Argea porta la dealcolazione in Italia. E scommette sul vino del futuro
C’è un segmento del mercato vinicolo globale che cresce mentre il resto arranca. Si chiama No-Lo — acronimo di no and low alcohol — e in pochi anni è passato da curiosità di nicchia a fenomeno strutturale. In questo scenario si colloca la scommessa strategica di Argea, il più grande polo vinicolo privato italiano, che ha deciso di fare del vino dealcolato un pilastro del proprio sviluppo futuro.
Nata dall’unione di importanti realtà vitivinicole italiane, Argea è oggi uno dei principali gruppi del settore a livello nazionale e internazionale, con un portafoglio che comprende marchi storici e denominazioni rappresentative di diversi territori. Il gruppo esporta il 93% delle bottiglie prodotte in oltre 85 Paesi, con un quarto dei ricavi esteri generato negli Stati Uniti, e fattura circa 465 milioni di euro.
Il progetto: un impianto tutto italiano
Fino a oggi, come molti competitor, Argea ha prodotto i propri vini dealcolati all’estero. Argea e Mionetto hanno finora utilizzato strutture tedesche per la dealcolazione. Ora il gruppo ha deciso di cambiare passo. Argea ha già completato la fase progettuale e predisposto la collocazione delle nuove linee di dealcolazione da installare in Italia, con layout, flussi e posizionamento delle torri già definiti. L’impianto sarà realizzato presso la sede di Botter, a Fossalta di Piave, con un investimento compreso tra 2 e 3 milioni di euro, una capacità pensata per i primi tre-quattro anni e già scalabile in futuro, e un orizzonte temporale fissato entro il primo semestre del 2026.
Nel prossimo triennio Argea ha annunciato investimenti complessivi per 35 milioni di euro, oltre ai circa 60 milioni già stanziati dalla sua nascita, in gran parte spesi per rimodernare le cantine.
Sul piano tecnologico, il salto è significativo. Finora veniva utilizzata la distillazione sottovuoto, mentre il nuovo impianto adotterà un sistema a membrane, successivamente integrato dalla distillazione sottovuoto — un approccio più evoluto e orientato a preservare aromi e struttura del vino in modo sempre più efficace. Portare la produzione in Italia, spiega l’AD Massimo Romani, permetterà anche di fare ricerca e sviluppo con una libertà finora impossibile lavorando in impianti altrui. Non da ultimo, il fornitore degli impianti è italiano, e il trasferimento della produzione ottimizzerà i trasporti, rendendo il processo più sostenibile.
L’ostacolo normativo: si aspetta il Mef
L’ultimo tassello mancante è il chiarimento del Ministero dell’Economia e delle Finanze riguardo alla gestione delle accise sull’alcol che si ottiene dal processo di dealcolazione, oggi a rischio di essere impropriamente assimilato a quello di una distilleria. Una volta ottenuto il via libera, l’installazione dell’impianto richiederà circa sei mesi.
Il mercato: una nicchia in espansione
In Germania, i vini spumanti dealcolati rappresentano già il 7% del mercato; negli Stati Uniti il settore no-alcol e low-alcol ha superato il miliardo di dollari; a livello globale il mercato dei vini dealcolati vale circa 2,57 miliardi di dollari. Un’indagine Uiv-Vinitaly e SWG ha stimato un potenziale interesse di oltre 1 milione di non bevitori e 14 milioni di consumatori di vino italiani che valutano il vino dealcolato come alternativa valida.
Per Argea si tratta di intercettare un pubblico nuovo senza cannibalizzare quello esistente. I giovani cercano vini meno strutturati e più adatti a occasioni di consumo informali: non si tratta di abbandonare i rossi, ma di fare innovazione in cantina, sulla sostenibilità, sulle etichette, sul modo di comunicare. Tra le ultime novità del gruppo c’è il lancio di Brilla! 0.0, uno spumante pensato per una bevuta fresca e conviviale senza alcol. Attualmente i dealcolati rappresentano 400mila bottiglie su 165 milioni totali prodotte dal gruppo — ancora una nicchia, ma con un potenziale di crescita che il management considera strutturale.
