Carnevale. Origine, maschere e tradizioni della festa più popolare

Carnevale

Dal folclore primitivo alle maschere della Commedia dell’Arte, il canovaccio del Carnevale è sempre quello: il rovesciamento comico del potere e dei potenti. Un riso che può sorgere soltanto da un divertimento pubblico e di piazza. Ne parliamo in questo articolo tratto dal numero di Gennaio/Febbraio/Marzo 2022 di VéGé per voi, magazine del Gruppo VéGé diretto da Paolo Marcesini.

A Carnevale ogni scherzo vale. Carnevale è il tempo della sospensione delle regole, scritte e non scritte, che governano la nostra quotidianità. Carnevale è il tempo del riso che avvicina ciò che è lontano, spesso intoccabile, e lo rovescia prendendosene gioco e riportando in luce la potenza più vitalistica, autentica e carnale della vita.
Sono due gli elementi che fanno subito il Carnevale: la maschera e la piazza.

Nella storia, le prime maschere sono quelle del buffone, dello sciocco e del furfante. E se si cala lo scandaglio storico sarà difficile toccare il fondo, tanto la loro origine si perde nella profondità del folclore primitivo e si intreccia alle prime forme cultuali. Il buffone e lo sciocco, e, in misura minore, il furfante sono lontani dalle cose del mondo e fuori dalle gerarchie sociali, e spesso non capiscono (o non vogliono capire) le regole che le governano. Da qui provengono i particolari diritti e i privilegi di cui godono e per questo sono diventati le maschere che possono ridere di tutto ed essere a loro volta oggetto di riso. Un riso che può sorgere soltanto da un divertimento pubblico, che chiede la partecipazione popolare per portare in piazza e rendere visibili quelle caratteristiche ridicole che accomunano tutti gli uomini e sono legate alla materialità della condizione umana, alle piccole debolezze e miserie che ne derivano, ai desideri e sentimenti più elementari, spesso tenuti nascosti o mistificati da un apparato di norme e convenzioni.

In questa azione di “smascheramento” pubblico, diventa allora fondamentale la maschera del personaggio che la compie, sia perché legittima il ruolo, sia perché assicura quell’anonimato necessario al movimento trasgressivo e liberatorio del Carnevale.

Quanto più la società impone regole severe o vede forti disequilibri al proprio interno, tanto più la festa accentua il suo carattere vitalistico e di rottura. Non a caso fu proprio la Repubblica di Venezia, la cui vita pubblica era governata in modo molto rigido, a riconoscere il Carnevale nel 1094.
Nel corso del Medioevo, la festa si radica nella tradizione religiosa cristiana e nelle diverse tradizioni locali. Lo stesso nome potrebbe significare carnes levare (“togliere la carne”) o carne vale (“carne, addio”), riferendosi ai digiuni quaresimali, che si aprono dopo il martedì grasso. Una festa dalla datazione variabile dunque, perché dipende da quando cade la Pasqua (quest’anno va dal 13 febbraio al 1 marzo).

Durante il Medioevo, il Carnevale, chiamato anche la Festa dei pazzi (festum stultorum), veniva celebrato persino nelle chiese, come momento di trasgressione compensativa dell’austerità della dottrina cristiana. Anche l’espressione “scherzi da prete” proviene da qui, perché spesso era proprio il prelato a organizzare burle e pantomime in chiesa per far ridere i fedeli e rallegrarli in vista dei quaranta giorni di quaresima.

