Destra e Sinistra. Uniamo i puntini

destra
Foto di digipictures da Pixabay

Destra e sinistra esistono da sempre. E, checché ne dicano maestri più o meno cattivi, esisteranno sempre. Sono “visioni” nate con l’uomo. Molto prima che (1789) quelle due parole identificassero due opposti posizionamenti politici. E moriranno con l’uomo. (Non così in là, tra l’altro, se non riusciremo a scongiurare la catastrofe ambientale nella quale ci sta precipitando la miscela mortale di sete di potere, avidità, cinismo, disprezzo per gli altri e per il futuro).

“Semplificando” – cioè, “eliminando”, come faremmo in un’espressione algebrica – i punti in comune, rimangono le differenze. Sono loro che ci dicono di cosa parliamo davvero, quando parliamo di destra e sinistra. Se vogliamo cercare di capire quale sia il nucleo di queste due visioni e cosa lo renda incandescente, dunque, è sulle differenze che dobbiamo concentrare la nostra attenzione.

Su destra e sinistra è stato scritto e detto tutto e il contrario di tutto. Nella stragrande maggioranza dei casi, da coscienze e intelletti infinitamente più profondi e più alti dei miei. Non ho, certo, dunque la pretesa – tanto folle, quanto ridicola – di dire qualcosa di nuovo o di più significativo.

Tu chiamale, se vuoi, sensazioni

Semplici sensazioni. E, in quanto tali, quasi sicuramente fallaci, come insegnano tante grandi voci della grande filosofia. Semplici ma dure a morire. Forse anche perché, fino ad oggi, niente è riuscito ad allontanarle. Hanno cominciato a prendere forma all’inizio del liceo (metà anni Settanta) e, da allora, sono andate definendosi e rafforzandosi, attraverso incontri, ascolti, letture.

Niente di scientifico, per carità. Né di statistico. (Non conosco tutti quelli che si collocano dall’una e dall’altra parte, e non posso certo azzardare percentuali). Semplici osservazioni empiriche di alcune caratteristiche che mi sono parse preminenti – o, se preferite, più frequenti – nei due “sotto-insiemi” con i quali sono entrato in contatto. Preminenti o più frequenti, ma, ovviamente, non esclusive. Capita, infatti, che appaiano in entrambi i sotto-insiemi o passino dal sotto-insieme al quale immaginiamo dovrebbero appartenere, all’altro.

Rabbia dura senza paura

Il sentimento più forte comune a entrambi gli schieramenti mi è sempre sembrato la rabbia. Non la stessa rabbia, però. Pari intensità, ma diversa natura.

Quella di sinistra, infatti, sembra derivare dalla coscienza della distanza – ogni giorno più grande – tra le “cose-come-sono” e le “cose-come-dovrebbero-essere”.

Quella di destra, invece, sembra alimentata dal timore che – se affidate a mani sbagliate (“sinistre”, verrebbe da dire) – le “cose-come-sono” finiscano col diventare le “cose-come-non-devono-essere”.

Il braccio di ferro sul cambiamento

Mentre la sinistra, cioè, vuole cambiare la realtà, per fare in modo che chi-non-ha (o ha meno) possa avere ciò di cui ha bisogno per vivere dignitosamente, la destra si oppone a questo cambiamento, per evitare che chi-ha perda anche solo una piccola parte di quello che ha. Certi “precedenti”, si sa, sono sempre pericolosi. Molto meglio non rischiare. Non a caso, queste politiche vanno, comunemente, sotto il nome di “conservazione”.

Se, per la sinistra, dunque, cambiare significa migliorare le condizioni di vita di chi sta peggio, per la destra, significa peggiorare le condizioni di vita di chi sta meglio. E dato che – soprattutto in società come la nostra (drammaticamente condizionate da un’evasione fiscale esorbitante e totalmente fuori controllo) – dare a qualcuno significa, inevitabilmente, togliere a qualcun altro, la sinistra lotta per ottenere il cambiamento, la destra, per impedirlo.

Vade retro redistribuzione!

Tra i temi che più infiammano il conflitto, la famigerata questione della redistribuzione della ricchezza. Questione tutt’altro che irrilevante, visto che l’1% degli italiani possiede un quinto (22%) della ricchezza del Paese. Non solo: mentre, negli ultimi vent’anni, lo 0,1% dei super-ricchi ha visto raddoppiare la propria ricchezza media (da 7,6 a 15,8milioni), il 50% povero ne ha perso addirittura l’80%, passando da 27mila a 7mila euro. Non stupisce, allora, che la questione redistribuzione sia tanto amata a sinistra, quanto odiata a destra.

