I REDWEST e quel suono rock e metallo che esce dalla tangenziale di Milano

REDWEST

Mi succede spesso. E dopo tanti anni non mi sono ancora abituato. Guidare intorno a Milano è come aprire le porte del Far West. Accendi la macchina, imposti il navigatore e inizi a girare in tondo. Tutti i nomi intorno alla tangenziale si assomigliano, tutti i luoghi sono uguali, tutte le facce nelle aree di servizio hanno la stessa espressione. Con gli Autogrill che di notte chiudono una porta perché si esce da dove si entra, i Crastan Caffè con i cornetti avanzati del giorno prima, i Motel che si affittano anche solo per un’ora, le luci sbiadite dei centri commerciali, la pianura ingiallita dove pascolano solo i cani al guinzaglio e i tralicci dell’Enel, dove ogni due o tre chilometri trovi una deviazione per lavori in corso dimenticata e quei maledetti autovelox accesi che scattano foto accanto ai semafori rotti.

Il coprifuoco da queste parti c’è sin dall’origine dei tempi. Però ci vai. perché ci devi andare e perché da qualche parte poi alla fine arrivi.

In fondo l’epopea del West era questa, il viaggio come unica destinazione. Andare incontro al destino, fischiettando una vecchia ballata, pensando alla vita come avrebbe dovuto essere, alla tua donna come avrebbe dovuto essere, alla tua famiglia come avrebbe dovuto essere, al sesso come avrebbe dovuto essere, alla tua casa come avrebbe dovuto essere, al tuo tempo come avrebbe dovuto essere.  Fuori dalla tangenziale il mondo piove sempre e se ne frega di tutti i tuoi “avrebbe dovuto essere” e  corre verso il deserto, un deserto al neon ad alta densità abitativa, con tanto di parcheggi di scambio e una foschia perenne ad illuminare di grigio tutto quello che c’è. Mancano solo il fischio di Ennio Morricone, i cactus, il cartello “non sparate sul pianista” e qualche cespuglio che rotola nella polvere.

Nel Far West, quello vero, si usavano le pistole e il piombo. Oggi il metallo cambia odore  e viene  grattato dalle corde delle chitarre elettriche con quel suono ruvido e strozzato che ti aggredisce imprecando, un misto di parole e riff che urlano al mondo che questo non è il tuo mondo.

Avete presente quando dovresti uscire finalmente dalla tangenziale ma scopri che l’uscita è chiusa e devi ricominciare il giro?

Magari non li conoscete i REDWEST. E magari se mi date retta li andate a cercare su YouTube. Dicono di suonare una roba che chiamano “Spaghetti Western Metal”,  si fanno chiamare Il Lurido, Il Randagio, la Straniera, Il Losco, si vestono come cacciatori di taglie e hanno le facce come quelle che i cacciatori di taglie vedono stampate sui manifesti con su scritto Wanted con sotto il prezzo. Dicono di vivere dove si può solo sopravvivere, ai margini dell’infinito nulla, dove al posto dei Boschi Verticali ci trovi solo gli  svincoli micidiali (canterebbe De Gregori), palazzine di edilizia popolare post apocalittiche costruite intorno a rotonde spelacchiate e cavalcavia dove non trovi nemmeno un rider in bicicletta e l’unica cosa che puoi fare con il delivery è portarti a casa da solo. Se la trovi.

Ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze. In fondo il paesaggio fuori dalla tangenziale è molto meglio di quello che sembra e loro ci giocano a fare quelli che vivono nel Far West. Perché i REDWEST suonano davvero forte e suonano davvero  bene, conoscono il linguaggio del rock e della rabbia, hanno imparato dove si può arrivare spingendo oltre ogni limite il confine della musica e lo impastano con le sonorità blues del fiume. Quale fiume non si sa, non c’è il Mississipi da queste parti, ma di sicuro ne hanno sentito parlare.

Li ascolti e senti l’odore e le vibrazioni della vita, dove può capitarti qualsiasi cosa proprio perché di solito qua non succede mai nulla. Come nel Far West.