Le maschere della tradizione Italiana

Dall’intreccio di tradizioni locali arcaiche, festeggiamenti pubblici e forme popolari come il teatro dei burattini e la Commedia dell’Arte, nascono le maschere di Carnevale, personaggi riconoscibili per il costume tradizionale e per il carattere molto spiccato, in una sintesi che spesso risale alla straordinaria bravura degli attori che li interpretavano nelle piazze e nei teatri.
La più antica fra queste maschere sembra che sia Arlecchino, originaria di Bergamo, che nasce dall’incontro e dalla contaminazione di diverse tradizioni: i personaggi diabolici farseschi della tradizione popolare francese, da una parte, e lo Zanni, il servo sempliciotto che viene dalla campagna, già protagonista del teatro comico romano (Sannione), citato anche da Cicerone. Ma la radice del suo nome è di origine germanica: “Hölle König”, diventato prima “Helleking” e poi “Harlequin”, che vuol dire “Re dell’Inferno”. Senza dimenticare che anche nell’Inferno dantesco c’è un demone di nome Alichino, alla testa di una schiera diabolica.
Nel 1700, che è stato il secolo d’oro del Carnevale, Arlecchino diventò la maschera per eccellenza grazie a Carlo Goldoni, che nella sua commedia Arlecchino servitore di due padroni ne sancì l’identità di personaggio sempre affamato, simpatico, astuto, malizioso e vincente. E il suo costume multicolore fatto di tante pezze cucite insieme resta uno dei più noti.
Ogni regione ha dato i natali a maschere tradizionali. Da Venezia arriva Pantalone, l’anziano mercante ricco e avaro, sensibile al fascino delle donne giovani, che diventa il ridicolo antagonista degli Zanni, come Arlecchino, ma anche come Brighella, sempre originario di Bergamo, che dello Zanni è la versione più litigiosa, insolente e furfantesca, e come Meneghino, originario di Milano, che è invece il servo della domenica, quello più ingenuo, goloso e mite. Da Bologna, la città della prima università italiana, viene Balanzone, il cui nome deriva da “bilancione”, il simbolo della legge, saccente e noioso, è il dotto il cui sapere si rivela alla fine sostanzialmente fumoso e inutile. A Genova, la maschera è quella di Capitan Spaventa, il soldato superbo, ambizioso, vanitoso e sognatore, dall’aspetto elegante, i lunghi baffi, un naso spaventevole e una smisurata spada su un fianco. Da Firenze proviene Stenterello, dall’aspetto gracile dello “cresciuto a stento”, caratterizzato dall’essere chiacchierone e pauroso, impulsivo e astuto, intrigante e sempre dotato di battuta pronta. A Roma la maschera è quella di Rugantino, il cui nome deriva da “ruganza” che in romanesco vuol dire arroganza: un giovane strafottente e litigioso, presuntuoso e inconcludente, in origine vestito da gendarme, ma in tempi più recenti con panni civili.
A Torino troviamo Gianduia, galantuomo simpatico, arguto e furbo, conosciuto da tutti come ‘Gioan d’la douja’ perché ovunque vada chiede sempre un boccale di vino (douja, in dialetto piemontese). Sempre da Venezia, anche se si rintracciano antecedenti nelle commedie di Plauto, proviene Colombina, che è la servetta graziosa, vivace, astuta e intrigante, molto corteggiata ma sempre fedele al suo Arlecchino.
Infine, a Napoli nasce Pulcinella, la maschera più universale della tradizione italiana, lo Zanni partenopeo, che non si arrende alle difficoltà e trova sempre il modo di arrangiarsi facendosi beffe dei potenti, senza perdere il sorriso e l’allegria. Chiacchierone inopportuno – il segreto di Pulcinella è quello che tutti conoscono -, ha il volto coperto da una mezza maschera che lascia libero il viso dalla bocca in giù, ha un enorme naso ricurvo, il viso disseminato di rughe, occhi piccolissimi e una voce molto stridula. È la maschera più diffusa nel mondo, grazie all’attività di artisti emigrati nei secoli: in Inghilterra, dove si è trasformata in Mr. Punch, in Francia (Polichinelle), in Russia (Petruska), in Spagna (Don Cristobal) e Germania (Kaspar).

Il Carnevale in Italia

Carlo Goldoni, in una poesia dedicata al Carnevale, scrive: ““Qui la moglie e là il marito/Ognuno va dove gli par/ Ognun corre a qualche invito,/ chi a giocar chi a ballar”. È questo lo spirito della festa a Venezia, dove per una decina di giorni, tra le calli della meravigliosa città, si svolge una continua rappresentazione di teatrale allegria e giocosità, uno spettacolo di dame e cavalieri che si snoda da piazza San Marco verso campi e campielli, per celebrare un mondo fatto di balli, scherzi e galà.