Il nostro Paese somiglia a una scuola elementare nella quale pochissimi bambini hanno l’astuccio pieno, mentre la stragrande maggioranza di loro non ha nemmeno una penna. E, quando, i maestri si azzardano a chiedere ai bambini con l’astuccio pieno di dare una penna ai loro compagni che non ne hanno, i genitori dei primi protestano vibratamente con il Direttore, chiedendo che le penne vengano restituite ai legittimi proprietari. E, così, mentre la stragrande maggioranza di genitori rivendica – inascoltata – il diritto di tutti i bambini ad avere almeno una penna, un’esigua – ma decisamente più “pesante” – minoranza di loro fa quadrato per tutelare il diritto dei propri figli a possedere tutte le penne che vogliono.

Il privilegio è un diritto?

È proprio la pretesa – né innocente né innocua – di far passare per “diritti” certi “privilegi” ad alimentare la seconda, e più grande, differenza tra le due “culture”: il movente.

Le politiche di sinistra nascono dal bisogno di rivendicare i diritti di chi-non-ha (o ha meno), nella convinzione che – in una democrazia moderna, veramente degna di questo nome – spetti allo Stato ridurre o compensare (eliminarle è, ormai, impossibile) le distorsioni e le iniquità prodotte dalla società. Quelle di destra, invece, dalla volontà di mantenere – meglio: continuare ad accrescere – i privilegi di chi-ha-di-più.

Domanda di giustizia vs domanda di ingiustizia

Il bisogno di rivendicare certi diritti essenziali si traduce, così, in una “domanda di giustizia” (equità, pari opportunità, welfare, solidarietà…), alla quale si oppone la “domanda di ingiustizia” di quanti vogliono mantenere o accrescere certi privilegi. Domanda, quest’ultima, che si fonda su una serie di corollari del falso e illiberale teorema “Volere è potere”. Teorema di grande successo, che è sintesi – tanto subdola quanto efficace – di avidità, furbizia, falsità e paternalismo di un’ideologia – “Greed is good” – che ha radicalizzato il Capitalismo. Radicalizzato e disumanizzato, fino al punto di liberarlo da qualunque vincolo – statuale, normativo, etico – e renderlo l’unica divinità i cui templi sono sempre più gremiti di fedeli. Molti dei quali invocanti, con sempre maggiore spudoratezza, “sacrifici umani”.

Dio è morto ma il Capitalismo è vivo e lotta contro di noi

Se “Dio è morto”, il Capitalismo non è mai stato così vivo né così adorato. Tra i principali corollari di “volere e potere”, alcuni evergreen immortali, quali “la povertà è una colpa” o “il lavoro c’è: è la voglia di lavorare che manca!”. Del resto, si sa: i giovani sono tutti “bamboccioni”, “choosy” e “sfigati”. Ricordate? I “cervelli” in fuga? Ingrati, traditori, disfattisti, che hanno sputato nel piatto che li ha nutriti.

Nessuno, però, che spieghi come mai, allora, negli Stati Uniti – patria del “sogno americano” (declinazione a stelle e strisce di “volere è potere”) oltre che una delle più importanti cattedrali del turbo-capitalismo amorale – da mesi, ormai, vada avanti la cosiddetta “Great Resignation”, con milioni di persone in fuga dal lavoro (4,3 nel solo mese d’agosto), e molte aziende – tutt’altro che di secondo piano – costrette a correre ai ripari, offrendo premi d’ingaggio, anche piuttosto consistenti, nella speranza di attrarre personale.

Se – come recita un altro classico di questa “teologia della sottomissione” – “il lavoro nobilita l’uomo”, perché, allora, milioni di persone decidono di rinunciare ai loro privilegi araldici?

Tra gli evergreen, non mancano, ovviamente: “l’assistenza è un regalo a fannulloni e furbetti” (accompagnato dall’ipocrita “se uno ha fame, non dargli un pesce: insegnagli a pescare”); la sanità pubblica? Una follia! “Perché i sani dovrebbero pagare le cure ai malati?” (massime analoghe riguardano anche il rapporto lavoratori/pensionati); l’istruzione obbligatoria? Uno spreco! “Perché pagare per chi non ha nessuna voglia di studiare e che finirà solo con l’ingrassare le fila di disoccupati e mantenuti?”.

