Valeggio sul Mincio 2028: coltivare le persone, costruire il noi
C’è una domanda che oggi la cultura non può più evitare: a cosa serve davvero? Per molti anni la risposta è sembrata quasi scontata: produrre eventi, attrarre visitatori, rendere i territori più competitivi. Ma in un tempo segnato da guerre, crisi ambientali e fragilità sociali, questa risposta appare sempre più insufficiente. La cultura non può limitarsi a generare turismo o consumo simbolico dei luoghi, deve tornare a essere uno spazio di pensiero, trasformazione e responsabilità collettiva.
È da questa consapevolezza che nasce la candidatura di Valeggio sul Mincio a Capitale Italiana della Cultura 2028, non come semplice progetto promozionale, ma come occasione per costruire un nuovo pensiero contemporaneo che rimetta al centro ciò che oggi appare più fragile e necessario: la cura e il noi.
Una frase dello scrittore Lewis Carroll accompagna idealmente questo percorso: “Il segreto, cara Alice, è quello di circondarsi di persone che ti facciano sorridere il cuore. Ed è allora, solo allora, che troverai il Paese delle Meraviglie.” È una frase che parla di relazioni prima ancora che di luoghi, e forse il vero “Paese delle Meraviglie” non è uno spazio geografico, ma una comunità capace di generare fiducia, ascolto e possibilità.
Valeggio sul Mincio si trova in un territorio che porta nel proprio paesaggio una memoria complessa: qui si sono combattute battaglie decisive del Risorgimento italiano, qui la storia è passata lasciando tracce profonde di conflitti e trasformazioni. Oggi, però, quei luoghi raccontano un’altra storia: quella di un paesaggio restituito alla pace, alla coltivazione, alla bellezza. Questa trasformazione suggerisce un’intuizione semplice e potente: i luoghi che hanno conosciuto la guerra possono diventare laboratori di riconciliazione, non cancellando il conflitto, ma elaborandolo, trasformandolo in consapevolezza e responsabilità.
Il filosofo Martin Buber scriveva che la vita è costruzione di ponti, non ponti solo materiali, ma ponti tra persone, tra differenze, tra visioni del mondo; l’essenza della vita, diceva, non è la guerra ma l’incontro. La candidatura di Valeggio nasce proprio come un processo di costruzione di ponti. Uno degli aspetti più sorprendenti di questo percorso è infatti la mobilitazione dal basso che lo ha accompagnato: associazioni, cittadini, istituzioni e imprese hanno dato vita a un dialogo diffuso, trasformando la candidatura in qualcosa di più di un progetto amministrativo, in una esperienza di cittadinanza culturale.
Questo movimento si fonda su quattro principi semplici ma profondi: consapevolezza, pratica del dono, azione e condivisione. In altre parole, l’idea che una comunità possa crescere solo quando riconosce il valore della reciprocità e della responsabilità condivisa. In questa prospettiva la cultura torna alla sua radice più antica: coltivare.
Coltivare non significa soltanto produrre, significa prendersi cura, accompagnare la crescita, custodire ciò che è fragile. Coltivare la terra, certo, ma anche coltivare relazioni, conoscenze, sensibilità. Per questo il filo rosso del progetto è riassunto in una frase semplice: “Coltiviamo le persone.” Coltivare le persone significa riconoscere che la bellezza non nasce spontaneamente, ma è il frutto di un lavoro interiore e collettivo. Non a caso la parola “bellezza” conserva nella sua radice il termine latino bellum, guerra, come a suggerire che la bellezza è sempre, in qualche modo, una conquista sull’oscurità del conflitto. In questo senso la cultura diventa una forma di cura. Cura di sé, prima di tutto, perché non può esistere una comunità armonica senza individui capaci di ascoltarsi e conoscersi. Cura della comunità, perché le relazioni sono il tessuto invisibile che tiene insieme una città. Cura del territorio, perché il paesaggio non è soltanto uno sfondo, ma una presenza viva che partecipa alla nostra esistenza.
Il territorio del Mincio racconta bene questa relazione. Le colline coltivate, gli ulivi, i vigneti, le acque del lago di Garda e il corso del fiume Mincio compongono un paesaggio che non è solo naturale ma culturale, frutto di secoli di lavoro umano. Qui può prendere forma l’idea di un rinascimento rurale, in cui arte, agricoltura, paesaggio e comunità tornano a dialogare, non per nostalgia del passato, ma per immaginare un futuro più sostenibile e più umano.
In questa visione trova spazio anche il simbolo del Terzo Paradiso, ideato dall’artista Michelangelo Pistoletto. Il segno rielabora l’infinito aggiungendo un cerchio centrale, simbolo dell’incontro tra natura e artificio, tra ciò che esiste e ciò che può nascere. È una metafora della creatività sociale: la capacità di ricombinare ciò che già esiste per generare nuove possibilità. Il potenziale creativo non appartiene solo agli artisti, vive nel tessuto quotidiano della società: nelle associazioni, nelle imprese, nelle istituzioni, nelle decisioni apparentemente piccole che ogni giorno danno forma alla vita collettiva. Anche la scienza contemporanea sembra suggerire qualcosa di simile, là dove le ricerche sulla fisica quantistica mostrano sempre più chiaramente che gli esseri viventi non esistono in isolamento, ma dentro reti di relazione e campi di interdipendenza. Il fisico Federico Faggin parla dell’essere umano come di una realtà molto più complessa di una semplice macchina biologica, parte di una dimensione più ampia della vita. Questa intuizione scientifica dialoga con un sapere molto più antico: quello che vede l’umanità come parte di una grande armonia cosmica.
Non è un caso che proprio in queste terre abbiano trovato ispirazione figure come Virgilio, Dante Alighieri e Gabriele D’Annunzio: le loro parole continuano a vibrare nel paesaggio, come se la cultura fosse una lunga conversazione che attraversa i secoli. In questo intreccio di storia, natura e immaginazione, Valeggio sul Mincio può diventare il simbolo di qualcosa di più ampio: un nuovo Risorgimento umano.
Se il Risorgimento ottocentesco ha unificato politicamente l’Italia, oggi la sfida è un’altra: ricomporre le fratture tra individuo e comunità, tra umanità e natura, tra sviluppo e responsabilità. La cultura può essere il luogo in cui questa ricomposizione prende forma, non attraverso grandi dichiarazioni, ma attraverso pratiche quotidiane, relazioni vive, gesti di cura. Il sindaco Alessandro Gardoni lo ha espresso con una frase semplice e potente: “Il futuro ha un cuore antico.”
Forse è proprio questo il senso più profondo della candidatura: ricordare che il futuro non nasce dal nulla, ma cresce dentro una memoria, dentro un paesaggio, dentro una comunità, e soprattutto cresce quando impariamo di nuovo a coltivare le persone. Valeggio sul Mincio non ha passato la selezione, non è rientrata tra le dieci città finaliste, ma il messaggio che ha voluto lanciare come comunità, come territorio e come cultura resta, e per questo si sta continuando a lavorare, perché credere in se stessi è una forma potente di cura.