Si è rotta la democrazia

democrazia

La bilancia

Immaginate una bilancia. Una bilancia, sì: la classica bilancia a due piatti. Ora immaginate che, sul piatto di sinistra, salgano 26 persone e, su quello di destra, 3,7 miliardi di persone. Ci siete? Bene. La domanda è: da che parte penderà la bilancia? Certo non a sinistra, è ovvio. Ovvio, infatti. Nemmeno a destra, però. E questo, invece, è tutt’altro che ovvio. Eppure, è vero: i due piatti rimarranno in perfetto equilibrio! Qual è la scienza che riesce ad annullare una delle più incrollabili leggi della fisica? La quantistica? No: l’economia. O, meglio, la finanza. Meglio ancora: la speculazione finanziaria. I due piatti della bilancia restano in equilibrio perché i 26 che si trovano sul piatto di sinistra sono iper-miliardari, che posseggono tanta ricchezza quanta ne possiede, complessivamente, la metà più povera del nostro pianeta. Nomi, cognomi e volti, sui principali quotidiani del 21 gennaio 2019.

 

La sempre più “grande frattura”

Ma non è tutto: le cose stanno molto peggio di così. Basti pensare che, nel 2018, per mantenere in perfetto equilibrio i due piatti, di iper-miliardari ce ne volevano 43, e nel 2014, 85. Quanti ne basteranno, nel 2025, dopo che lo tsunami-Covid sarà (si spera) passato, bruciando – secondo il World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale – 28mila miliardi di dollari di PIL mondiale? Vale a dire circa 23.840 miliardi di euro: 4.768 miliardi l’anno, 13 al giorno e quasi 550 milioni ogni ora.

Secondo voi: nel 2025, staremo meglio o peggio di come stavamo prima del Covid? E la “grande frattura” – come la chiama il Nobel 2001 per l’Economia Joseph Stiglitz (vale a dire la differenza tra l’1% dei sempre-più-ricchi e il 99% dei sempre-più-poveri) – aumenterà o diminuirà? Domanda retorica, naturalmente.

 

L’acqua riempie la stanza

Va da sé che gli effetti del continuo allargamento di questa “frattura” non saranno gli stessi per tutti. Immaginiamo che la Terra sia un gigantesco salone con porte e finestre a tenuta stagna. E immaginiamo che tutti quelli che si trovano nel salone abbiano i piedi ancorati al pavimento. Se il salone cominciasse a riempirsi d’acqua, le prime persone ad affogare sarebbero quelle più basse, seguite, poco dopo, da quelle di media statura. Le persone più alte, infine, affogherebbero per ultime. Ebbene: la povertà è come quell’acqua: i più poveri stanno affogando da anni, ora è la volta delle classi medie. Per ultimi, toccherà a quei rappresentanti degli establishment, che l’iper casta degli iper-ricchi foraggia per “tenere sotto controllo” il clima (sociale, ovviamente) all’interno del salone.

E i super-ricchi? No, loro non affogheranno. Perché? Semplice: perché non sono nel salone. Sono al sicuro. Lontano. In qualche suite ultra-lusso, all’attico di qualche sfarzoso grattacielo. Da lì, si accordano tra loro su come regolare il livello dell’acqua e su quali indicazioni dare ai loro satrapi – gli stessi che noi chiamiamo parlamentari e governanti, nell’illusione che ci rappresentino e curino i nostri interessi e non quelli dei loro mandanti – per evitare che la situazione nel salone degeneri irreparabilmente.

 