A Viareggio la tradizione delle sfilate di carrozze addobbate a festa nella storica Via Regia risale al 1873, ed è diventato un appuntamento apprezzato a livello internazionale con i suoi carri allegorici, veri e propri monumenti tradizionalmente costruiti in legno, scagliola e juta, modellati da scultori locali ed allestiti da carpentieri e fabbri che in Darsena lavoravano nei cantieri navali. È invece del 1931 la prima apparizione di Burlamacco, la maschera simbolo di Viareggio, ideata da Berto Bonetti, pittore e grafico futurista, che apparve in compagnia di Ondina, bagnante simbolo della stagione estiva.

Il carnevale di Putignano ha origini antichissime e risale al 1394, legata com’è alle tradizioni contadine. Celebra infatti i riti della fertilità della terra che si risveglia dopo la stagione invernale e torna alla fecondità. Il riso in questo caso ha anche una valenza propiziatoria, perché capace di scacciare gli spiriti maligni e di garantire buone annate.

Anche il Carnevale piemontese di Santhià risale al XIV secolo: un documento del 1318 citava l’esistenza di l’Abbadia, una sorta di associazione giovanile laica, chiamata Abbadia, che già allora era impegnata ad organizzare balli e festeggiamenti carnevaleschi che celebravano la rivincita del popolo contadino sulla “schiavitù della fame”.
Ad Ivrea è tradizionale a Carnevale la Battaglia delle Arance e il Corteo Storico che sfila per le vie del centro. In Sicilia sono famosi il Carnevale di Acireale, gemellato con il Carnevale di Viareggio e spesso ospite di maschere di Venezia, con i suoi carri di grandi dimensioni addobbati con centinaia di fiori che, grazie ai movimenti meccanici e alle luci, compongono spettacolari figure; e quello di Sciacca, con il suo re del Carnevale chiamato Peppe Nappa che che, sfilando per le vie della città insieme a carri allegorici e satirici dei potenti locali, ma non solo, distribuisce vino e salsicce alla brace per tutta la durata del Carnevale.

Carnevale, la festa dei golosi

In ogni festa che si rispetti, il cibo è un ingrediente importante, ma a Carnevale ha il ruolo di protagonista.

Per il suo carattere di piazza, il Carnevale è la festa dello street food per eccellenza, dai tempi che furono ai giorni nostri: il fritto. Una tradizione che risale alle “frictilia” della Roma antica, i dolci fritti nel grasso e guarniti di miele preparati durante i saturnali, le feste in onore di Saturno, ma anche richiama il banchetto in piazza, i profumi, la libertà e l’abbondanza raccontati in uno dei miti più diffusi della tradizione medioevale europea: quello del paese di Cuccagna, “dove chi manco lavora più guadagna”, un luogo di delizie dove ovunque si trovano tavole imbandite e ognuno può servirsi a sazietà, mentre in mezzo scorre un vero fiume di vino.

E allora i dolci del Carnevale sono chiacchiere, tortelli, gale, crostoli, lattughe, struffoli, sfinci, castagnole, frappe, bugie, zeppole al miele, impannucati, ciambelle, baci di carnevale, tutti dolci fritti, serviti caldi e croccanti, a volte ricoperti da un velo di zucchero o di miele, da consumare in cartocci mentre si fa baldoria in strada. Ingredienti e ricette possono variare da regione a regione, in base alle tradizioni locali, ma la costante è che siano fritti, grassi e dolci (anche se per esempio le crespelle siciliane sono salate, a base di ricotta fresca e acciughe). Nelle Marche per esempio le frittelle sono fatte con metà farina e metà patate; sulla costiera adriatica troviamo ravioli fritti e dolci ripieni con frutta secca, miele e spezie. Andando al sud le frittelle diventano sempre più dolci: con mandorle, fiori d’arancio e miele in Sicilia, con miele e formaggio fresco le sabaudas tipiche in Sardegna.