Cosa succede se un medico prescrive un museo?
È una domanda che non è più ipotetica. Oggi, in almeno 11 stati americani, programmi strutturati connettono persone con bisogni di salute a risorse culturali e artistiche della loro comunità attraverso un percorso formale, figure professionali dedicate e, in alcuni casi, finanziamenti provenienti da compagnie assicurative private. Questi programmi sono al centro di uno studio pubblicato nell’aprile 2025 su The Lancet Public Health, intitolato Social prescribing in the USA: emerging learning and opportunities e realizzato dai ricercatori dell’University College London e dell’University of Florida. Lo studio analizza 23 iniziative emergenti in diversi stadi di sviluppo, molte ancora nelle fasi iniziali, con l’obiettivo di capire cosa funziona, cosa ostacola e cosa si può imparare per il futuro.
Il fenomeno si chiama social prescribing o prescrizione sociale. La definizione oggi accettata a livello internazionale e citata nello studio descrive il social prescribing come un meccanismo attraverso cui figure di fiducia in contesti clinici e comunitari identificano in una persona bisogni di salute di natura non medica e la mettono in contatto con risorse e attività comunitarie, co-producendo una “prescrizione non clinica” per migliorare salute, benessere e connessione sociale. Non si tratta di sostituire la medicina con la cultura. Si tratta di riconoscere che i determinanti sociali della salute (fattori non clinici come condizioni economiche, relazioni, ambiente, isolamento) spiegano secondo l’OMS tra il 30 e il 55% degli esiti di salute della popolazione. Eppure la medicina tradizionale si è storicamente concentrata sulla componente clinica.
Gli autori ricordano che fino a oggi sono stati esplorati quasi 350 diversi esiti collegati alla prescrizione sociale: salute mentale, stili di vita, comportamenti, utilizzo dei servizi sanitari, risparmio economico. La qualità delle evidenze sta crescendo, con un numero crescente di studi clinici randomizzati pubblicati o in corso. Gli autori sottolineano tuttavia che permangono alcune debolezze metodologiche nella letteratura esistente, e che sono necessarie ulteriori valutazioni, in particolare sui risultati longitudinali e sulla sostenibilità dei programmi.
Prima di parlare di musei e laboratori artistici, è utile capire da dove viene il social prescribing negli Stati Uniti. Per gran parte degli ultimi vent’anni, i programmi americani che si occupavano dei determinanti sociali della salute si sono concentrati sui bisogni di base: cibo, alloggio, trasporti, occupazione. Un esempio è l’Accountable Health Communities Model, un programma federale pensato per collegare i pazienti Medicare e Medicaid con servizi comunitari che rispondessero a questi bisogni primari. Questi programmi condividono molte caratteristiche con il social prescribing globale, ma non sono stati storicamente etichettati come tali. Solo negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno iniziato ad ampliare la portata della prescrizione sociale oltre i bisogni essenziali, con l’emergere di programmi che includono una varietà più ampia di risorse comunitarie — tra cui arti, cultura e natura. È questo passaggio che lo studio del Lancet documenta e analizza.
Chi fa il lavoro sul campo: il Link Worker
Il cuore operativo di questo modello è una figura professionale ancora poco diffusa: il Social Prescribing Link Worker. Un operatore di collegamento tra il sistema sanitario e la comunità. Il suo compito non è diagnosticare né trattare. È ascoltare e connettere. I link workers incontrano persone segnalate da medici, ospedali, servizi sociali o scuole e costruiscono con loro una conversazione centrata su una domanda fondante: “Cosa conta davvero per te?” Da quella conversazione nasce la prescrizione in forma di un’attività culturale, un gruppo comunitario, un’esperienza artistica. Lo studio precisa però che la maggior parte dei programmi non personalizza completamente le attività per ogni partecipante. Molti discutono preferenze e bisogni con i partecipanti, ma lavorano prevalentemente con le risorse comunitarie già esistenti, senza creare offerte su misura. La prescrizione è quindi orientata dalla persona, ma vincolata da ciò che il territorio offre.
I link workers svolgono un ruolo cruciale nel costruire relazioni di fiducia. L’alto turnover del personale è identificato nello studio come uno dei principali ostacoli all’efficacia dei programmi. Non esiste ancora una qualifica formale per questo lavoro: chi lo svolge attinge a competenze provenienti da lavoro di comunità, assistenza sociale, mediazione culturale. La formazione interna tende a concentrarsi sia sulle pratiche operative sia sui principi fondanti, incluso il saper condurre conversazioni efficaci del tipo “cosa conta per te”.
