I feti sono sacri, gli esseri umani no?

esseri umani
Foto di Annette Jones da Pixabay

Un’immagine, si dice, vale più di mille parole. In questo caso, le immagini sulle quali vorrei riflettere sono due. Apparentemente di segno opposto. In realtà, a guardarle bene, ci rendiamo conto che fotografano due aspetti complementari dello stesso fenomeno.

I feti sono sacri, gli esseri umani no?

I feti sono sacri, gli esseri umani no?

Fenomeno planetario: l’espandersi di quello che potremmo definire lo spirito neo-totalitarista che sta oscurando di sé questo inizio di millennio.

Neo-totalitarismo manifesto in molte aree del Pianeta; cripto-neo-totalitarismo in altre. Del secondo – di gran lunga più pericoloso, proprio in quanto nascosto – sorprende soprattutto il fatto che si stia affermando in una serie di Paesi occidentali che siamo abituati a considerare democrazie. Abitudine, appunto, e poco altro, ormai, dato che il “coefficiente di democraticità” sta scendendo, praticamente ovunque, in maniera preoccupante. Realtà, non impressioni.

Tentativo di golpe in USA
Tra gli eventi recenti più clamorosi e significativi, c’è, senza dubbio, il fatto che, per la prima volta, negli Stati Uniti, si sia verificato un “tentativo di golpe”. Non ha usato mezze parole, il 10 giugno scorso, Bennie Thompson, Presidente della Commissione di indagine sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. “Il 6 gennaio e le bugie che hanno portato all’insurrezione – ha detto – hanno messo due secoli e mezzo di democrazia a rischio. La nostra democrazia resta in pericolo”. Poco dopo, la deputata repubblicana Liz Cheney (figlia di Dick Cheney, Segretario alla Difesa sotto la presidenza di George Bush padre e vicepresidente USA dal 2001 al 2009, sotto la presidenza di George W. Bush figlio) – non certo una “liberal” – ha spiegato che Trump aveva un “sofisticato piano in sette punti” per capovolgere il voto e restare al potere. Non era mai successo niente del genere. Nel 1814 – ha ricordato Thompson – il Campidoglio era stato “assalito da una forza straniera”: il 6 gennaio, invece, è stato assalito da “nemici interni”, su incoraggiamento di Trump.

Democrazie sempre meno democratiche
Secondo il Democracy Index 2021 stilato dall’Economist Intelligence Unit, (https://www.eiu.com/n/campaigns/democracy-index-2021/) infatti, solo il 6,4% della popolazione mondiale risiede in una “piena democrazia (era l’8,4% nel 2020) mentre, più di un terzo della popolazione mondiale (37,1%) vive sotto un regime autoritario.
Non solo: meno della metà (45,7%) della popolazione mondiale vive, oggi, in una qualche forma di democrazia: calo significativo rispetto al 2020, quando la percentuale era del 49,4%.

Table 1.
Democracy Index 2021, by regime type
No. of countries% of countries% of world population
Full democracies2112.66.4
Flawed democracies5331.739.3
Hybrid regimes3420.417.2
Authoritarian regimes5935.337.1
Note. “World” population refers to the total population of the 167 countries covered by the Index. Since this excludes only micro states, this is nearly equal to the entire estimated world population.
Source: EIU.

 

Solo 74 dei 167 Paesi e territori presi in esame – vale a dire il 44,3% del totale – sono considerati democratici. Le “piene democrazie” sono scese da 23 (2020) a 21; le “democrazie imperfette” sono aumentate di una unità, arrivando a 53. Dei rimanenti 93 Paesi, 59 sono “regimi autoritari” (erano 57 nel 2020) e 34 sono classificati come “regimi ibridi” (35 nel 2020). Un quadro tutt’altro che confortante.

Italia: democrazia imperfetta
La cosa, per noi, più preoccupante, però, è che il nostro Paese è considerato una “democrazia imperfetta” e non una “piena democrazia”, e occupa il 31esimo posto della classifica dei 167 paesi esaminati. Veniamo dopo Norvegia (1), Finlandia (3), Svezia (4), Islanda (5), Danimarca (6), Irlanda (7), Olanda (11), Lussemburgo (14), Germania (15), Regno Unito (18), Austria (20), Francia (22), Spagna (24), Stati Uniti d’America (26), Estonia (27), Portogallo (28) e Rep. Ceca (29), per citare solo Paesi europei, Regno Unito e Stati Uniti.
Avremo anche “la Costituzione più bella del mondo”, ma la prova dei fatti dimostra che la rispettiamo e applichiamo pochissimo.

