#Controcanto. Quando Charlot sfidava l’America e perché la censura di Chaplin torna d’attualità
«La vita è una tragedia in primo piano, una commedia in campo lungo.», ha scritto Charlie Chaplin.
Due festival e un solo nome che nell’estate 2026 torna a farsi manifesto, proposta, icona. Parliamo di Charlie Chaplin. A Locarno il festival del cinema dedica la sua retrospettiva storica al maccartismo, riportando in sala i film simbolo della caccia alle streghe hollywoodiana. In Puglia, Il Libro Possibile costruisce l’intera XXV edizione attorno al “Discorso all’umanità”, il celebre monologo finale de Il grande dittatore. Due omaggi che partendo da linguaggi diversi raccontano la storia di un artista immenso che pagò un prezzo altissimo per aver difeso, con l’arma del cinema, la libertà di pensiero.
Locarno racconta il fantasma del maccartismo mentre Il Libro Possibile rende omaggio a un monologo che ha cambiato la storia del cinema.
Il Locarno Film Festival, in programma dal 5 al 15 agosto, per la sua 79ª edizione, ha scelto di intitolare la retrospettiva di quest’anno Red & Black – Hollywood Left and the Blacklist. Il programma, curato da Ehsan Khoshbakht in collaborazione con la Cinémathèque Suisse e l’UCLA Film & Television Archive, ricostruisce gli anni della lista nera hollywoodiana attraverso i film di sceneggiatori, attori e registi colpiti dal sospetto ideologico, da Dalton Trumbo a John Garfield, da Joseph Losey a Dorothy Parker. Tra i titoli paradigma, Un re a New York, il film che Chaplin girò in Inghilterra nel 1957, dopo l’esilio forzato dagli Stati Uniti, un’opera in cui l’attore mise in scena la paranoia anticomunista che lo aveva colpito personalmente.
Il festival ha definito questa scelta un gesto che parla al presente più che al passato. Censura, sospetto, reputazioni distrutte e conformismo come strumento di sopravvivenza appartengono al presente della storia.
Se Locarno guarda alla persecuzione, il festival pugliese Il Libro Possibile guarda al lascito. Per la sua XXV edizione, in programma dall’8 all’11 luglio a Polignano a Mare e dal 21 al 25 luglio a Vieste, la direttrice artistica Rosella Santoro ha scelto come filo conduttore “Discorso all’umanità”, il monologo che chiude Il grande dittatore (1940). La scelta non è casuale, parole pronunciate ottantasei anni fa, in un film che Chaplin scrisse e diresse nel pieno dell’ascesa del nazismo, continuano a essere lette come una bussola per orientarsi tra guerre, crisi democratiche e nuove forme di disumanizzazione.
La maschera che conquistò il mondo
Prima di diventare un bersaglio politico, Chaplin era la persona più riconoscibile del pianeta. La maschera di Charlot nacque nel 1914 negli studi Keystone, quasi per necessità. Al giovane comico inglese, arrivato in America con una compagnia di varietà, fu chiesto un personaggio da improvvisare su due piedi per un film, e lui assemblò in pochi minuti bombetta, giacca stretta, pantaloni larghi, scarpe enormi, bastoncino di bambù e i baffetti posticci costruendo un linguaggio capace di evocare quel contrasto continuo tra eleganza e miseria che sarebbe diventato il cuore del personaggio. Da quell’improvvisazione nacque l’icona del vagabondo gentiluomo, sempre in bilico tra il patetico e il dignitoso, capace di far ridere e commuovere restando quasi sempre muto.
Fu proprio il silenzio, insieme alla comicità fisica, a rendere Charlot un fenomeno di popolarità senza precedenti. Non aveva bisogno di parole, il linguaggio del corpo rendeva comprensibile il catalogo umano delle emozioni ovunque nel mondo. Negli anni Dieci e Venti del secolo scorso, quella maschera fece di Chaplin probabilmente il volto più famoso del mondo, riprodotto su giocattoli, fumetti e manifesti da Buenos Aires a Tokyo ben prima che il cinema sonoro imponesse le barriere linguistiche. Quando negli anni Cinquanta l’America lo colpì con l’accusa di essere un sovversivo comunista pericoloso, il bersaglio era la figura che aveva contribuito più di ogni altra a rendere il cinema una lingua universale.
Un attore diventato nemico pubblico
La persecuzione di Chaplin non fu simbolica o salottiera, ma estremamente violenta. Negli Stati Uniti del secondo dopoguerra, Chaplin, che non aveva mai acquisito la cittadinanza americana pur vivendo nel paese dal 1913, divenne il bersaglio “grosso” dell’FBI di J. Edgar Hoover e della macchina del sospetto anticomunista. Gli si rimproverava la vicinanza a cause progressiste, l’appoggio all’apertura di un secondo fronte durante la guerra, i legami con intellettuali di sinistra, persino lo stile di vita privato, usato pretestuosamente per delegittimarlo pubblicamente. Lui stesso, nella sua autobiografia del 1964, liquidava l’accusa con una battuta secca: “non sono un comunista, sono quello che chiamereste un pacifista”. Sul modo in cui l’accusa gli si attaccò addosso quasi per automatismo, in un’intervista del 1947 arrivò a osservare, con la consueta ironia amara, che bastava un passo falso qualunque perché qualcuno gridasse al comunismo.