Il contesto americano: perché è un caso particolare
Gli USA spendono quasi il 18% del prodotto interno lordo in sanità, più di qualsiasi altro paese ad alto reddito. Eppure hanno la speranza di vita più bassa e i tassi più alti di morti evitabili tra i paesi ricchi. Il sistema è privato, frammentato, basato sulle assicurazioni. Non esiste una politica nazionale sul social prescribing. A questo si aggiunge un problema culturale e linguistico che gli autori segnalano esplicitamente: il termine social rischia di essere interpretato come “socialist or welfare approach” — un approccio assistenzialista incompatibile con la cultura politica americana, percepito come non neutro rispetto alle divisioni partitiche. I ricercatori sottolineano che il social prescribing può invece integrarsi con flussi di finanziamento privati, pubblici e filantropici. A complicare ulteriormente il quadro ci sono le profonde disuguaglianze economiche e razziali nella salute americana — rese ancora più visibili dalla pandemia di Covid-19 — e gli alti costi dell’assicurazione sanitaria, che rendono molte famiglie vulnerabili. È in questo contesto che i programmi documentati stanno cercando di operare.
Cosa documentano i 23 programmi
La ricerca, condotta tra gennaio 2023 e luglio 2024 attraverso survey e interviste con i responsabili dei programmi, ha identificato 23 iniziative in 11 stati che utilizzano risorse comunitarie per affrontare problemi di salute reali: salute mentale, isolamento sociale, obesità infantile, dipendenze. Le attività prescritte comprendono lezioni di musica, laboratori di soffiatura del vetro, escursioni nei musei, iscrizioni in biblioteca, visite a spazi naturali, workshop artistici. I programmi variano molto per dimensione: alcuni operano con budget inferiori ai 10.000 dollari, altri assistono più di 100 persone al mese con budget annui superiori ai 150.000 dollari. Quasi tutti si finanziano attraverso fonti multiple e coinvolgono più di dieci organizzazioni partner.
Tre esempi illustrano la varietà dei modelli:
In New Jersey, una compagnia assicurativa finanzia un programma del New Jersey Performing Arts Center rivolto ai propri iscritti a rischio di eccessivo utilizzo dei servizi sanitari. Un modello che dimostra come la logica economica e quella della salute pubblica possano convergere anche in un sistema privato.
In Florida, il Veterans Community Arts Referral Program è nato da una partnership tra il Veteran Affairs Medical Center e cinque organizzazioni artistiche locali, contrattualizzate e pagate per offrire gratuitamente attività ai veterani partecipanti.
Ad Atlanta, la startup Art Pharmacy ha sviluppato un motore di raccomandazione che abbina i pazienti alle attività culturali disponibili in base ai loro interessi e bisogni di salute. Il programma si sta espandendo a livello nazionale e rappresenta, secondo i ricercatori, un esempio di innovazione tecnologica nel campo che potrebbe essere esportata e adattata anche in altri contesti.
Problemi e movimenti
I 23 programmi analizzati condividono ostacoli sorprendentemente simili. Il più comune è anche il più banale: i finanziamenti finiscono, arrivano tardi, o non arrivano affatto in forma stabile. Molti programmi sopravvivono grazie ai volontari e rischiano di chiudere prima di produrre risultati misurabili. L’obiettivo di molti è lo stesso: raccogliere abbastanza dati da convincere assicurazioni e stati a inserirli nei propri piani sanitari. Una scommessa ancora aperta. Il secondo problema è la burocrazia relazionale: coordinare più di dieci organizzazioni di settori diversi (sanità, cultura, sociale, filantropia) richiede tempo e pazienza. I medici, già sovraccarichi, sono spesso i più difficili da coinvolgere. C’è poi un rischio più sottile, che i ricercatori segnalano esplicitamente: che questi programmi funzionino bene dove le risorse esistono già, lasciando indietro chi vive in contesti più fragili. I programmi più consapevoli provano a correre ai ripari rimborsando i trasporti, garantendo assistenza ai figli, co-progettando con i partecipanti orari e attività. Ma l’equità resta una questione aperta. L’unico vero abilitatore, citato trasversalmente, è uno: persone formate e stabili. Dove il turnover è alto, i programmi si sfaldano. Dove i link workers costruiscono relazioni nel tempo, i programmi reggono.
Lo studio chiude con un appello a tre categorie precise. Ai politici che devono connettere risorse culturali e strutture sanitarie, esplorare l’integrazione della prescrizione artistica in programmi come Medicare, e investire nella formazione dei link workers, magari partendo dai 63.400 community health workers già attivi nel paese, una figura in crescita del 13% entro il 2033. Con un avvertimento: il social prescribing non è un sostituto delle politiche sociali. È un complemento. Usarlo per giustificare tagli al welfare sarebbe un errore. I clinici devono formarsi e registrare le prescrizioni sociali nelle cartelle elettroniche. Senza dati, non c’è misurazione. Senza misurazione, non c’è finanziamento. E, infine, i ricercatori devono valutare con rigore e comunicare fuori dalle riviste accademiche perché i risultati devono arrivare agli operatori, ai partecipanti, al pubblico.
Questo approccio potrebbe riuscire ad attecchire persino in un sistema sanitario privatizzato, senza una politica nazionale, in un paese dove la parola “sociale” è politicamente scivolosa. E, inoltre, le lezioni apprese su cosa regge, cosa cede, chi deve fare cosa valgono ben oltre i confini americani.