La truffa della libertà

libertà

Più una cosa è rara, più vale. Una legge vecchia quanto il mondo. Se l’oro crescesse ovunque, spontaneamente, come il prezzemolo, varrebbe quanto il prezzemolo. E, al mercato, ce lo regalerebbero insieme al mazzetto degli “odori”. Ma non è così. Non si crea, estrarlo costa, non è deteriorabile e non ha data di scadenza e, soprattutto, è poco: dunque, vale. È ciò che manca che agogniamo. E, più ci manca, più vale. Come la libertà. Un bisogno insopprimibile, quanto risalire in superficie dopo un’apnea troppo prolungata. Ci manca l’aria e dobbiamo assolutamente tirare la testa fuori dall’acqua e tornare a respirare. È su questo bisogno, naturale e irrinunciabile, che la politica peggiore fa leva, strumentalizzandolo, con raffinata premeditazione, in maniera subdola e pericolosa.

Quale libertà?

I politici che inseguono il bene proprio a spese di quello “comune”, sanno benissimo che esistono due tipi di libertà (“libertà da” e “libertà di”) e conoscono, perfettamente, la differenza tra l’una e l’altra. La prima è una “libertà negativa” e consiste nell’assenza di impedimenti e obblighi (comandi o divieti); la seconda indica la possibilità (essere capace e/o avere i mezzi) che un determinato soggetto ha di effettuare una certa scelta o compiere una certa azione (“libertà positiva”). Il semplice fatto di vivere in una democrazia (“libertà da”) non significa, automaticamente, avere tutti le stesse possibilità (“libertà di”).
Tali “politici” hanno trovato un sistema estremamente efficace per prosperare (non solo elettoralmente): spacciare la prima per seconda. Approfittando della nostra credulità e del crollo verticale di “difese immunitarie” come cultura e “coscienza critica”, ci “vendono” qualcosa che possediamo già (in democrazia, le “libertà da” sono garantite a tutti) come se si trattasse di qualcosa che non possediamo ancora ma che, in cambio del nostro voto, loro ci garantiranno. Carte dei valori, programmi, parole d’ordine, dichiarazioni tv e social parlano, infatti, genericamente, di libertà, nella certezza che nessuno di noi chiederà loro a quale, tra le due libertà, essi si riferiscano. Se – come scriveva Viktor Klemperer ne “La lingua del Terzo Reich” – “il punto interrogativo è forse l’interpunzione più importante”, rinunciare a usarlo è un rischio che non bisogna assolutamente correre. Soprattutto in democrazia, un sistema che, non appena dubbi e domande scarseggiano, comincia ad agonizzare.

Spacciatori di libertà

Tra “essere liberi di fare qualcosa” ed “essere in condizione di poterla fare” – avere cioè i “mezzi” (conoscitivi ed economici) per realizzarla – c’è un abisso. Abissale, infatti, è la distanza che separa una “libertà in potenza” (puramente teorica) da una “libertà in atto” (pratica, concreta, effettiva), sebbene entrambe si chiamano “libertà”.
È ovvio che un essere umano che non gode delle libertà fondamentali non può fare niente di niente. Ma è altrettanto ovvio che – in un sistema democratico, che garantisce a tutti tali libertà (“libertà da”) – ciò che fa davvero la differenza tra persone, fasce sociali, generazionali, occupazionali, reddituali e geografiche è la “libertà di” riuscire davvero a fare ciò che si sente il desiderio o la necessità di fare.
Chi spaccia la “libertà da” per “libertà di”, dunque, raggira opinione pubblica ed elettorato. Non solo si fa pagare (in termini di consenso, s’intende) qualcosa che gli elettori di un paese democratico non dovrebbero pagare – dal momento che la posseggono già – ma finge anche di voler garantire qualcosa che non ha la minima intenzione di garantire: la “libertà di”, appunto.

