I miei amici di carta

i libri

Oggi celebriamo la Giornata mondiale del Libro, proprio ora che, da pochi giorni, hanno cominciato a riaprire le librerie. In questa occasione, lo scrittore Giuseppe Cesaro, valido collaboratore di MEMO e accanito lettore fin dall’adolescenza, riflette sulla fondamentale importanza dei libri nella sua vita.

I miei amici di carta

di Giuseppe Cesaro

Celebriamo la “Giornata mondiale del libro”, in uno dei momenti più difficili della Storia recente. Da pochissimi giorni – come dei bucaneve che riescono a resistere anche alle temperature più rigide – cominciano a riaprire le librerie. Giusto? Sbagliato? Non lo so. Non sono un epidemiologo e non ho elementi per valutare. Rimarrò fedele, quindi, all’invito – sublime ma continuamente disatteso – di Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Taccio.

Di libri, però, un pochino so. Mi hanno folgorato sulla “via del rock” che avevo diciassette anni, grazie a “E non disse nemmeno una parola” (Heinrich Böll, 1953). Capolavoro. Amore al primo incipit. Da allora (1978), ho letto almeno un libro a settimana. E, come tutti i folgorati, ho cominciato a mettere in fila parole. Confesso: sono un lessicodipendente.

Da più di un anno, inoltre, grazie all’intuito e alla lungimiranza di Silvia D’Onghia, il Fatto Quotidiano ospita le mie riflessioni sui libri. Libri che non mi passa la redazione né mi inviano le Case editrici ma che scelgo e acquisto – come qualunque lettore – in libreria. Questo, non solo mi lascia libero di scegliere e di scrivere (e non è poco) ma – conoscendo fin troppo bene la fatica dello scrivere e sapendo che i libri danno la vita ma non danno da vivere (a parte pochissime eccezioni, infatti, scrivere non consente di “sbarcare il lunario”: a un esordiente, tanto per dare l’idea, va il 4-5% del prezzo di copertina: vale a dire una manciata di centesimi a copia) – mi permette di riconoscere all’autore un piccolo contributo per la sua fatica, consapevole del fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il lettore riceve molto più di quello che dà e, dunque, “guadagna” molto di più dello scrittore. La sera leggo, nel weekend scrivo. Il venerdì successivo, il Fatto pubblica le mie considerazioni. Una ogni due settimane, in media. Di più non riesco.

Ma i libri sono davvero così importanti? No, non così importanti: fondamentali. Salvano la vita. Letteralmente, in qualche caso. Chiedetelo – ma è solo un esempio – ai miliardi di fedeli delle tre grandi religioni monoteiste. Non a caso, dette anche “Religioni del libro”. Il libro (più di uno, in realtà) è fondamento e via di salvezza per tutte e tre: Ebraismo (Antico Testamento), Cristianesimo (Nuovo Testamento), Islam (Corano). Con quasi 4 miliardi (!) di copie vendute negli ultimi 50 anni, la Bibbia è, di gran lunga, il libro più venduto di tutti i tempi. Tra credenti e no. Qualcosa vorrà pur dire.

Piccola parentesi. Per chi fosse interessato all’argomento, mi permetto di suggerire due letture estremamente interessanti.

“I Vangeli. Tradotti e commentati da quattro bibliste” (Àncora, 2015). Per la prima volta, quattro bibliste donne, hanno tradotto e commentato i Vangeli. Lettura interessantissima. Per molti aspetti, tra i quali il “gender gap”: molto più antico e profondo di quello che crediamo.
Il “Nuovo Testamento Interlineare” (greco, latino, italiano; San Paolo Edizioni), se non altro per vedere come la “Parola di Dio”, scritta e, soprattutto, tradotta dagli uomini, muti – “strada facendo” – significato. “Lost in translation”, in qualche caso, verrebbe da chiosare.
Chiusa parentesi.

Il libro, dunque, è senza dubbio il vaccino più straordinario che sia mai stato messo a punto. Di più: la più grande invenzione dell’umanità, dopo la musica (arte delle arti) e la parola. Entrambe, per altro, divenute col tempo scritture e custodite anche nei libri.

Gli autori (parlo dei grandi autori, ovviamente) sono tra gli amici migliori che si possano avere. Non gli unici, certo. Ma notevoli. E sempre sorprendenti. Amici di ogni epoca, ogni Paese, ogni lingua, ogni fede, ogni cultura, ogni visione. Immaginate – così, solo per fare qualche esempio – Omero, Dante, Shakespeare o Goethe seduti accanto a noi, intenti a raccontarci le loro storie.

Ma anche Petrarca e Boccaccio, Dostoevskij e Tolstoj, Mann e Böll, Hesse e Grass, Kafka e Musil, Dickens e Joyce, Proust e Hugo, Sartre e Camus, Wilde e Woolf, Austen e Brontë, Conrad e London, Melville e Twain, Fitzgerald e Hemingway, Steinbeck e Faulkner, Morrison e Poe, Cervantes, Marquez e Borges, Leopardi e Manzoni, Verga e Pirandello, Gadda, Pasolini, Levi, Pavese, Sciascia, Calvino… solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente ma la lista, per fortuna, è infinitamente più lunga. Che benedizione poter contare su amici così!