Realtà non fantasia

Fantapolitica? Mi piacerebbe ma non è così. La metafora sarà anche fantasiosa, ma la realtà è infinitamente più scandalosa. E dolorosa. Non lo dico io: lo dicono i numeri. E lo confermano gli economisti. I più intellettualmente onesti, almeno. Ma lo dice soprattutto la logica. Il nostro pianeta è un sistema chiuso, ad invarianza di risorse. Anzi: l’invarianza non esiste più da un bel pezzo. Le risorse si vanno, rapidamente, esaurendo, dato che la domanda supera di gran lunga l’offerta. Quest’anno, l’Earth Overshoot Day (il giorno nel quale il nostro pianeta esaurisce le risorse che gli sarebbero dovute bastare per tutto l’anno) è caduto il 22 agosto scorso. Il che significa che, da un paio di mesi, ormai, abbiamo cominciato ad intaccare le risorse del 2021. E, chissà, a fine 2020, quante risorse del 2021 avremo bruciato. Il fatto è che consumiamo troppo. Alcuni infinitamente più di altri, a dire la verità. Complessivamente, però, il dato è che consumiamo molto più di quello che ci possiamo permettere. Ma la cosa non ci turba affatto. Anzi.

 

Pianeta di morti di fame

Un folle dilapidare grazie al quale quasi 2 miliardi di persone, ogni anno, sono costretti ad affrontare “livelli moderati o gravi di insicurezza alimentare” e quasi 700 milioni di loro soffrono, letteralmente, la fame. (“The State of Food Security and Nutrition in the World” 2020). Cifra, tra l’altro, destinata ad aumentare, entro fine anno, di altri 130 milioni, a causa dell’emergenza Covid-19. I morti per fame oscillano – a seconda delle stime – tra i 24mila e i 25 mila al giorno (quasi 9 milioni all’anno), dei quali 8mila sono bambini (3mln l’anno).

Non vi sembra uno scenario da fantascienza anche questo? Come definireste questo stato di cose? Normale? Fisiologico? Inevitabile? Vi sembra normale, fisiologico o inevitabile che in Asia ci siano 381 milioni di denutriti (6,3 volte la popolazione italiana), in Africa 250 milioni (4,1 volte la popolazione italiana) e in America Latina quasi 50 milioni (83% della popolazione italiana)?

E se noi italiani facessimo la fame in uno di questi Continenti della fame, considereremmo la nostra situazione come normale, fisiologica o inevitabile? O penseremmo che l’Occidente (vale a dire USA, UE & UK) è abitato da una élite di predatori, criminali e sfruttatori che ci sta letteralmente facendo morire di fame?

 

Non c’è cibo per tutti. Balle.

Situazione ancora più surreale di quanto non appaia, se pensiamo che l’umanità spreca quantità inimmaginabili di cibo. Secondo un rapporto FAO del 2013 sull’impatto degli sprechi alimentari sulle risorse naturali (“Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources”), un terzo di tutto il cibo prodotto nel mondo viene buttato. Un terzo! Conseguenze economiche dirette di questi sprechi? Circa 750 miliardi di dollari l’anno.

La sola UE spreca, ogni anno, circa 88 milioni di tonnellate di cibo […] con costi associati stimati in 143 miliardi di euro” (“Food waste accounting” 2017 della Commissione Europea).

Nel nostro Paese, il conto dello spreco ammonta, ogni anno, a più di 15 miliardi (12 a livello domestico; 3 tra produzione e distribuzione): quasi l’1% del Pil.

Tutto questo, senza contare che, a livello mondiale, il cibo prodotto ma non consumato, “sperpera un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga; utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale – ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra”.

Ma tutte queste cifre sono il prodotto di stime per difetto. “Il fatto sorprendente – si legge, infatti, in “The State of Food and Agriculture” (2019) – è quanto poco sappiamo di quanto cibo si perde o si spreca, e dove e perché questo accade. Un’ampia stima, preparata per la FAO nel 2011, ha suggerito che circa un terzo del cibo del mondo va perso o sprecato ogni anno. Questa stima è ancora ampiamente citata a causa della mancanza di informazioni in questo campo, ma può essere considerata solo molto approssimativa”.

 

L’altra faccia della merdaglia

L’altra faccia di questa merdaglia – merdaglia, sì avete letto bene – è che, mentre 2 miliardi di persone (il 25% della popolazione mondiale), altri 2 miliardi  (un altro 25%) – sono sovrappeso (dati OMS 2016). 650 milioni di loro sono obesi. Tra 5 e 19 anni, i sovrappeso sono 340 milioni. Poco meno dell’intera popolazione degli Stati Uniti. In Italia (Istat 2016), gli “over 18” in eccesso di peso sono il 45,9% della popolazione. Tutta gente che vive nei paesi nei quali si decidono e non in quelli nei quali si subiscono i destini del mondo. La colpa di questo stato di cose, dunque, non è certo degli affamati ma di noi “occidentali” che li affamiamo.

