Enrico Baiano: “Per dare il meglio mi identifico in qualcuno del pubblico e suono per lui”

Enrico

A partire da quest’anno, MEMO è media partner del Levanto Music Festival – Amfiteatrof, la rassegna musicale dedicata al violoncellista Massimo Amfiteatrof che si svolgerà a Levanto dal 2 luglio al 12 settembre 2021. Abbiamo chiesto ai musicisti che prenderanno parte al Festival di rispondere alle domande del nostro questionario musicale #IoSonoMusica.
Pubblichiamo le risposte del clavicembalista Enrico Baiano, che si esibirà il 10 luglio assieme alla violoncellista Catherine Jones nel concerto “Si suona, a Napoli!”.

Com’è entrata la musica nella sua vita?
La musica è entrata nella mia vita molto presto, a scuola in Australia, quando avevo 6 anni. Dopo aver fatto un test di musica nella mia classe, scelsero 4 o 5 bambini con più spiccata attitudine musicale per studiare violino o violoncello. Avevo scelto il violoncello (o forse i miei genitori l’hanno scelto per me, non mi ricordo!) ed è a quel punto, involontariamente, che ho incontrato lo strumento per la prima volta.

Il primo incontro con il suo strumento.
Il mio primo vivido ricordo di ascolto risale a quando avevo 11 anni e ho ascoltato un gruppo di giovani musicisti durante un campo estivo di musica da camera a Perth. Stavano suonando il Quintetto per due violoncelli di Schubert e l’emozione è stata enorme… La musica era così bella e commovente! Ancora oggi Schubert rimane uno dei miei compositori preferiti e il Quintetto in Do maggiore D956 uno dei miei brani preferiti.

Come racconta il suo rapporto anche fisico con la musica e il violoncello?

Per me un brano musicale è un racconto, è un evento in divenire, è un tappeto magico che mi trasporta in un viaggio fantastico, e trasforma me e chi ascolta, anche se l’ho eseguito decine di volte.

L’insieme dell’evento sonoro (struttura formale, dati storici, estetici e stilistici, caratteristiche strumentali, armoniche, melodiche ecc.) non si esaurisce in sé stesso, ma mette in moto l’immaginario e l’inconscio di interprete e ascoltatore con associazioni e rimandi che coinvolgono tutte le possibilità espressive e comunicative umane, dando ulteriore spessore espressivo al testo. Un brano musicale è anche teatro, pittura, scultura, architettura, poesia. Mentre suono (o ascolto un’interpretazione che mi coinvolge) provo di volta in volta sensazioni emotive (preoccupazione, aspettativa gioiosa, insondabile malinconia, ironia, furore, celeste rassegnazione, spensieratezza, e sentimenti ancora più specifici, troppo lunghi da descrivere), fisiche (un pugno levato verso il cielo, a sfidare gli dèi, e subito dopo la sua ricaduta in basso per l’impossibilità di opporsi al Fato…), visive (“precipitanti sassi”, una struttura architettonica fantastica nello stile delle stampe di Piranesi…), e potrei continuare ancora per molto. Non potrei essere più lontano dall’affermazione di Stravinskij secondo il quale “la musica esprime solo sé stessa”: mi sembra inapplicabile perfino a gran parte della SUA musica, se penso alla storia e alle situazioni emotive che viviamo ad esempio in Petrushka! D’altronde mi sembra anche che una statua sia ben più di una scultura, una basilica sia ben più che un’architettura, un sonetto sia ben più che una poesia…

