L’intrattenimento lenisce la noia, la cultura coltiva la gioia.

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Foto di Mohamed Hassan da Pixabay

“Vasilij Grossman (1905-1964): “Ci sono libri, invece, che fanno dire con gioia a chi li legge: – Anch’io ho pensato e provato qualcosa di simile e lo provo ancora; anch’io l’ho vissuto sulla pelle! L’arte di questo tipo non separa l’uomo dal mondo, ma al mondo, alla vita, agli altri uomini lo unisce.”

C’è un brano di Vasilij Grossman (1905-1964), tratto da “Stalingrado”, appena pubblicato da Adelphi, che dà un’idea precisa di politica culturale di cui oggi si sente forte la mancanza.

Il fatto è che viviamo in un’epoca in cui la dittatura della comunicazione e del marketing spingono all’intrattenimento, che allontana la cultura dalla primaria funzione di orientamento verso la comprensione del contesto in cui viviamo, pensiamo, addestriamo le nostre sensibilità e coltiviamo i nostri interessi. Scrive, dunque, Grossman:

“Quando leggiamo libri cervellotici, quando cervellotica e complessa è la musica che ascoltiamo, o la pittura che guardiamo, che ci turba proprio perché inintelligibili, il pensiero che ci assilla e ci affligge è: quanto sono straordinari, complicati, difficili e incomprensibili le idee, le emozioni e le parole dei personaggi dei romanzi, i suoni di certe sinfonie, i colori di certa pittura!

E quanto sono diversi da quelli che sperimento io insieme a chi mi sta accanto! È un mondo altro e ben poco ordinario, al cui cospetto noi e la nostra vita semplice ci sentiamo intimoriti; ragion per cui è senza alcuna gioia e senza emozione alcuna che leggiamo quei libri, ascoltiamo quella musica e guardiamo quelle tele.

La trina complessa, pesante e invalicabile di quel tipo di arte è un’inferriata ruvida di ghisa fra l’uomo e il mondo.

Ci sono libri, invece, che fanno dire con gioia a chi li legge: – Anch’io ho pensato e provato qualcosa di simile e lo provo ancora; anch’io l’ho vissuto sulla pelle!

L’arte di questo tipo non separa l’uomo dal mondo, ma al mondo, alla vita, agli altri uomini lo unisce. L’arte di questo tipo non usa lenti colorate e ‘astruse’ per guardare alla sua esistenza.

Quando leggiamo quelle pagine, è come se la vita entrasse dentro di noi, come se accogliessimo nel nostro sangue, nella nostra mente e nel nostro respiro tutta l’immensità e la complessità dell’esistenza umana.

Tanta semplicità, però, è la semplicità suprema della luce bianca che nasce dal complesso spettro cromatico delle onde luminose.

Tanta semplicità tersa, placida e profonda ha in sé la verità dell’arte autentica.

È come acqua di sorgente che lascia vedere il fondo, i ciottoli, il verde, ma che oltre ad essere trasparenza è anche specchio: in quell’acqua l’uomo vede riflesso sé stesso e il mondo in cui lavora, combatte, vive.

L’arte, insomma, combina la trasparenza del vetro alla potenza di uno specchio perfetto sull’universo. Non solo l’arte. Vale lo stesso anche per le vette della scienza e della politica.”

(Cfr. V. Grossman, “Stalingrado”, pagg. 373 e 374, Adelphi 2022).

Ecco. In assenza di una vera e propria politica culturale, il vuoto viene occupato dall’intrattenimento, una serie di prodotti di largo consumo forniti dal marketing, che ci allettano con le piattaforme tv, il cinema degli effetti speciali, i concerti – evento, le grandi mostre d’arte, i libri best-seller.

L’intrattenimento vuole allontanarci dalle incombenze quotidiane, per distrarci, divertirci, fornirci emozioni, offrirci una ricreazione dalla monotona realtà, cui poi tornare, frastornati ma docili, come dopo una sbronza.

La cultura è, invece, partecipazione individuale e collettiva alla fruizione di un bene comune: un libro, un brano, un quadro, un film o una pièce danno vita a riflessioni, a consapevolezza, a presa di coscienza perché mettono, appunto in comune, una visione condivisa della realtà, per capirla meglio, migliorarla, se non addirittura cambiarla.

L’intrattenimento combatte la noia, la cultura coltiva la gioia, per dirla come l’ha detta Grossman.

In Italia c’è una vastissima rete culturale di base, ramificata nel sociale, con solide radici nel territorio.

Si auto-finanziano, auto-organizzano, riescono a fare cultura perché hanno sèguito, perché sono presìdi di socialità.

Ma rimangono a livello endemico, perché le istituzioni culturali pubbliche, sia a livello statale che a livello territoriale non producono linee – guida di politica culturale, al massimo assegnano loro un ruolo sussidiario parziale delle carenze sia di idee che di finanziamenti.

È segno dei tempi, in un paese i cui governi da anni usano le risorse destinate alla cultura per altri scopi, spesso mancandone addirittura gli obiettivi, col risultato di essere diventati noi tutti poveri d’idee, privi di stimoli, spettatori nevrotici di politiche aride, spoglie di prospettive di crescita, non solo economica, ma anche personale; crescita di cui parla la Costituzione quando impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la prosperità dei singoli.

Ci sarebbe da chiedersi cosa saremmo disposti a fare per socializzare una visione lungimirante del ruolo della cultura nella nostra società, capace di ritessere la trama della coesione sociale e rompere con la consuetudine degli ultimi anni.

Sarebbe tempo, dunque, di spiccare un salto in avanti, svincolarsi dalle solite pastoie, e agire perché la cultura sia il propellente del motore del cambiamento e della trasformazione, senza i quali neppure le cosiddette transizioni ecologiche e tecnologiche riusciranno a concretizzare le aspettative.

Diventa, allora, necessario organizzarsi e agire per condizionare le scelte politiche delle istituzioni pubbliche e private, e non il contrario, come vorrebbero l’establishment degli intellettuali “organici” alle élite, le forze politiche, le industrie culturali, con l’incessante lavorìo dei loro reparti marketing.

C’è da andare oltre “la trina complessa, pesante e invalicabile di quel tipo di arte [che] è un’inferriata ruvida di ghisa fra l’uomo e il mondo”, come ci direbbe ancora oggi Vasilij Grossman.