 

Chi può non vuole; chi vuole non può

Una forbice drammatica, che a prima vista sembrerebbe facile da ridurre ma che, nella realtà degli equilibri produttivi e commerciali mondiali, non lo è affatto.

Se incrociamo tutti questi dati con il fatto che l’1% della popolazione del nostro pianeta possiede tanta ricchezza quanto il restante 99%, ci rendiamo conto che la “grande frattura” di cui parla Stiglitz non solo non è una metafora ma è molto più grande di quello che pensiamo. E, soprattutto, continua ad allargarsi a una velocità impressionante.

Se le cose andranno avanti di questo passo (e andranno avanti di questo passo, dato che coloro i quali avrebbero intenzione di invertire la rotta non ne hanno la forza, mentre coloro i quali ne avrebbero la forza non hanno la minima intenzione di farlo) molto presto non ci saranno abbastanza risorse per tutti.

 

Tutti struzzi

Già all’alba del nuovo millennio, Giovanni Sartori (“Siamo incoscienti e siamo in troppi”: Corriere della Sera, 31 dicembre 2000) invocava una pillola che potesse curare questa “follia umana”. “Se questa pillola – scriveva – non sarà vietata dai folli che ci vogliono in incessante moltiplicazione, il ‘regno dell’uomo’ arriverà a malapena al 2100. Tra un secolo, di questo passo, il pianeta Terra sarà mezzo morto e gli esseri umani anche. […] Tutti sanno, anche se fanno gli struzzi, che il pianeta Terra è finito, e che perciò non può sostenere una popolazione a crescita infinita. E la ‘non sostenibilità’ del nostro cosiddetto sviluppo è ormai sicurissima”. Eppure, al di là dei soliti proclami, si sta facendo pochissimo. E lo si sta facendo a una lentezza esasperante, che sta rendendo inutile qualunque sforzo.

 

Meschina immanenza

A vent’anni dall’uscita di quell’articolo, la soluzione prospettata da Sartori non è stata adottata. E dubito che lo sarà. Le ragioni sono molteplici. Alcune – non banali – di ordine geopolitico (il rapporto tra demografie deboli – quali la nostra – e demografie forti decide quali economie debbano prevalere e quali soccombere); altre – anche queste non banali – di ordine etico/religioso. A questo proposito, lo stesso Sartori (“La corsa verso il nulla”, Mondadori 2015) scriveva: “la religione non esiste per far nascere quante più persone possibili (soffriamo già, globalmente, di sovrappopolazione) […] esiste per sconfiggere la morte, per promettere all’uomo l’immortalità”. E, subito dopo, aggiungeva: “Mi lascia stupito che il pontefice (Francesco, ndr.) mantenga sempre in vigore persino il divieto dei contraccettivi”.

Vorrei sbagliare, temo, però che le scelte che determinano questi livelli di diseguaglianza non siano dovute a ragioni etico-religiose. Secondo me, nulla in loro ha un sentore, per quanto, lieve di trascendenza. Tutto odora, invece, di meschina immanenza. E, in molti casi, si tratta di fetore e non di profumo.

Lo dimostra il fatto che piaghe mondiali che non presentano alcuna controindicazione di ordine morale o religioso – quali la devastazione dell’ambiente (truffaldinamente definita “cambiamento climatico”: formula che non esprime alcuna valenza negativa: il cambiamento, infatti, può anche essere ritenuto un fatto positivo) o la fame nel mondo – e che potrebbero tranquillamente essere affrontate, non vengono affrontate. Probabilmente, ormai, non faremmo più in tempo a guarirle, è vero. E non basta questo ad allarmarci? Sicuramente, però, potremmo rallentarne la putrefazione. “Cronicizzarle” come si dice quando si riesce a prolungare, talvolta persino di qualche anno, la vita dei pazienti oncologici rimasti ormai senza speranza.