“Case history” di successo

Una “case history” di indiscutibile successo, decisamente emblematica della strumentalizzazione mediatico-elettorale del concetto di libertà, è rappresentata da quanto accaduto, nel nostro Paese, tra il 1994 e il 2016. In quel ventennio, in Italia, hanno operato ben tre forze politiche nella cui denominazione la parola “libertà” ha avuto un ruolo determinante, finendo con l’esercitare un richiamo fortissimo, sia su opinione pubblica che elettorato: “Polo per le libertà” (1996-2000), “Casa delle libertà” (2000-2008) e “Popolo della libertà” (2008-2016). Un crescendo semantico tutt’altro che casuale, capace di toccare “corde” che nessuno “pizzicava” più da troppo tempo e risvegliare, così, una passione e un’epica politica che la stagione dei partiti sembrava aver mandato definitivamente in pensione. Niente di più sbagliato. Sotto la cenere, covavano braci ancora vive ed era chiaro che il primo che vi avesse soffiato sopra, avrebbe riacceso il fuoco e bruciato gli altri. Sul tempo e nei risultati. Alle politiche del 1996, infatti, il neonato “Polo per le libertà” otterrà ben 15,7 milioni di voti alla Camera (42,07%) e 12,1 al Senato (37,35%), piazzandosi, di poco, dietro all’Ulivo di un veterano dell’establishment come Romano Prodi.

Cinque anni dopo, il primo salto lessicale: il “Polo” (“alleanza o concentrazione di forze politiche dello stesso orientamento o che abbiano in comune alcuni principî fondamentali”, Treccani) diventa “Casa” (“le persone conviventi di una stessa famiglia e quindi anche la famiglia stessa”): parola decisamente più intima, calda, famigliare, protettiva, rassicurante. Un salto di registro emotivo che funzionerà alla grande. Alle politiche 2001, la “Casa delle libertà” otterrà, infatti, 18,3 milioni di voti alla Camera (49,56%) e 14,4 al Senato (42,53%), mentre l’Ulivo non andrà oltre i 13,1 milioni di voti, sia alla Camera (35,47%) che al Senato (38,70%). Percentuali che la Casa replicherà alle politiche 2006, ottenendo 18,9 milioni alla Camera (49,74%) – superata di soli 25mila voti dall’Unione (centro sinistra) – e 17,15 al Senato (50,21%), superando l’Unione di circa 500mila voti. L’Unione otterrà, così, una maggioranza non certo solida, per il solo effetto della distribuzione dei seggi regionale e non nazionale al Senato. Ancora una volta, però, la parola “libertà” si rivela un “brand” di sicuro successo, capace di attirare a sé milioni e milioni di “consumatori”.

Da “Casa” a “Popolo”

Il 2008 è l’anno del secondo salto lessicale: la “Casa” si amplia e diventa “Popolo”. Parola utilizzata in un duplice senso, come richiedevano i due target – tra loro molto diversi – a cui ci si rivolgeva: da un lato, il popolo comunemente inteso; dall’altro, il popolo inteso in una accezione più ristretta e politicamente più “definita”: gli “amici”. Nello stesso tempo, la parola “libertà” passa al singolare, divenendo, quindi, “assoluta”. Dal punto di vista dell’effetto sull’opinione pubblica, un salto estremamente significativo, anche grazie al decisivo concorso di tre fattori:
1) a quasi tre lustri dalla “discesa in campo” (1994), la comunicazione ha completamente soppiantato l’informazione (la differenza è enorme);
2) la comunicazione – importantissima, sin da metà anni Ottanta, nell’orientare il consenso – è diventata fattore decisivo. “Far sapere” conta infinitamente di più del “saper fare”: una strada che si rivelerà senza ritorno;
3) la “potenza di fuoco” di una macchina mediatica che, da noi, non aveva precedenti: per la prima volta nella storia del nostro Paese, infatti, tutti i più importanti media pubblici e privati sono, di fatto, sotto il controllo del leader della forza politica più potente del Paese, e lavorano per promuoverne visione e progetto.
È del tutto evidente, inoltre, che una “casa”, per quanto grande possa essere, non riuscirà mai contenere un intero “popolo”. Al contrario, invece, il concetto di popolo comprende in sé tutte le case di coloro i quali a quel popolo appartengono. Di qui, la grande forza simbolica di quel cambio di nome: il “lago” diventa “mare”. Navigarlo significa essere in condizione di raggiungere praticamente qualunque “porto”.
È la prima volta che la parola “Popolo” (che indica il tutto e non una parte) viene utilizzata per identificare un “partito”: un soggetto politico che – per definizione – dovrebbe rappresentare, invece, una “parte”. Dal “partito-uomo”, al “partito-famiglia” al “partito-nazione”: l’escalation semantica è compiuta. Contestualmente, la parola “libertà” va a solleticare, con nuovo vigore, quel bisogno insopprimibile del quale nessun essere umano può fare a meno. La gente potrà, finalmente, tirare la testa fuori dall’acqua e tornare a respirare. Liberamente si intende. E, così, sotto la guida di un illuminato self-made man (il cui grande successo di imprenditore ha già garantito per un altrettanto grande successo in politica) un intero “popolo”, e non un semplice “partito”, si appresta a lottare per la propria libertà.
Per contrasto logico, la denominazione “Popolo della libertà” implica che chiunque dichiari di opporsi al progetto del “partito-Nazione”, venga, automaticamente, iscritto nella lista (nera, ovviamente) dei sostenitori di una “élite illiberale” (due parole che, nell’immaginario collettivo, hanno sempre avuto una connotazione dispregiativa) che ha, evidentemente, deciso di negare al “Popolo” il sacrosanto diritto alla sua libertà.