Il film che più di ogni altro alimentò l’ostilità fu proprio Il grande dittatore, uscito nel 1940, quando l’opinione pubblica americana era ancora spaccata sull’intervento in Europa. Mettere in ridicolo Hitler attraverso il personaggio di Hynkel fu letto da una parte della politica e della stampa come un atto di provocazione. Nel 1952, mentre Chaplin era in viaggio per la première londinese di Luci della ribalta, il Dipartimento di Giustizia americano gli revocò il permesso di rientro negli Stati Uniti. Di fatto, un esilio. Chaplin scelse la Svizzera, dove visse fino alla morte nel 1977, e tornò negli Stati Uniti una sola volta, nel 1972, per ritirare un Oscar alla carriera accolto da una standing ovation di dodici minuti, la più lunga nella storia della cerimonia.
Su questa vicenda esiste una bibliografia solida, utile a chi voglia andare oltre l’aneddoto. Charlot sotto inchiesta (Marietti), a cura di Charles J. Maland con una nota di Goffredo Fofi, riporta il testo di un vero interrogatorio dell’FBI a Chaplin, pagine in cui l’attore, accusato di tutto, insiste nel definirsi non iscritto ad alcun partito e interessato solo alla difesa della democrazia. Più recente, Charlie Chaplin vs. America di Scott Eyman (2023) ricostruisce l’intero incrocio tra vita privata, accuse politiche ed esilio che portò alla revoca del permesso di rientro. Per collocare il caso Chaplin dentro la storia più ampia della caccia alle streghe hollywoodiana resta un riferimento Naming Names di Victor Navasky, lo studio classico sulla lista nera e sui delatori del maccartismo, lo stesso contesto che la retrospettiva di Locarno prova quest’anno a restituire attraverso i film.
Il controcanto del cittadino del mondo
Proprio l’assenza di una cittadinanza formale, che negli anni del maccartismo fu usata contro di lui, Chaplin la trasformò in una rivendicazione. Si definiva un uomo senza patria ma non senza appartenenza: il suo cinema, popolato dal vagabondo Charlot, aveva sempre parlato un linguaggio universale, capace di attraversare confini e lingue proprio perché fondato sul corpo e sul silenzio più che sulla parola. Su questa lettura si è soffermato anche il saggio di Marco Colacino, “Patriota dell’umanità, cittadino del mondo” (Clionet, 2023), che ricostruisce la persecuzione di Chaplin attraverso le carte dei servizi segreti americani, mostrando come la sua anomalia rispetto al mito hollywoodiano del self-made man nascesse proprio da questa appartenenza rivendicata all’umanità prima che a una nazione.
È questa idea a rendere il suo Discorso all’umanità non un discorso politico nel senso partigiano del termine, ma un appello a un’identità condivisa, capace di parlare tanto negli anni Quaranta quanto nel 2026, in un tempo segnato da nuovi nazionalismi e nuove paure. Nel monologo, Chaplin abbandona per un istante la maschera del dittatore Hynkel e si rivolge direttamente allo spettatore. Il cuore del monologo sta nello squilibrio tra progresso tecnico e progresso morale: “La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto“. È da questo presagio (o profezia) che nasce, quasi ottantasei anni dopo, il fil rouge scelto da Rosella Santoro per Il Libro Possibile 2026. L’idea che il progresso tecnico, senza una crescita corrispondente di umanità, rischi di rendere gli uomini più duri e meno generosi.
Mentre il potere americano lo accusa, lo sorveglia e infine lo espelle, lui risponde ribaltando ogni accusa in rivendicazione. Non gli viene riconosciuta una cittadinanza? Lui si dichiara cittadino del mondo. Lo si vuole ridurre a sovversivo pericoloso? Lui continua a parlare un linguaggio universale che supera ogni bandiera. Lo si caccia dal paese che lo aveva reso celebre? Lui replica con la satira, girando Un re a New York in esilio. Il controcanto di Charlie Chaplin sta proprio in questo doppio movimento tra accusa e risposta.
Che sia la retrospettiva di un festival cinematografico o il tema di una rassegna letteraria, il ritorno di Chaplin nell’estate 2026 racconta la stessa cosa da due prospettive complementari. Da un lato la memoria di una censura reale, fatta di dossier FBI e di un passaporto negato che rendono l’uomo un apolide, uno scarto senza patria, dall’altro l’eredità di parole che, proprio perché nate per opporsi al totalitarismo nazista, non smettono di parlare al nostro presente. Due festival, un solo Charlot che possiamo rivedere con film come Monsieur Verdoux (1947), l’opera che scatenò i primi sospetti, in Un re a New York (1957), girato in esilio, che rappresenta la risposta di Chaplin al maccartismo, e naturalmente Il grande dittatore (1940) e il suo discorso all’umanità che ci invita a superare i confini nazionali in nome di un’appartenenza condivisa al genere umano, e la speranza che la ragione e la democrazia possano ancora avere la meglio sul totalitarismo.
Abbiamo ancora bisogno di queste parole.