Te la ricordi la zuppa di latte?

latte

Lo confesso, ho rubato un libro a Carlo, detto ”Carlin”, Petrini.
Mi spiego.
Dopo una giornata intensa all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo parlando di perdita del valore del cibo in previsione di un convegno che si sarebbe svolto la mattina dopo, mi inerpico in una complicata discussione non preparata sul latte, e di come un archetipo nutrizionale simbolo materno della nostra evoluzione sia diventato ormai il paradigma della poco consolatoria idea di una modalità di consumo che lo ha fatto sparire dagli scaffali dei supermercati, sostituito da tanti altri “latti”, che durano di più, senza lattosio, con Omega 3 e con molto più quello e molto meno di quell’altro.

Il latte insomma non c’è più.
Gli allevatori che conferiscono il loro prodotto alle Latterie del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, grazie a un accordo di filiera, riescono a valorizzare il frutto delle loro fatiche e stanno bene, quelli che fanno “solo” il latte lo vendono sottocosto all’industria e stanno sparendo. E prima di loro sono sparite le bottiglie di latte consegnate a casa la mattina presto e le buste di quello interno da un litro che compravi al supermercato controllando la data di scadenza. Mettevano davanti le buste che scadevano prima, ma le nostre mamme, più furbe, ci avevano insegnato a prendere le buste dietro. E sempre le mamme, se il latte stava per scadere, preparavano budini, torte e creme. Il latte in casa era una festa.

Ma perché ho rubato un libro?

Innanzitutto i libri non si rubano mai per necessità o per bisogno. I libri li rubi solo per non perderli. E quando non puoi comprarli. Spesso diventano occasione, inciampo, coincidenza, conferma, fatalità, ricordo. Ricordo un episodio di qualche anno fa. Avevo espresso il desiderio di leggere un titolo di narrativa molto commerciale e, dopo qualche ora, me lo sono ritrovato in mano in una bancarella dell’usato. Perché i libri, quando li chiami, arrivano sempre.

Dopo cena, dove per l’ennesima volta (a proposito di latte) ho mangiato la panna cotta “più buona del mondo” (citando Silvio Barbero), torno in camera da letto e sul comodino ad aspettarmi c’è un libro di cortesia. Un piccolo libro che leggi in mezz’ora e che racconta molto meglio di me tutto quello di cui ho parlato con improvvisata, colpevole e insufficiente competenza.

Carlin ci trasporta nel rifugio di una memoria antica per dirci che sono sparite le zuppe di latte con quella pellicola meravigliosa di grasso che si formava sulla superficie del pentolino quando lo scaldavi. Era la merenda delle nonne. E la perdita del valore del latte è come la perdita di una nonna. Toglie al mondo un pezzo di memoria del gusto. Leggo: “E infatti non è un caso che dopo le latterie di paese abbiano cominciato a chiudere anche le stalle, ogni anno in numero crescente. E neanche noi, in quanto consumatori, possiamo più trattare. Quel litro di latte lo paghiamo un euro se è stato scremato, privato cioè dei valori nutritivi, e pastorizzato fino a ucciderne il gusto. Più di un euro, invece, se lo hanno microfiltrato per farlo durare di più, se gli hanno aggiunto Omega 3 o altri elementi che ciclicamente diventano, o tornano, di moda. Prendere o lasciare!”

Ho rubato il libro.
Mica potevo lasciarlo sul comodino.