L’arte del solecismo

Con un semplice cambio di “ragione sociale”, dunque, un ensemble fortemente elitario (consenso a parte, “Polo”, “Casa” e “Popolo” avevano assolutamente niente di “popolare”) riesce a operare un clamoroso ribaltamento di prospettiva. Recuperando la retorica di quello che Umberto Eco avrebbe definito “Ur-Fascismo” (“Il fascismo eterno”, La Nave di Teseo, 2018), e rilanciando, ossessivamente, parole d’ordine e luoghi comuni della più trita retorica anticomunista (in Italia non esisteva più il Partito Comunista dal febbraio del ‘91: tre anni prima della “discesa in campo”), la “narrazione” del PDL riesce a far identificare i bisogni della propria élite con quelli del popolo, spacciando, allo stesso tempo, il popolo – quello vero – per una élite retrograda e reazionaria. Un establishment – ultraliberista sul piano economico e profondamente illiberale su quello politico – può, così, presentarsi all’opinione pubblica nei panni di una classe dirigente autenticamente liberale, che taccia di illiberalità i propri oppositori. Un pregevole solecismo, grazie al quale una élite conservatrice riesce ad apparire “progressista” (in senso “futurista” non “liberal”), facendo passare per conservatore il popolo, progressista, che le si oppone. Geniale, bisogna riconoscerlo.

Deregulation

“La mia libertà finisce dove comincia la tua”? Balle!, replica, con forza, il meta-testo del manifesto ultraliberista-illiberale del Popolo della libertà. “Se la libertà ha un limite, che libertà è? E, soprattutto, chi diavolo sei tu, per pretendere di dire a me dove mi devo fermare?”. Liberi tutti, dunque: “deregulation” totale. Attenzione, però: totale nel senso che riguarda ogni ambito di attività ma non certo che vale “erga omnes”. Riguarda tutto, cioè, ma non tutti. Va da sé, infatti, che solo i pochi che hanno i mezzi (economici, soprattutto) per godere di tale libertà ne possono godere. Chi ne gode davvero, allora? Solo una minoranza di “potenti”, alla quale viene data mano libera grazie a milioni di voti di una maggioranza di “impotenti”, i quali si ritroveranno “sedotti e abbandonati” dal miraggio irresistibile della libertà. Ancora una volta: geniale.

Come “Polo” e “Casa”, anche “Popolo della libertà” si rivelò un formidabile nome/manifesto, che colpisce nel segno, affascinando, ancora una volta, milioni di elettori. Alle politiche 2008, infatti, il PDL ottiene quasi il 40% dei voti a (37,38% alla Camera, 38,17% al Senato), alle Europee 2009, il 35,26% e più del 20% alle politiche 2013 (21,56% alla Camera, 22,30 al Senato). Il reiterato richiamo alla “libertà”, dunque, centra il bersaglio, conquistando, nel momento di maggior successo, più di 18 milioni di italiani, e ancora più di 7 milioni, nel momento più basso della sua parabola.
Fine della storia? No. Solo di questa formula. La brace è sempre lì, sotto la cenere. Attende solo il prossimo “soffiatore”.

