto fossero, ormai, segnate. In favore dell’alleato nazista, ovviamente. Come sappiamo, si sbagliavano. E, così, il “bluff tragico” si trasformò in una immane tragedia.

La Seconda Guerra Mondiale costò all’umanità la “bellezza” di 75 milioni di morti, quasi 50 milioni dei quali, civili. A guerra finita, nel nostro Paese praticamente raso al suolo, si conteranno 510mila morti (360mila militari). Poco meno di quelli della Francia (523mila), ma più di quelli di grandi potenze come Stati Uniti (418mila) e Regno Unito (363mila). E anche di Paesi Bassi (210), Finlandia (95), Belgio (88), Canada (43), Australia (40), Norvegia (10), Danimarca (8) e Lussemburgo (5). [I numeri in parentesi, ovviamente, sono da intendersi in migliaia]. A questi numeri bisogna aggiungere quasi 28milioni di morti tra i russi, 15 milioni di cinesi, 8,6mln di morti del III Reich, 6,5mln di polacchi, e 3,3mln di giapponesi, solo per ricordare alcuni tra i Paesi più colpiti.

Una guerra mondiale non sembra la situazione ideale per decidere di lanciarsi in un bluff. Eppure milioni di italiani abboccarono alla retorica bellica della propaganda fascista. Circostanza che dimostra come la stupidità abbia natali assai più antichi di quelli dei social network. È vero: oggi, grazie ai social, la stupidità si diffonde molto più velocemente e raggiunge platee infinitamente più vaste di allora. Il potere di circonvenzione di certi messaggi, però, è sempre stato elevatissimo. Per demerito nostro più che per merito suo, in verità. E Mussolini lo sapeva. Eccome. Come lo sapevano Hitler e Goebbels. Tra le mille altre cose, lo dimostra, con inequivocabile chiarezza, quello che il Duce pensava del popolo italiano: “È puttana e va col maschio che vince”. Parole che la dicono lunga su di lui. Ma ancora più lunga su di noi, purtroppo, che, oltre che puttane, facciamo anche la figura degli imbecilli.

Perché, più le stronzate sono grandi, e più ce le beviamo? Perché aspettiamo sempre che certe fiammelle si trasformino in incendi devastanti, prima di intervenire? E perché nessuno di noi ha mai il coraggio di dire al tribuno di turno quello che un grande maestro della comicità come Ettore Petrolini, disse all’uomo che lo aveva fischiato a teatro?: «Io nun ce l’ho cò te ma cò quelli che te stanno vicino e nun t’hanno buttato de sotto!».

Alcuni illuminati e illuminanti spunti di risposta si possono trovare qui: “Il Principe” (N. Machiavelli, 1532), “Discorso sulla servitù volontaria” (Étienne de La Boétie, 1576), “La leggenda del grande inquisitore” (“I fratelli Karamazov”, F. M. Dostoevskij, 1879).

Bisogna, tristemente, riconoscere che, dal ’46 a oggi, non sempre la convinzione di Mussolini riguardo al popolo-puttana è stata smentita. Troppe volte, anzi, noi italiani siamo saliti sul carro del vincitore (spesso più presunto che reale), nella speranza di aggirare i diritti con i favori, ed essere ammessi a sguazzare nella leccarda sulla quale cola il grasso della brace che cuoce il pranzo dei potenti.

Smetteremo mai di essere “puttane” e di venderci per molto meno di un piatto di lenticchie?

Forse no.

Smettiamo, almeno, di sostenere – contro ogni evidenza e decenza – che chi ci schiacciava la testa sotto il tacco del suo stivale chiodato merita lo stesso rispetto di chi ha messo in gioco la sua vita per liberarci dal giogo di quello stivale e permetterci di rialzare la testa.