Il patto sul clima di Glasgow, l’elogio del bla bla bla e la teoria del bicchiere mezzo pieno

COP

Il Patto sul Clima di Glasgow sottoscritto da tutti i 197 Paesi partecipanti alla COP 26 è una buona o una cattiva notizia? La politica era chiamata ad assumere di nuovo un ruolo decisivo rispetto ai destini del mondo. C’è riuscita?

Difficile rispondere.

Gli esercizi retorici del malpancismo fallimentare militante o dell’ottimismo forzato aprioristico in queste ore hanno affollato giornali e bacheche di tutto il mondo.

Di sicuro nel dilemma del vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto prendiamo atto del fatto che comunque stiamo sempre parlando di un mezzo bicchiere, mentre la questione investe l’intera bottiglia.

Di fatto rimane in piedi l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature entro i 1,5° C. L’accordo di Parigi del 2015, che negli ultimi anni aveva vacillato e che a Madrid due anni fa era stato fortemente messo in discussione, viene così confermato. E sembra una conferma definitiva. Viene inoltre dichiarato e condiviso l’obiettivo di medio termine di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030, rispetto i livelli del 2010. Si è trovato un accordo (tardivo) sulla deforestazione e per la riduzione del 30% delle perdite dannosissime di metano naturale dai processi estrattivi.

Sono buone notizia? Certamente si. Anche se per il segretario delle Nazioni Unite, António Guterres, rimane comunque “un compromesso, che riflette gli interessi, le contraddizioni e lo stato della volontà politica nel mondo di oggi“.

In queste poche parole viene definita tutta la complessità di un accordo difficilissimo che per la prima volta mette tutti d’accordo almeno sul tema. Non ci sono più governi negazionisti. E non era un risultato scontato. Perché il mondo è tanti mondi diversi con storie, identità culturali, politiche ed economiche che molto difficilmente possono trovare sintesi condivise. Le cose sono sempre molto più complesse di come sembrano. Ci sono i ricchi e i poveri, quelli che inquinano da più tempo e quelli che iniziano a farlo solo adesso, solidità e vulnerabilità, paesi che contano miliardi di persone e altri che ne hanno pochi milioni, uomini e donne che con il loro stile di vita ogni giorno producono CO2 in percentuali quattro volte superiori alla media e altri che ne emettono solo un quarto. E poi ci sono milioni di posti di lavoro che si reggono ancora sulla vecchia economia. E rinunciare a milioni di posti di lavoro è sempre più difficile, soprattutto adesso. Crisi climatica e crisi economica non devono più entrare in conflitto. E questo è un punto molto delicato.

Greta Thunberg dice che è tutto un bla bla bla. Dal suo punto di vista forse ha ragione e dobbiamo essere grati alla sfrontatezza della sua protesta che ha trasformato l’urlo indignato dei ragazzi di tutto il mondo in una posizione politica impossibile da ignorare da chi ha responsabilità di governo. Ma il bla bla bla è l’unico strumento che abbiamo per trovare un accordo. E sarebbe sbagliato parlare di fallimento.

Le parole rotte dall’emozione del Presidente della COP, Alok Sharma, nella sua dichiarazione conclusiva ai media presentando il Glasgow Climate Pact, testimoniano lo sconforto di una battaglia durissima. Tra le lacrime ha parlato di una “vittoria fragile”, dove la fragilità ha fatto sostituire la parola “eliminazione” con la parole “riduzione” rispetto all’uso del carbone. Siamo passati in una notte dal “phase-out” al “phase-down”. Una sostituzione che cambia il destino di un accordo che avremmo voluto definitivo, ma che nelle sue contraddizioni definisce comunque una strada senza ritorno, l’unica possibile, per fronteggiare l’emergenza e la crisi climatica. Non potevamo permetterci il no di India e Cina alla ratifica dell’accordo e questo sì che sarebbe stato un fallimento. Una strada ribadita a sorpresa da una conferenza congiunta tra Cina e Stati Uniti. E questa invece è stata davvero una bella e inattesa notizia.

La riduzione delle emissioni intanto nell’ultimo anno ha subito una battuta di arresto, bisogna accelerare, invertire subito la tendenza e trovare una giusta velocità in grado di trovare soluzioni “a misura d’uomo” in grado di risolvere i dilemmi e le contraddizioni del nostro tempo. Per questo la COP 26 ha finalmente individuato metodi di misurazione, certificazione, controllo e rendicontazione rispetto all’impegno di ogni singolo Paese nel processo di decarbonizzazione e nel rispetto degli obiettivi dell’Agenda di Parigi. Poi si dovrebbe parlare anche del ritardo ingiustificato nel finanziamento dei Paesi più industrializzati del mondo per compensare le emissioni dei Paesi più svantaggiati (100 miliardi) e della non decisione rispetto al Loss&Damage, una protezione assicurativa a favore dei Paesi più vulnerabili. La strada, insomma, è ancora lunga. Ma almeno sappiamo dove andare. L’inviato speciale per il clima degli Stati Uniti, John Kerry, ha dichiarato: “Non lasciamo che la perfezione diventi nemica di ciò che è giusto fare”.

Servirebbe applicare allo sviluppo sostenibile i principi dell’era esponenziale del digitale teorizzata recentemente da Azeem Azhar, scrittore e investitore hi-tech, che ha definito i tempi e i modi di una transizione tecnologica in cui l’energia, il cibo, il calcolo e molte risorse saranno fattori economici da produrre in grado di soddisfare i bisogni attuali a costi sempre più bassiA patto che si tratti di un’era esponenziale rigenerativa, capace di mettere le persone e i loro bisogni al centro, sostenibile in tutte le dimensioni della sostenibilità. Di sicuro ne abbiamo bisogno. Perché sappiamo cosa fare e come farlo. Dobbiamo calcolare bene il tempo perché è proprio il tempo quello che ci manca. L’era del bla bla bla ha bisogno di fiducia, consenso, rispetto e condivisione. La COP 26 ha parlato il linguaggio politico degli accordi internazionali. Poi c’è il lavoro quotidiano delle imprese che, da tempo, hanno intrapreso la strada dell’innovazione, della circolarità e dello sviluppo realmente sostenibile che ci insegna a produrre meglio consumando meno materia e meno energia. E soprattutto c’è la consapevolezza di milioni di donne e uomini che, in ogni angolo del pianeta, testimoniano ogni giorno con le azioni del loro quotidiano che la strada della rigenerazione del clima non è più una battaglia di piazza, ma uno stile di vita. Ci sono i nativi digitali, ma sono arrivati anche i nativi sostenibili.

Insomma, il destino della bottiglia è ancora incerto, ma dobbiamo essere forzatamente ottimisti.

I leader mondiali saranno chiamati confrontarsi nuovamente sull’emergenza climatica tra un anno: la prossima edizione della conferenza, COP 27, si terrà a novembre 2022 in Egitto.