Che riaprano le librerie, dunque, – almeno da questo punto di vista – è una bella notizia. E chissà che – con tutto il tempo di cui questo virus ci ha costretti a riappropriarci – non ci riesca di trovarne un po’ per ritrovare alcuni vecchi “amici” e, magari, conoscerne di nuovi. Ammesso, ovviamente, di riuscire a farsi largo in una giungla di “facce” inutili. Alcune delle quali, addirittura, dannose. Nel nostro Paese, si pubblicano più di 75mila titoli l’anno (Istat 2018). 75mila: avete letto bene. Vale a dire 205 al giorno, 8,5 ogni ora: 1 ogni 7 minuti. Nel tempo che impiegherete a leggere questo post, dunque, sarà stato stampato un nuovo libro. 75mila titoli, in un Paese nel quale 6 persone su 10 non leggono, gli altri 4 leggono un libro l’anno e una famiglia su dieci non ha alcun libro in casa. “Forbice” inquietante. E sconcertante. Come sarà il libro sfornato in questi ultimi 7 minuti? Un capolavoro? Me lo auguro, ovviamente. Anche se non posso nascondere qualche perplessità.. Non per invidia (sentimento al quale, per fortuna, non appartengo) ma per esperienza quotidiana. Entro – pardon: entravo – in libreria due volte al giorno. La mattina, prima di entrare in ufficio. (“Borri”, all’interno della Stazione Termini). E nel tardo pomeriggio, una mezz’ora dopo essere uscito dall’ufficio (“la Feltrinelli”, a pochi passi dalla Metro Ottaviano).

Entravo e mi guardavo intorno. Cosa cercavo? Bellezza. Possibilmente, quella alla quale non sarei mai in grado di dar vita. Come quella, ad esempio, di uno qualunque dei libri firmati dagli autori ricordati sopra. E dai moltissimi altri, che non ho citato, per non trasformare questa riflessione in un interminabile elenco di nomi. Questa bellezza, però, è sempre più rara. Purtroppo. E non perché io sia particolarmente schifiltoso. O perché, nel frattempo, sia diventato incredibilmente bravo. Mi piacerebbe, lo ammetto. Ma devo essere onesto: non è così. La verità è che quella bellezza abita sempre più raramente tra quei 75mila titoli. Lo dico con umiltà. E, soprattutto, con dispiacere. Se “la bellezza salverà il mondo” – come dice il principe Myškin – il fatto che se ne trovi sempre meno, non è di buon auspicio. Umiltà e dispiacere, dunque. Non mi sfiora, invece, quella che, giustamente, l’amico – (solo virtuale, purtroppo) e collega (reale) – Crocifisso Dentello chiama “la pappetta retorica sui libri ‘pane dell’anima’”. Ha ragione: “la differenza non la fanno i libri in sé ma la coscienza di chi li legge” e “ascoltare una canzone o guardare un film non è meno importante e nobile che leggere un libro”. Sacrosanto. A “parità di livello” dell’offerta, s’intende. Ovviamente, anche nel caso di canzoni e film (oltre alla loro qualità), la differenza la fa la coscienza di chi ascolta o guarda. (Nella speranza che qualcuno abbia contribuito a formarla). È il rapporto che lega terreno e seme. Il seme migliore del mondo, gettato sul terreno sbagliato non dà alcun frutto. Senza il seme, però, anche il terreno più fertile, resta improduttivo. «Ecco, il seminatore uscì a seminare. E, mentre seminava, una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda». (Matteo 13: 4-9)

Leggere, dunque, non rende – automaticamente – migliori. Come non rende – automaticamente – migliori ascoltare una canzone o guardare un film. Ciò che può rendere migliori (non è detto che accada ma vale sempre la pena tentare) è il “combinato-disposto” tra una “buona coscienza” e un “buon libro”, un “buon film”, una “buona canzone”. Ma anche una “buona opera d’arte”, un “buon paesaggio”, un “buon panorama” o sguardo, sorriso, gesto, silenzio…

Solo un libro, tra quelli dei quali mi sarebbe piaciuto scrivere, manca all’appello: “Il silenzio del sabato”, di Mariantonia Avati, pubblicato da “La Nave di Teseo”. Non ne ho scritto, per evitare che qualcuno potesse eccepire un “conflitto di interessi”: l’editore è lo stesso del mio “Indifesa”. Non ne ho scritto, ma il romanzo l’avrebbe meritato. Eccome. È uno dei più belli che io abbia letto lo scorso anno. E resta tra i miei preferiti.

Idea originalissima: il giorno più straziante dell’unica madre figlia-di-suo-figlio, che piange il suo giovane uomo, condannato a morte per crimini commessi da altri. Scrittura ispirata, lieve e profonda allo stesso tempo. Speranza che riesce a fiorire nella disperazione. Passione: in tutti i sensi. E poesia. Cercatelo. Con mascherina, guanti, “distanziamento sociale” e intelligenza, ovviamente. Troverete un’amica vera. Due anzi: la protagonista e l’autrice.

Buoni incontri, con il primo “bucaneve” che vi capiterà di scorgere. Da ammirare, non da cogliere, naturalmente.