 

Chi ha spazio non aspetti spazio

Forse basterebbe – lo si predica da decenni, nell’indifferenza generale – dirottare qualche miliardo dalle spese militari globali (1.927 miliardi di dollari nel 2019: il 2,2% del Pil mondiale, circa 250 dollari [210 euro, ndr.] per persona, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute) e spaziali (75 miliardi di dollari – 2017 – tuttora in crescita). Un comparto, quest’ultimo, tutt’altro che irrilevante.

Secondo alcuni analisti di Morgan Stanley, infatti, “l’industria spaziale globale potrebbe generare un fatturato di oltre 1 trilione di dollari o più nel 2040, rispetto ai 350 miliardi di dollari attuali”. Le nuove frontiere della missilistica, infatti, “offrono alcune allettanti possibilità. I pacchi oggi consegnati in aereo o in camion potrebbero essere consegnati più rapidamente con i razzi. Forse i viaggi spaziali privati potrebbero diventare disponibili in commercio. Le attrezzature minerarie potrebbero essere inviate agli asteroidi per estrarre minerali: tutto ciò è possibile, teoricamente, con le recenti scoperte in campo missilistico”. “Le iniziative delle grandi aziende pubbliche e private – concludono da MS – suggeriscono che lo spazio è un’area in cui si assisterà a uno sviluppo significativo, potenziando potenzialmente la leadership tecnologica statunitense e affrontando le opportunità e le vulnerabilità nella sorveglianza, nello spiegamento delle missioni, nella cibernetica e nell’intelligenza artificiale”.

Abbiamo bisogno di più spazio? Che problema c’è? Basta andare là fuori a prenderselo! Il fatto che puntare su questi mercati significhi trascurarne altri fa parte del gioco. Qualunque scelta ha i suoi effetti collaterali. “La vita è fatta di priorità”, recitava lo spot di un noto gelato. E cifre come queste dicono chiaramente che ambiente e fame nel mondo non sono tra le priorità. Evidentemente l’Occidente opulento e obeso non ritiene che devastazione ambientale e fame nel mondo rendano abbastanza. O, al contrario, pensa che rendano molto di più finché restano emergenze. In certi casi – come l’esperienza di certe catastrofi di casa nostra dimostra è infinitamente più redditizio curare che prevenire. Avete dimenticato le risate dei due imprenditori che festeggiano al telefono, poche ore dopo il terremoto (2009) che distrusse l’Aquila? Sapevate che la stessa immonda oscenità si ripeté anche subito dopo il sisma (2016) che rase al suolo Amatrice? Certi lupi perdono né il pelo (sullo stomaco) né il vizio.

 

Mind the gap

A questo punto, consentitemi una di quelle domande che fanno i bambini (i quali, spesso, vedono le cose molto più liberamente e chiaramente di noi): perché investire cifre astronomiche per andare a vedere se c’è vita su Marte, quando sulla nostra Terra la vita c’è sicuramente e, per almeno un essere umano su quattro, è una vita di stenti, combattuta su un pianeta agonizzante come loro?

Domanda stupida, lo so. Come stupida è la proposta di intaccare almeno una parte delle spese militari (un solo F35 costa 122 milioni di dollari: poco più di 100mln di euro) e spaziali (secondo il capo programma Iss esplorazione dell’Agenzia spaziale europea, Bernardo Patti, una missione spaziale di sei mesi costa circa 150 milioni di dollari: circa 127mln di euro) per contribuire a curare due dei più grandi mali del pianeta.

Tutti coloro i quali, nell’ultimo secolo, hanno provato ad avanzare proposte del genere sono stati tacciati di ingenuità e irrisi con la sprezzante sufficienza che “chi sa e capisce” riserva a “chi non sa e non capisce”. Arrivo buon ultimo e mi prendo, volentieri, la mia dose di derisione. Con una postilla, però: ciò che la cinica liturgia del Capitale (“greed is good”, “business is business”, “money makes the world go round”…) pretende di spacciarci per “naturale” e inevitabile, è né l’uno né l’altro. Al contrario: è innaturale ed evitabilissimo. Né è frutto del caso, dell’evoluzione o della Natura. È frutto, invece, di scelte precise. Scelte che pochissimi “stakeholder” – come si ama dire adesso – impongono, e che miliardi di persone subiscono. Gli ingenui, saranno anche ingenui. Ma la loro colpa finisce lì. E penalizza soltanto loro. Coloro i quali li deridono, invece, hanno colpe infinitamente più grandi, perché fondano il loro personale paradiso sull’inferno dei nove decimi della popolazione mondiale. il 99%. Mind the Gap!