Pratiche neo-totalitarie
Questo spirito neo-totalitarista si incarna in molti aspetti. Troppi. E, guarda caso, tutti essenziali perché le fasce più deboli e più fragili della popolazione mondiale possano sperare di condurre una vita dignitosa. Eccone alcuni.

  1. Disuguaglianza, ormai, fuori controllo, ammesso e non concesso che qualcuno abbia mai voluto davvero controllare. Secondo Oxfam, nei primi 2 anni di pandemia, i 10 uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15.000 dollari al secondo: 1,3 miliardi di dollari al giorno. I 10 super-paperoni detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, ovvero di 3,1 miliardi di persone.
  1. Povertà che continua a crescere. Negli ultimi due anni, nel mondo, si stima che 163 milioni di persone in più siano cadute in povertà. Persone che vanno ad aggiungersi agli oltre 700milioni (quasi il 10% della popolazione del pianeta) che vivono in povertà estrema. Oggi, l’85 per cento della popolazione mondiale vive con meno di 30 dollari al giorno, due terzi vivono con meno di 10 dollari al giorno e una persona su dieci con meno di 2 dollari al giorno. Nel nostro Paese (Istat, 2020) “sono oltre due milioni le famiglie in povertà assoluta (con un’incidenza pari al 7,7%), per un totale di oltre 5,6 milioni di individui (9,4%), in significativo aumento rispetto al 2019 quando l’incidenza era pari, rispettivamente, al 6,4% e al 7,7%”. A queste si aggiungono le famiglie in povertà relativa: poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019), per un totale di 8 milioni di individui (13,5%). Il che significa che 13,6 milioni di italiani (il 23% della popolazione: quasi 1 su 4) vivono tra povertà relativa e assoluta. Sono cifre da Paese civile? Da ottava economia al mondo (The Economist)?
  1. Evasione fiscale a livelli parossistici: nel nostro Paese – secondo Tax Research – il cosiddetto “Tax gap” (la differenza tra le imposte effettivamente incassate e quelle che si incasserebbero in un regime di perfetto adempimento) è di 190,9 miliardi di euro l’anno, pari al 10,7% per cento del Pil 2021. Dell’elusione, ovviamente, nessuno sa nulla. L’ultima “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva” ha quantificato che, nel periodo 2016-2018, lo Stato, ogni anno, abbia incassato, in media, più di 94 miliardi di euro in meno, rispetto a quelle stimate. A questo si aggiungono le parole pronunciate pochi giorni fa (Torino, Festival dell’Economia) dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate – Ernesto Maria Ruffini – il quale ha rivelato che 19 milioni di italiani hanno almeno una cartella esattoriale (16 milioni di persone fisiche e 3 milioni di società, ditte, partite iva) e che, nel cosiddetto “magazzino dei ruoli”, lo Stato ha circa 1.100 miliardi di euro (tasse, imposte e contributi da riscuotere, accumulate negli ultimi 20 anni), dei quali, se tutto va bene, riuscirà a recuperare “qualche decina di miliardi”, “comunque sotto i cento”, dal momento, che “la stragrande maggioranza dei crediti in magazzino non è riscuotibile”. I virgolettati sono di Ruffini. Mille e cento miliardi! Vale a dire la bellezza di 5 PNNR messi insieme e ben 55 volte il costo (ma solo per coloro i quali le tasse le pagano: pensionati e pubblici dipendenti, su tutti) di tre anni di Reddito e la Pensione di Cittadinanza: poco meno di 20 miliardi di euro (19,83mld), utilizzati per aiutare 4,65 milioni di persone. Possibile che i “furbetti” siano sempre i più poveri e mai gli evasori?
  1. Lavoro sempre più precario, pagato sempre meno, e sempre meno tutelato. I diritti vengono, quotidianamente, bollati come privilegi da parte di quei privilegiati che vogliono rimanere gli unici titolari di diritti. Misure come reddito di cittadinanza e salario minimo vengono, continuamente, demonizzate. Il primo, utilizzando come scusa il fatto che i soliti “furbetti” ne approfittano. (Sarebbe come dire che, dal momento che esistono gli stupratori, tutti i maschi devono essere evirati). Il secondo, invece, è visto come il diavolo in chiesa: “ringrazino che hanno un lavoro! Non vorranno mica essere anche pagati!?!” Non si trovano gli stagionali, dicono. Forse perché, in realtà, non si cercano stagionali ma schiavi. Due parole che hanno in comune solo il fatto di cominciare e finire con le stesse lettere. La differenza, però, è abissale. Ed è la differenza che passa tra civiltà e barbarie. Non manca il lavoro: mancano gli stipendi. Il salario minimo, in Italia, c’è già: si chiama salario. Non solo le retribuzioni italiane sono sotto la media dell’Eurozona, ma il divario con altri grandi Paesi continua ad allargarsi. Da noi, il salario lordo annuale medio (2021) è di 29,4 mila euro, contro i 37,4 mila medi dell’Eurozona: 8mila euro in meno. In Francia, supera i 40,1 mila euro; in Germania i 44,5 mila euro. I salari medi italiani, dunque, segnano una differenza di -10,7 mila euro rispetto alla Francia e -15 mila rispetto alla Germania (Fondazione Di Vittorio, Cgil). Eppure Germania e Francia sono economie più forti della nostra: rispettivamente la quarta e la settima economia al mondo. È evidente, dunque, che i giusti salari non penalizzano le economie. Se non si vogliono alzare, le ragioni non possono che essere altre. E non bisogna essere Nobel dell’economia per intuire quali.
  1. Ostracismo, marginalizzazione e vessazioni di tutte le minoranze: donne, giovani, anziani, malati, portatori di handicap, immigrati… Chiunque non faccia ancora o non faccia più parte della catena produttiva, e chiunque non sia in grado di garantire gli standard di produttività desiderati, viene penalizzato. Le donne, ad esempio, faticano più degli uomini a trovare lavoro (ruoli di alto livello e ad alta specializzazione sono ricoperti soprattutto da uomini) e, a cinque anni dalla laurea, vengono pagate circa il 20% in meno. Questa (in)cultura neo-totalitarista sta generando un’epoca di nuove schiavitù, che si allargano, in modo preoccupante, a quelle società occidentali che, fino a ieri, sembravano essere riuscite a cancellare la schiavitù e a liberarsene.

