#Controcanto. Maurizio Maggiani e l’arte di rendere giustizia ai viventi
Quel gesto lui lo aveva raccontato una volta, e io me lo ricordo ancora bene. Nonno, seduto a capotavola, appoggiava il pane al petto e ne tagliava le fette, offrendole agli altri commensali. Un gesto antico, rituale, quasi sacro. Era l’offertorio della famiglia. In fondo, la letteratura serve a questo: a dare significato ai ricordi.
Viviamo in un tempo che produce milioni di immagini ogni giorno e ne dimentica altrettante. Fotografie che scorrono sugli schermi per pochi secondi, archiviate in dispositivi sempre più capienti e memorie sempre più fragili. In questo paesaggio dominato dalla velocità e dall’oblio, il nuovo libro di Maurizio Maggiani compie un gesto controcorrente: si ferma a guardare. Costruisce un atlante sentimentale fatto di fotografie, memorie e incontri. Un libro che parla del passato ma interroga profondamente il nostro presente.
Almanacco dei viventi, pubblicato da Feltrinelli, nasce da un episodio apparentemente semplice. Per la prima volta lo scrittore vede raccolte in un unico archivio digitale le fotografie disperse di una vita. Immagini che attraversano oltre mezzo secolo di esperienza personale: uomini e donne incontrati lungo il cammino, bambini, animali, campagne, fabbriche, montagne, periferie, stazioni ferroviarie, luoghi del lavoro e della memoria. Ogni fotografia diventa l’occasione per un racconto, ogni frammento visivo apre una storia che supera il dato autobiografico per assumere un significato collettivo.
“Questo libro è un esercizio di attenzione, perché bisogna apprendere a essere attenti per poter essere, più tardi, giusti. Cinquant’anni di storia del mio rapporto con la realtà dei viventi che ho incontrato.”
Per comprendere fino in fondo questo libro occorre però tornare alle origini narrative e letterarie del suo autore: “Scrivere è un modo per restare attaccati alla vita, per non perderne il filo mentre la si attraversa.”
Maurizio Maggiani nasce nel 1951 a Castelnuovo Magra, all’estremo levante ligure, in quella terra di confine tra Liguria e Toscana che è la Lunigiana. Una terra di vigneti, uliveti, colline, cave e torrenti che attraversa gran parte della sua opera letteraria. Figlio di una famiglia contadina, cresce in un ambiente dove il lavoro è parte integrante dell’identità individuale e collettiva e dove il rapporto con la natura è ancora quotidiano e concreto. Più volte Maggiani ha ricordato come nella sua infanzia la parola “bellezza” venisse pronunciata raramente. Esisteva però un’altra forma di armonia: quella dei filari delle vigne, dei fossi scavati con sapienza, dei gesti tramandati dalle generazioni precedenti. Un’educazione sentimentale che avrebbe lasciato un segno profondo nella sua scrittura.
Prima di diventare uno degli autori più importanti della letteratura italiana contemporanea, Maggiani ha attraversato molti mestieri e molte vite. È stato maestro in carcere, insegnante per bambini non vedenti, operaio, impiegato, fotografo, pubblicitario, operatore cinematografico, aiuto regista e venditore di pompe idrauliche. Esperienze diverse che gli hanno permesso di conoscere mondi lontani tra loro e che spiegano la straordinaria capacità di ascolto che emerge nei suoi libri.
L’esordio letterario arriva quasi per caso, grazie a un concorso dell’Espresso vinto negli anni Ottanta. Da quel momento prende forma un percorso narrativo che porterà alla pubblicazione di opere ormai centrali nella letteratura italiana contemporanea: Màuri Màuri, Felice alla guerra, Il coraggio del pettirosso, vincitore del Premio Viareggio e del Premio Campiello nel 1995, fino a Il viaggiatore notturno, che gli varrà il Premio Strega.
Ma al di là dei riconoscimenti, ciò che colpisce nella sua opera è la coerenza di uno sguardo rimasto fedele alle proprie origini. Maggiani ha sempre raccontato persone comuni, territori marginali, comunità dimenticate, paesaggi apparentemente secondari. Le sue storie non nascono nei centri del potere, ma nelle periferie geografiche ed esistenziali del Paese.
Le radici rappresentano infatti uno dei temi centrali della sua narrativa.