Uguaglianza nemica dell’equità

Una truffa, quella della libertà, che viaggia sempre mano nella mano con quella dell’uguaglianza, parola utilizzata – seppure con intenti diversi – sia da chi la invoca che da chi la osteggia. Pochi, però, soprattutto sul primo fronte (l’unico al quale l’uguaglianza dovrebbe interessare), riflettono sul fatto che il nemico maggiore dell’equità non è la disuguaglianza ma proprio l’uguaglianza. Dare a tutti le stesse cose, infatti, non riduce ma “congela” le distanze tra “chi ha” e “chi non ha”. Distanze che crescono ancora di più per coloro i quali non hanno i mezzi per approfittare del “dono” ricevuto. È l’effetto di tutti gli annunci – apparentemente “democratici” ma, in realtà, profondamente antidemocratici – che risuonano, immancabilmente, a ogni campagna elettorale. Annunci dei quali il celeberrimo “meno tasse per tutti” è uno degli esempi più fortunati e perversi. Fortunato, perché è molto difficile – per non dire impossibile – trovare qualcuno che vi si opponga. Perverso perché, al contrario di ciò che dichiara, favorisce solo pochi. I “soliti pochi”, vale a dire i contribuenti disonesti della economicamente più avvantaggiata della popolazione. Come lo sappiamo? Per logica. Agli evasori, infatti (circa 11mln. su 44mln. di contribuenti: il 25%), un annuncio del genere non fa né caldo né freddo. Loro le tasse non le pagano affatto. E non cominceranno certo a pagarle solo per uno sconto di qualche punto percentuale. Niente cambia, ovviamente, nemmeno per chi elude. C’è poi una vasta platea di contribuenti che non contribuisce, dal momento che non guadagna abbastanza per farlo. Parliamo di 12,6 milioni di italiani, che non pagano un euro di Irpef. Neanche loro, dunque, sono interessati dal “meno tasse per tutti”. Ci sono, infine, due grandi famiglie di “contribuenti coatti” (nel senso che le tasse vengono loro prelevate direttamente dalla busta paga): lavoratori dipendenti e pensionati. Due categorie che, insieme, rappresentano l’82% del dichiarato, con redditi medi che superano di poco i 20mila euro a testa, i primi, e che sfiorano i 18mila, i secondi. Sono dunque loro i responsabili dello stratosferico “tax-gap” italiano? Un gap che, a seconda delle stime, varia dai 190 ai 270 miliardi l’anno: dalle 5 alle 7 volte il famigerato Mes? Possibile? Tutto è possibile, ovviamente. Credibile? Certo: quanto l’ipotesi che Gesù Cristo sia morto per i postumi del Covid19. Ciò che tutti sanno, pochi dicono e per il quale nessuno fa niente (il conto elettorale sarebbe troppo salato) è che, nel nostro Paese – da sempre, non da oggi – le fasce povere della popolazione mantengono quelle ricche. In assenza, dunque, di una vera lotta all’evasione (in un presente nel quale si sa tutto di tutti è informaticamente impossibile non sapere chi siano gli evasori) un messaggio come “meno tasse per tutti” non è altro che un falso ideologico. Il vero significato di quelle parole è: “dormite sonni tranquilli, ricchi: faremo un po’ la voce grossa – per far credere ai soliti fessi che, questa volta, facciamo sul serio – ma tutto andrà avanti come sempre. Anzi: meglio di sempre”.
“La legge fiscale di Trump – scrive Stiglitz (“Popolo, potere e profitti”, Einaudi 2020) – è stata un parto del più profondo cinismo politico. […] La strategia del partito sembrava poggiare su due ipotesi […]: la prima era che la gente comune fosse tanto miope da concentrarsi sulle piccole riduzioni fiscali del presente, ignorandone la natura temporanea e il fatto che, per la maggioranza della classe media, le tasse sarebbero aumentate; la seconda era che ciò che davvero conta nella democrazia americana è il denaro. Fate felici i ricchi e inonderanno il Partito repubblicano di contributi, e i contributi compreranno i voti necessari a sostenere le politiche desiderate. Il decreto mostrò quanto l’America si fosse allontanata dall’idealismo sul quale era stata costruita”.