Argea e il vino senza alcol: quando l’Italia prova a recuperare il ritardo
C’è un segmento del mercato vinicolo globale che cresce mentre il resto arranca. Si chiama No-Lo — acronimo di no and low alcohol — e in pochi anni è passato da curiosità di nicchia a fenomeno strutturale. In questo contesto si colloca la scommessa di Argea, uno dei principali gruppi vinicoli italiani, che ha deciso di puntare con decisione sui vini dealcolati.
Argea nasce nel 2022 dall’unione di due marchi storici del vino italiano, Botter e Mondodelvino, con la partecipazione del fondo Clessidra. Il gruppo ha oggi un giro d’affari di 450 milioni di euro, in leggera crescita rispetto ai 438 milioni dell’anno precedente, con 180 milioni di bottiglie vendute in 85 Paesi e un team di 500 collaboratori. Un player di peso, quindi, che ha scelto di non restare a guardare la trasformazione in corso.
Argea ha investito nel segmento con il lancio di una gamma di otto referenze, coprendo tutte le tipologie principali: dai rossi ai bianchi fino agli sparkling. I prodotti utilizzano tecnologie avanzate di dealcolazione tramite distillazione sottovuoto, un processo che consente di conservare ed esaltare il profilo aromatico, con gli aromi estratti durante il processo e poi reintegrati per garantire un’esperienza autentica.
Massimo Romani, amministratore delegato di Argea, è stato esplicito sul tema al Forum Wine Monitor: «Il mercato ha accolto con interesse queste nuove proposte. Tuttavia, il vero banco di prova rimane la qualità del prodotto, ancora percepita come fattore critico. I primi tentativi di dealcolazione hanno prodotto risultati poco soddisfacenti, ma negli ultimi due anni i progressi sono stati significativi e i prodotti oggi sul mercato sono decisamente migliori».
Il contesto normativo italiano ha a lungo frenato i produttori. Solo dal 20 dicembre 2024, con il Decreto Ministeriale n. 672816, l’Italia ha introdotto una disciplina che consente la produzione e la commercializzazione di vini dealcolati, definendo limiti, modalità di etichettatura e la soglia dello 0,5% vol. come criterio per la categoria. Un ritardo che ha costretto molti operatori ad affrontare complicazioni logistiche e di costo, rivolgendosi a produzioni estere.
Lo scenario di mercato che si apre è però promettente. Il mercato globale della categoria No-Lo vale oggi 2,4 miliardi di dollari ed è destinato a raggiungere i 3,3 miliardi entro il 2028, con un tasso di crescita annuale composto dell’8% in valore e del 7% in volume. Secondo l’IWSR, il mercato globale delle bevande analcoliche e a basso contenuto alcolico crescerà del 7% annuo fino al 2026, con il segmento del vino analcolico in particolare che registra i tassi più dinamici.
A guidare la domanda sono soprattutto i più giovani. La crescita è spinta da tendenze come il benessere e la mindfulness, e molti ristoranti e bar stanno includendo opzioni di vino dealcolato nei loro menu, rendendoli più accessibili. Non si tratta di sostituire i vini tradizionali, ma di affiancare nuove categorie in grado di intercettare un consumo più leggero e trasversale, adatto a molteplici occasioni d’uso.
Per l’Italia, il vantaggio competitivo è riconoscibile. «Il brand Italia è ancora percepito come sinonimo di qualità e innovazione — ha sottolineato Romani — dobbiamo sfruttarlo al meglio». Un patrimonio enologico senza pari, unito a tecnologie di dealcolazione sempre più raffinate, potrebbe trasformare un ritardo normativo in un punto di partenza solido per conquistare mercati dove il vino italiano è già amato: dagli Stati Uniti al Medio Oriente, passando per la crescente domanda asiatica.
La partita è appena iniziata.