La Lunigiana non è soltanto uno sfondo geografico. È una vera geografia dell’anima. Nei suoi libri tornano continuamente le colline, i paesi, le comunità contadine, le tradizioni popolari e quel senso di appartenenza che non ha nulla di nostalgico, ma che diventa uno strumento per comprendere il presente. Anche la famiglia occupa un posto importante nella sua memoria narrativa. Il padre Dino, lavoratore instancabile, e la madre Adorna, figura forte e concreta della civiltà popolare del dopoguerra, appartengono a quella generazione che ha costruito l’Italia della ricostruzione e che Maggiani ha spesso raccontato come depositaria di un sapere pratico e morale oggi sempre più raro.
Questa attenzione per le vite ordinarie è il cuore stesso di Almanacco dei viventi. Il protagonista non è infatti l’io narrante, ma il mondo che quell’io ha attraversato: persone, animali, paesaggi, lavori, incontri, comunità e relazioni. La parola “viventi” assume così un significato ampio e profondo. Non indica soltanto gli esseri umani, ma comprende tutto ciò che vive, cresce, resiste e lascia una traccia. È una sensibilità che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sul rapporto tra uomo e natura e che deriva probabilmente dalla sua formazione in una cultura rurale dove il confine tra mondo umano e mondo naturale è sempre stato più permeabile.
Sfogliando il volume si comprende che la fotografia, per Maggiani, non è mai stata un semplice strumento di documentazione. È una forma di attenzione al mondo. Le immagini che compongono Almanacco dei viventi raccontano un’Italia spesso lontana dalle rappresentazioni ufficiali: campagne attraversate dalle stagioni, fabbriche e luoghi del lavoro, piccoli paesi dell’Appennino, periferie urbane, stazioni ferroviarie, comunità marginali e volti incontrati lungo il cammino. Colpisce la varietà dei soggetti. Accanto ai ritratti di uomini e donne compaiono bambini, animali, paesaggi, oggetti della vita quotidiana e simboli della memoria collettiva. Una gamella operaia, una pieve isolata, una strada di montagna, una bandiera consumata dal tempo diventano frammenti di una storia più grande. Non immagini eccezionali, ma dettagli del vivere che il nostro tempo rischia di non vedere più.
Molte fotografie sembrano provenire proprio da quel mondo che Maggiani ha raccontato per tutta la vita: la Lunigiana delle origini, le comunità del lavoro, i paesaggi dell’Appennino, le relazioni di vicinato, le persone incontrate ai margini delle grandi narrazioni ufficiali. Altre documentano le trasformazioni dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, osservate con lo sguardo partecipe di chi non si è mai sentito spettatore, ma parte integrante della storia che raccontava. In questo senso le fotografie non illustrano i testi: ne costituiscono il punto di partenza. Ogni immagine diventa una soglia attraverso cui riemergono ricordi, luoghi, incontri e riflessioni. È un esercizio di memoria ma anche un atto di responsabilità.
Perché la memoria, in Maggiani, non è mai celebrazione del passato. È una forma di giustizia. Dare un nome a un volto dimenticato, raccontare una storia apparentemente marginale, conservare la traccia di un paesaggio che cambia significa opporsi all’indifferenza e all’oblio. Significa riconoscere che ogni esistenza, anche la più discreta, partecipa alla costruzione della nostra storia comune.
In fondo Almanacco dei viventi è un grande libro sulla riconoscenza. Riconoscenza verso le persone incontrate lungo il cammino, verso i luoghi che ci hanno formati, verso le comunità che ci hanno insegnato a stare al mondo. In un’epoca che accumula immagini e dimentica significati, Maurizio Maggiani sceglie di fermarsi e raccontare, di restituire un nome ai volti, una storia ai luoghi, una dignità alle esistenze ordinarie. Per ricordarci che siamo fatti degli incontri che abbiamo avuto, dei paesaggi che abbiamo abitato e delle persone che abbiamo amato. Tutto il resto, prima o poi, svanisce.
Il controcanto della poetica di Maurizio Maggiani è, in fondo, tutto ciò che minaccia la permanenza del vivente: l’oblio che cancella le tracce, la velocità che consuma la memoria, l’indifferenza che rende intercambiabili luoghi e persone. Alla sua scrittura dell’attenzione e della cura si oppone una modernità che riduce il reale a flusso e il vissuto a dato, dissolvendo le relazioni che tengono insieme le comunità e i territori. In questo scarto si misura la forza della sua opera: non come nostalgia del passato, ma come resistenza civile e poetica alla scomparsa dei viventi.