“Negli ultimi 25-30 anni, l’indice di Gini – il parametro comunemente usato per misurare la disuguaglianza di reddito – è aumentato di circa 29 volte negli Stati Uniti, del 17% in Germania, del 14% in Gran Bretagna, del 12% in Italia e dell’11% in Giappone” (Joseph Stiglitz: “Invertire la rotta – Disuguaglianza e crescita economica”, Laterza 2018). Secondo studi Ocse, aggiunge Stiglitz “in paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Italia, negli ultimi due decenni la crescita economica complessiva sarebbe stata tra i 6 e i 9 punti percentuali più alta se non fosse aumentata la disuguaglianza di reddito”. Le soluzioni ci sono, ovviamente. E non sono soltanto economisti come Stiglitz e Piketty a fornirne, da anni, un più che eloquente campionario. Una volta si sarebbe detto “manca la volontà politica”. Oggi la situazione è molto più grave: manca la politica. E una cosa che non esiste, non può avere volontà.

 

Verso l’Elysium

Se, davvero, siamo troppi, la Terra non ci può ospitare tutti e il controllo delle nascite non è praticabile (più per ragioni socio-economiche che morali), restano solo due alternative: stermini di massa (malnutrizione e malattie ce la stanno mettendo tutta ma, a quanto pare non basta: mentre scrivo la popolazione mondiale ha superato i 7,8 miliardi di persone e, quest’anno è cresciuta di 65,5 milioni di unità: più dell’intera popolazione italiana) o nuove terre. E, dato che quelle emerse sono già state esplorate tutte, non resta che “alzare il tiro”. Pardon: lo sguardo.

E, così, lo scenario distopico profetizzato da film come “Elysium” (2013) diventerà realtà. Molto prima di quello che pensiamo. Gli iper-ricchi creeranno la loro “newco” (una serie di colonie orbitanti iper-esclusive, riservate non al “popolo eletto” ma alla “élite eletta”: eletta dal mercato, ovviamente, non dall’altro Dio che nessuno ha mai visto) e abbandoneranno al proprio destino la “badco” (la nostra Terra), sulla quale miliardi di esseri-umani-non-più-umani si scanneranno – letteralmente – per un sorso d’acqua fangosa e contaminata e qualche resto di tubero, radice o di chissà quale diavoleria sintetica.

 

Spazio privato

Scenario fantascientifico e irrealistico? Forse. Ripensando a quanto messo nero su bianco dagli analisti Morgan Stanley, però, viene da dubitarne. Senza contare che è un fatto che, per la prima volta nella storia, la corsa allo Spazio stia diventando, sempre più, una questione privata.

Pensate davvero che sia solo per ragioni di visibilità e prestigio personale che alcuni tra i 26 famosi iper-ricchi sul piatto sinistro della bilancia – Gates, Bezos (Blue Origin), Zuckerberg, Page, Branson (Virgin Galactic) e Musk – stiano investendo così tanto nel business dello Spazio?

Secondo Euroconsult, circa il 40% degli investimenti spaziali del 2017 derivano da 120 società di venture capital e anche se gli Stati, per ora, continuano a mantenere un ruolo essenziale, il peso dei loro finanziamenti è sempre più minoritario. Sono loro gli ingenui o siamo noi?

 

Panni sporchi, bambini e bambolotti

Qual è la questione determinante alla base di tutto questo? Il ruolo sempre più ancillare al quale la politica – e, di conseguenza, la democrazia – è stata ridotta, dalla caduta del Muro di Berlino in qua. Mentre la maggioranza (irrilevante) festeggiava (ingenuamente) la fine della Guerra Fredda e della divisione in blocchi, la minoranza (determinante) festeggiava (consapevolmente) l’unificazione del pianeta sotto il potere che sbaragliato tutti gli altri: il suo. Greedlander: l’ultimo immortale.