Le esperienze musicali più belle. Da ricordare e raccontare.
Da ascoltatore: la prima volta che ho ascoltato il quartetto n. 8 di Shostakovich. Non so cosa sia successo, c’è moltissima musica altrettanto bella, ma quella determinata sera, quel determinato ascolto rimangono per me un evento d’intensità raramente eguagliata. La compattezza formale, la chiarezza del discorso, l’intensità espressiva… il coinvolgimento e la concentrazione furono così profondi e totali che, dopo il concerto, ero in grado di ricordare a memoria una buona metà della musica. Il giorno dopo mi precipitai a comprare la partitura, e scoprii un’incredibile coincidenza: la prima esecuzione del quartetto si era tenuta la sera del 2 ottobre 1960, il giorno della mia nascita!
Da esecutore: un concerto alla Purcell Room, a Londra. Le premesse non potevano essere peggiori: avevo preso freddo e avevo un orecchio tappato. Prima del concerto la paura mi aveva impedito di deglutire anche un sorso d’acqua, e in più mi era capitato l’impossibile: in camerino, appoggiando la mano destra sul rivestimento di legno della parete, ero riuscito a infilarmi una scheggia di legno sotto l’unghia del pollice, naturalmente nella parte che avrebbe toccato il tasto! Mi faceva male, ma non avevo niente per estrarre la scheggia, e ormai era ora di andare… Mi avviai verso la sala pensando “vabbé, sarà una catastrofe, ma in un’ora sarà finita, non mi chiameranno mai più a Londra e fra un anno tutto sarà solo un cattivo ricordo”. Entrai in sala, salutai, e chiesi al pubblico di applaudire solo alla fine per gustare meglio il ‘racconto’ che avevo costruito, aggiungendo “…sempre che abbiate ancora voglia di applaudire, dopo…”. Ci fu una risata generale, e nel silenzio che seguì sentii qualcuno mormorare “…una richiesta difficile da rispettare”, e vidi un signore del pubblico sorridermi ed annuire. Gli sorrisi a mia volta e questo mi sbloccò completamente: cominciai a suonare per quella persona in particolare; anzi: cominciai ad ascoltare la musica che suonavo con le orecchie di quella persona. Ero nello stesso tempo completamente concentrato sull’esecuzione, ma anche distaccato da me stesso; mi godevo la bellezza dei pezzi e pregustavo il piacere che quell’ascoltatore avrebbe provato al quel tale o talaltro passaggio meraviglioso che stava per arrivare. Nel frattempo guardavo strabiliato me stesso eseguire i passaggi difficilissimi di alcune tra le sonate più spettacolari di Scarlatti con una tranquillità, una sicurezza e una perfezione incredibili (in genere sono uno che pasticcia abbastanza). Insomma, andò proprio bene! Peccato che questo concerto venne tenuto… il 9 settembre 2001: due giorni dopo ci fu l’11 settembre e fu impossibile conservare anche solo un minimo della contentezza e dell’esaltazione che avevo vissuto.

Comunque ho imparato che per godermi il concerto e dare il meglio che posso devo identificarmi in qualcuno del pubblico, suonare per lei/lui e godermi la musica come se fossi un qualsiasi ascoltatore.

Il suo sogno (realizzabile) nel cassetto.
Comunicare a quante più persone possibili ciò che ho imparato e ho capito della musica. L’insegnamento è fondamentale sia per le mia crescita che per mettere in condizione altre persone di proseguire sul cammino che ho intrapreso.

A cosa serve la musica?

Non serve a niente, perché non è la serva di nessuno (Aristotele, sulla Filosofia). È parte dell’umano, elemento imprescindibile dell’immaginario, linfa vitale dello spirito. È ugualmente ozioso chiedersi a cosa serve un albero…

Enrico Baiano è oggi considerato uno dei più completi e interessanti interpreti sulla scena della musica antica.
Nel suo approccio interpretativo si combinano sapientemente rigore storico-stilistico, libertà espressiva e grande virtuosismo. Ha registrato vari cd per l’etichetta Symphonìa (ora in corso di ripubblicazione per le etichette Pan Classic e Glossa) e Stradivarius, tutti accolti entusiasticamente dalla critica e più volte premiati. Per Limen Arts ha registrato in cd e dvd: J. S. Bach, Il Clavicembalo ben temperato (eseguito suclavicembalo, clavicordo e fortepiano), Toccate e, con il flautista Tommaso Rossi Sonate per traversier e e tastiera (fortepiano).
Le produzioni Limen sono scaricabili anche presso il sito www.limenmusic.com.
Ha preso parte a diverse trasmissioni televisive e radiofoniche italiane ed estere e a due film-documentario del regista Francesco Leprino: “Sul nome B.A.C.H.” e “Un gioco ardito” (su Domenico Scarlatti).
Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Metodo per clavicembalo (Ut Orpheus), tradotto in cinque lingue; Le Sonate di Domenico Scarlatti (in collaborazione con Marco Moiraghi; LIM – Libreria Musicale Italiana); Il discorso musicale, in La narrazione al plurale (a cura di S. Messina – Gaia); Millefughe, pause e riprese. Clavicembalisti napoletani del Seicento, in Storia della Musica e del Teatro a Napoli – Il Seicento (Turchini Edizioni).
È docente di clavicembalo, clavicordo e fortepiano presso il Conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino.