La mostra che prova a rendere l’arte contemporanea accessibile a tutti
C’è un aspetto della 108ª Collettiva Giovani Artisti della Fondazione Bevilacqua La Masa che rischia di passare in secondo piano rispetto all’attenzione normalmente riservata agli artisti emergenti e alle opere esposte. Eppure potrebbe essere proprio questo il tratto più innovativo dell’edizione 2026: il tentativo di ripensare radicalmente il rapporto tra pubblico e opera d’arte attraverso un sistema integrato di accessibilità culturale.
La Collettiva, storico appuntamento veneziano dedicato agli artisti under 30 del Triveneto, rappresenta da oltre un secolo uno dei principali osservatori sull’arte emergente italiana. Nata nel 1908 per volontà della Fondazione Bevilacqua La Masa, continua ancora oggi a svolgere una funzione che poche istituzioni riescono a mantenere con altrettanta continuità: intercettare linguaggi, sensibilità e pratiche artistiche prima che entrino nei circuiti consolidati dell’arte contemporanea. Quest’anno la manifestazione ha raccolto 320 candidature da parte di 190 artisti e selezionato 37 autori con 46 opere, confermandosi come uno dei più importanti laboratori di ricerca artistica del Nordest.
Ma ciò che rende particolarmente interessante questa edizione è il contesto nel quale si inserisce. La Collettiva arriva infatti in un momento in cui il sistema culturale europeo sta affrontando una questione sempre più urgente: come rendere accessibili linguaggi artistici spesso percepiti come complessi, specialistici o addirittura escludenti.
Il paradosso dell’arte contemporanea
L’arte contemporanea vive da anni una contraddizione evidente. Da un lato rivendica una forte dimensione pubblica e sociale; dall’altro continua a essere percepita da una parte consistente dei visitatori come un territorio difficile da attraversare.
Le statistiche sulla partecipazione culturale mostrano che le barriere non sono soltanto fisiche. Esistono ostacoli cognitivi, linguistici, economici e culturali che impediscono a molte persone di sentirsi realmente coinvolte nell’esperienza artistica.
Nel caso dell’arte contemporanea il problema è ancora più evidente. Installazioni, pratiche performative, opere processuali e linguaggi concettuali richiedono spesso strumenti interpretativi che non tutti i visitatori possiedono. Il rischio è che il museo o lo spazio espositivo si trasformino in luoghi frequentati prevalentemente da pubblici già alfabetizzati ai codici dell’arte.
La sfida dell’accessibilità oggi non riguarda quindi soltanto l’eliminazione delle barriere architettoniche, ma anche la costruzione di condizioni che consentano a pubblici differenti di entrare in relazione con le opere.
Dall’accessibilità fisica all’accessibilità culturale
È in questo quadro che assume particolare interesse il progetto sviluppato attorno alla Collettiva veneziana.
L’idea di fondo è semplice quanto ambiziosa: non progettare percorsi separati per pubblici considerati “speciali”, ma costruire un’esperienza espositiva che possa essere fruita attraverso diversi livelli di accesso e differenti modalità percettive.
Negli ultimi anni il concetto di accessibilità culturale si è evoluto profondamente. Se in passato l’attenzione era concentrata soprattutto sull’eliminazione delle barriere fisiche, oggi si parla sempre più spesso di inclusione cognitiva, multisensorialità, mediazione culturale e progettazione universale.
La domanda non è più soltanto “chi può entrare?”, ma “chi può comprendere, partecipare e costruire una relazione significativa con ciò che vede?”.
È una trasformazione che coinvolge musei, festival, teatri e istituzioni culturali in tutta Europa.

Una mostra come dispositivo relazionale
La 108ª Collettiva si presta particolarmente bene a questa sperimentazione.
La natura stessa della mostra, che accoglie opere provenienti da linguaggi molto diversi – pittura, installazione, video, performance, pratiche processuali e ricerca interdisciplinare – consente infatti di lavorare sulla pluralità delle modalità di fruizione.
Non si tratta semplicemente di rendere disponibili strumenti aggiuntivi per alcuni visitatori. L’obiettivo sembra essere quello di trasformare l’intera mostra in un dispositivo relazionale capace di attivare diversi canali di interpretazione.
In questa prospettiva l’accessibilità smette di essere un servizio collaterale e diventa parte integrante del progetto curatoriale.
È un cambio di paradigma significativo. Per molto tempo l’inclusione è stata considerata un elemento successivo rispetto alla progettazione della mostra. Prima si costruiva l’esposizione, poi si cercava di renderla accessibile. Oggi molte istituzioni culturali stanno invece sperimentando il percorso inverso: progettare l’esperienza tenendo conto fin dall’inizio della diversità dei pubblici.
Una questione politica, prima ancora che tecnica
‘aspetto forse più interessante è che l’accessibilità culturale non è soltanto un tema tecnologico.
Spesso il dibattito pubblico si concentra su strumenti digitali, audioguide, applicazioni o supporti tecnologici. Tutti elementi importanti, ma che rischiano di nascondere la dimensione più profonda della questione.
Rendere accessibile una mostra significa interrogarsi su chi abbia il diritto di partecipare alla produzione di significato culturale.
In questo senso l’accessibilità è una questione politica nel significato più alto del termine: riguarda la costruzione dello spazio pubblico e la distribuzione delle opportunità di partecipazione culturale.
L’arte contemporanea, forse più di altri linguaggi, è chiamata oggi a confrontarsi con questa sfida.
Un laboratorio per il futuro delle istituzioni culturali
La 108ª Collettiva Giovani Artisti arriva così a rappresentare qualcosa di più di una semplice mostra dedicata ai talenti emergenti.
Diventa un laboratorio nel quale si intrecciano alcune delle questioni più rilevanti per il futuro delle istituzioni culturali: l’inclusione, la partecipazione, la mediazione dei linguaggi complessi e la costruzione di nuovi rapporti tra opere e pubblici.
In un momento storico in cui molte organizzazioni culturali si interrogano su come ampliare la propria rilevanza sociale, esperienze di questo tipo suggeriscono che la risposta non stia necessariamente nell’abbassare la complessità dei contenuti, ma nel moltiplicare le possibilità di accesso ad essa.
La vera innovazione non consiste allora nel rendere l’arte più semplice, ma nel renderla più abitabile.
Ed è forse proprio questa la lezione più interessante che arriva dalla Giudecca: l’accessibilità non come concessione, ma come forma avanzata di progettazione culturale.