Nome a parte, la politica, ormai, non ha più nulla a che fare con la vita della polis, intesa nel senso di comunità nazionale. Né ha più nulla a che fare con quelle istanze di giustizia sociale che – da metà Ottocento fino a tutti gli anni Settanta del Novecento – avevano portato alla mobilitazione grandi masse di lavoratori (operai e contadini senza terra) facendo la fortuna elettorale e, quindi, politica dei grandi partiti a vocazione popolare.

Il fatto che, nella realtà delle cose, non esistano più né una “classe operaia” né una “classe contadina” e che – in un Paese a crescita zero come il nostro – non abbia più alcun senso parlare di “proletariato”, svuota di contenuti e di senso tutte quelle politiche che avevano avuto l’ambizione di promettere e la capacità di garantire riscatto sociale e benessere collettivo.

Non è un caso che, a un certo punto, gli “ideali” siano stati bollati come “ideologie” e i grandi partiti popolari dipinti come forze di occupazione delle istituzioni e macchine di corruzione, interessate unicamente a fare soldi. E così, all’improvviso e nel giro di pochi mesi, il Potere (è lui che detiene la politica e non viceversa) si è tolto dalle palle sia le grandi idealità che i grandi partiti di massa. In un colpo solo, si è liberato del fastidio, delle “lungaggini” e dei costi (sociali ma soprattutto economici) dell’intermediazione politica. Dal produttore al consumatore. Di decisioni, ovviamente. Per la serie: noi decidiamo e voi ubbidite.

L’olio (i partiti) che consentiva al pistone (il Potere) di non bruciare il cilindro (la società) era stato eliminato e ora il pistone era, finalmente, libero di devastare l’odiato cilindro.

Con questo, non intendo, ovviamente, sostenere che la corruzione non ci fosse. Sarebbe folle. C’era eccome. Intendo dire che – con la scusa (apparentemente nobile) di liberarsi (cosa sacrosanta) dei “panni sporchi” (corruttori e corrotti) – ci si è liberati del “bambino” (ideali e soggetti politici tradizionali), prontamente sostituito con un “bambolotto” (le cosiddette classi dirigenti della cosiddetta Seconda repubblica) decisamente meno colto, meno intelligente, meno esperto e meno onesto. In compenso, però, infinitamente più docile e malleabile.

Morale? La politica è stata spazzata via, la corruzione, invece, è viva e vegeta, e mai così diffusa e florida come oggi. Lascio a chi legge valutare se – nel rapporto costi/benefici – la società italiana abbia guadagnato o perso.

 

Bye-bye democrazia rappresentativa

Non è solo una questione italiana, purtroppo. Basta guardare come si sono ridotte Inghilterra e Stati Uniti, due delle roccaforti storiche della democrazia moderna.

Al di là degli effetti devastanti di una corruzione, diffusa a ogni livello e, a questo punto, assai difficile da estirpare, i problemi più gravi che stanno minando alle fondamenta le democrazie rappresentative mi sembrano, essenzialmente, due:

  1. le decisioni che più contano non appartengano più alle sfere nazionali ma sono state risucchiate in una sfera sovranazionale e completamente a-statuale, rispetto alla quale i vecchi stati-nazione hanno una capacità di incidere quasi pari allo zero;
  2. in una società sempre più parcellizzata – nella quale le vecchie classi sociali-fiume si sono disperse in migliaia di rivoli – non è possibile immaginare “politiche su misura” per ciascuno di questi minuscoli corsi d’acqua. Sono rivoli troppo piccoli, quasi sempre privi di “potere contrattuale” (rider del food delivery; stower [chi riempie gli scaffali] e picker [chi prepara i pacchi] di Amazon, ecc.), spesso in conflitto tra loro (come tassisti, Uber e car sharing) e cambiano composizione, esigenze e richieste troppo frequentemente. Nessuna vera forza politica sarà mai in grado di mutare linea tanto rapidamente. E, nel caso riuscisse a farlo, non sarebbe certo una linea politica di prospettiva.