Ovviamente, è solo perché sono tutti “bamboccioni”, “choosy” e “sfigati” che, nel nostro Paese, i cosiddetti “Neet” (giovani che non studiano e non lavorano) sono 2,1 milioni: il 23,3% della popolazione compresa tra 15 e 29 anni. Il dato più alto in tutta la UE, dove la media (13,7%) è 10 punti sotto la nostra.

Maggioranza debole palla al piede della minoranza forte

Mentre la sinistra ritiene che lo svantaggio sociale sia una condizione reale: il frutto avvelenato degli squilibri di una società costruita e gestita in modo da dare tantissimo a pochi e pochissimo a tanti (la ricchezza dei pochi, del resto, non può che fondarsi sulla povertà dei tanti), la destra considera la maggioranza debole della società una zavorra. Zavorra che impedisce alla minoranza forte di raggiungere le altezze che sarebbe in grado di raggiungere – e superare all’infinito – se non fosse costretta a sobbarcarsi il peso morto di orde di malati, pensionati, “anziani improduttivi” (ricordate?), casalinghe, donne incinte, giovani scansafatiche e indigenti. Sono poco più di due milioni (il 7,7%) le famiglie italiane e oltre 5,6 milioni le persone (9,4%) che vivono in povertà assoluta, mentre più di 2,6 milioni di famiglie (10,1%) e 8 milioni di persone (13,5%) vivono in povertà relativa.

Di segno opposto, a seconda del credo politico, le domande che questi dati drammatici suscitano:

“Se, malgrado questo, siamo l’ottava economia del Mondo, quante posizioni della classifica scaleremmo, liberandoci di questi 13,6 milioni di poveri?”

“Più di 13 milioni di poveri: un italiano su quattro: è questo il prezzo da pagare per essere l’ottava economia del mondo? Può un Paese così essere definito ricco ed evoluto?”.

La “Sindrome di Jumint”

Eppure, in tanti, anche tra chi-non-ha o chi-ha-meno, si schierano, rabbiosamente, a destra. Probabilmente, per una sorta di variante della Sindrome di Stoccolma: la “Sindrome Jumint”. Qualcosa di simile a quel processo di identificazione/proiezione che spinge milioni di persone a tifare per le squadre che vincono sempre (o quasi), come Juve, Milan e Inter. Jumint, infatti, non è altro che l’acronimo che si ricava fondendo le sillabe iniziali dei nomi di quelle tre squadre. Squadre che, su 119 campionati, ne hanno vinti la bellezza di 73: più del 60%.

Il tifoso – come anche il militante politico – ovviamente, non vince nulla. E nessuno di loro gode degli ingaggi milionari e dei benefit di cui godono i suoi beniamini (sportivi e politici – sia detto per inciso – sono categorie piuttosto ben rappresentate anche nei famigerati Panama Papers e Pandora Papers). Eppure – grazie a questa identificazione, che Freud considerava “la più primitiva e originaria forma di legame emotivo” – sia tifosi che militanti provano la stessa gioia per le vittorie (sportive o elettorali che siano) dei loro idoli. E anche lo stesso senso di potenza che tali vittorie trasmettono.

Razionalmente, sanno tutti benissimo che si tratta di gioia effimera e potere inesistente. Ma non gli importa. È l’emotività a muoverli, non la razionalità. (Altrimenti la “Sindrome Jumint” non li avrebbe contagiati). L’ebbrezza che ricavano da quella doppia illusione basta e avanza. Sono persino in grado di accettare una sconfitta. A una condizione, però: che i tifosi delle “squadre” nemiche non abbiano a provare quella gioia e quel senso di potenza che a loro sono stati negati.

Solo una cosa è in grado di farci sopportare una mancata felicità: la mancata felicità del nostro nemico. Se, poi, tale mancanza lo getta nell’infelicità, allora il nostro malessere si trasforma, istantaneamente, in felicità.

Solo una erre, dunque, distingue il malessere interiore che ci porta a tifare per una o l’altra “squadra”: a ……, si chiama rabbia, a …., rodimento di culo. Fill the blanks, please.