Nulla affascina più della libertà

“Polo”, “Casa” e “Popolo della libertà” hanno fatto scuola. Come la Settimana Enigmistica, il “modello Berlusconi” “vanta innumerevoli tentativi di imitazione”. Da Renzi a Grillo, da Johnson a Trump, da Bolsonaro a Orbán tutti gli devono qualcosa. E tutti – limitandola o negandola – dichiarano di fare ciò che fanno in nome della libertà. La loro, ovviamente.
Ogni volta che noi ci lasciamo convincere ad acquistare un elisir di libertà da uno di questi imbonitori da fiera, finiamo col buttare i soldi per un inutile placebo, che non cura nessuno dei nostri mali. E, dato che non li cura, col tempo, essi peggiorano. L’illusione che le cose, finalmente, cambino in meglio, si trasforma presto in frustrazione. E, subito dopo, in rabbia. Un incontenibile “rinculo” psicologico, che determina l’estrema volatilità dei consensi. Nel breve volgere di una stagione, enormi masse di voti, si spostano, così, dai Berlusconi ai Renzi ai Grillo ai Salvini, in una, tanto rabbiosa quanto inutile, ricerca di un nuovo “uomo della Provvidenza”. Inutile per gli elettori ma fondamentale per gli eletti.
Il nostro voto ai falsi profeti di libertà, dunque, penalizza due volte le “democrazie dell’1 per cento, per l’1 per cento, dall’1 per cento”, per usare una formula cara a Stiglitz. Da noi come in America, infatti, l’1 per cento cresce, aumentando sempre di più la distanza con quanti fanno parte del 99 per cento. Una politica che ricorda molto da vicino l’inquietante profezia evangelica del “A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt13,12).

Perché seguiamo i (falsi) profeti di libertà?

I profeti di libertà, dunque, illudono, sistematicamente, la maggioranza di quelli che stanno peggio, per carpire il loro voto e utilizzarlo per favorire la minoranza dei privilegiati. Il tutto, utilizzando come facciata il vessillo della libertà. “In hoc nomini vinces”, verrebbe da parafrasare.
Naturalmente, con questa riflessione, non intendo affatto sostenere che, per vincere le elezioni, sia sufficiente inserire la parola “libertà” nel nome della propria forza politica. Sarebbe ridicolo solo pensarlo. Un amo, per quanto ben fatto, non può certo essere l’unico responsabile di una pesca miracolosa. Anche se, non si può non concordare sul fatto che, senza un amo, è piuttosto difficile che i pesci abbocchino. Il mio è, semplicemente, un invito a riflettere sul potenziale esplosivo del combinato disposto tra solecismi e uso mistificatorio del linguaggio, e il fatto che – come spesso sottolineato da De Mauro – “meno di un italiano su tre comprende i discorsi politici” o “capisce come funziona la politica”. Una miscela che – in tempi nei quali i maestri di pensiero più ascoltati sono le “camere d’eco” del social network – è in grado di minare le basi di qualunque democrazia. E se non di sovvertirla, certamente di farla precipitare in una crisi profonda.

Il perché continuiamo ad affidarci ai (falsi) profeti di libertà, lo spiega, con parole decisamente più forti di quelle di qualunque filosofo, politologo, sociologo o psicologo, Fëdor Michajlovič Dostoevskij, in alcuni lapidari passaggi de “la Leggenda del Grande Inquisitore” (“I Fratelli Karamazov”, prima edizione: novembre 1879). “Nulla – rivela l’Inquisitore, nel suo drammatico faccia a faccia con Cristo, tornato sulla Terra – è mai è stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà!”. “La tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene ed il male. Nulla è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso”. Risultato? “Non c’è per l’uomo pensiero più angoscioso che quello di trovare al più presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura”. Più chiaro di così.

“Non esistono liberatori ma uomini che si liberano”, scriveva, nel 1943, Teresio Olivelli. Credo che faremmo bene a non dimenticarlo.