Tutto questo, ha – nei fatti – svuotato la politica della sua dimensione “profetica”. E di qualunque visione. Non solo di lungo ma anche di medio termine. Della politica è rimasto il nome, ma si è persa completamente la sua ragione costitutiva: indicare alle società sia la “Terra promessa” che la strada per raggiungerla. Oggi nulla di tutto questo esiste più. I gruppi di interessi selezionano “consigli di amministrazione” – per non dire “comitati d’affari” – con un unico obiettivo: gestire l’esistente, occupando tutti i posti che il “neo cencellismo” consente di occupare, per sedersi a tavola e gustare tutte le portate previste dal menu. Altro giro, altro regalo. E, dato che il giro sarà inevitabilmente breve (milioni di voti si spostano da un messia all’altro nel giro di pochi mesi), meglio rimpinzarsi il più possibile e farsi anche preparare un ricco doggie-bag. Riflessioni, proclami, bandiere, parole d’ordine & Co. sono solo facciata: la carta e il fiocco colorati che decorano il pacchetto. Vuoto.

 

Democrazia rima con oligarchia

Non solo. L’incredibile crescita e diffusione del benessere che si è registrata dal dopoguerra a oggi nelle società occidentali, ha capovolto il valore della regola della maggioranza. E, con esso, il fondamento stesso delle democrazie rappresentative. Se, oggi, infatti – contrariamente a quanto accadeva in Occidente fino alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso – “quelli che stanno bene” sono di più di “quelli che stanno male”, è ovvio che le politiche che incarnano le istante della maggioranza finiranno col favorire i primi e penalizzare i secondi. Ecco, allora, che le grandi democrazie occidentali –  che sono fiorite per essere riuscite a far passare dalla povertà al benessere la maggioranza delle persone – si trasformano, inevitabilmente, in oligarchie conservatrici che finiscono col negare, a quelli che stanno peggio, quegli stessi diritti per garantire i quali loro erano nate.

 

Dalla melanconia all’harakiri

Una certa disillusione – scriveva Pascal Bruckner (“La Mélancolie démocratique”, Seuil, 1990) – accompagna sia in Oriente che in Occidente il crollo dell’ordine totalitario e l’avanzata della libertà nel mondo. Ho chiamato questo fenomeno ‘melanconia democratica’, ed è proprio il tono dominante del nostro tempo. La sensazione, con la scomparsa dell’avversario sovietico, di aver perso l’orientamento, di ritrovarsi senza nemici dichiarati e quindi di affrontare sé stessi, di aver ottenuto una vittoria paradossale che lascia dietro di sé tanti problemi quanti ne risolve, sono alcune delle cause di questo disincanto post-totalitario, che si riflette nella nostra società con un rafforzamento dell’apatia civica e della rassegnazione. Per evitare che questa depressione metta a rischio la rinascita liberale, dobbiamo essere critici nei confronti del trionfo delle nostre idee. Conviene, soprattutto, praticare uno scetticismo attivo che, senza riporre speranze eccessive nella perfettibilità umana, lavori per mantenere le promesse dell’Illuminismo: il rifiuto della servitù, l’estensione dei diritti e delle libertà, la progressiva civiltà di tutta l’umanità. Se non vogliono pentirsi di aver vinto, le democrazie sono condannate a diventare militanti e conquistatrici: al Nord come al Sud”.

Magari mi sbaglio, ma mi sembra che – in questi trent’anni – nulla di ciò che auspicava Bruckner si sia realizzato. E dubito che ciò che non è stato fatto in un periodo decisamente più propizio di questo, potrà essere fatto oggi. Ogni giorno che passa, faccio sempre più fatica ad allontanare l’idea che, dalla melanconia, la democratica sia passata all’harakiri. Ed è con l’ottimismo non della volontà ma di quella che la filosofa Roberta De Monticelli chiama “disperanza”, che spero non sia giunto il momento di dirle: “rest in peace”.