Cosa c’entra tutto questo con le due foto proposte in apertura? Tutto. Il mondo sta virando – avidamente, prepotentemente e molto rapidamente – verso un “mors tua, vita mea” planetario, che sta annientando – dall’interno – le democrazie, svuotandole – molto più rapidamente di quanto ci appaia – di tutto ciò che le rende davvero tali: welfare, sanità pubblica, istruzione, occupazione stabile e tutelata, salari dignitosi, sicurezza sul lavoro, pensioni… Questo, perché le democrazie sono diventate insopportabili a chi ha quasi tutto e vuole tutto. E, per avere tutto, non è più disposto a dare nemmeno quel poco che dava (o era convinto di dare).

Pensateci: non è curioso che chi evade il fisco – e, dunque, non caccia un euro per finanziare misure come “reddito di cittadinanza” e “salario minimo” – si opponga a tali misure? Per quale motivo lo fa, visto che a lui non tolgono nulla? Semplice: perché vuole che anche gli ultimi spiccioli dedicati a quello che resta del welfare, vengano tolti al welfare e impiegati per rendere ricchi e super-ricchi ancora più ricchi. E, dato che – per avere sempre di più, non è rimasta altra strada che togliere, a chi ha poco, anche quel poco che ha – allora ricchi e super-ricchi premono, con tutta la loro “potenza di fuoco”, per ottenere politiche predatorie, che garantiscano loro l’ennesimo upgrade patrimoniale.

Il “greed is good” è morto, signori: lunga vita al “greed is God”.
È, dunque, una contraddizione solo apparente il fatto che, negli Stati Uniti (“la più grande democrazia del mondo”: grande, ormai, solo in termini quantitativi), da una parte, si dichiari (del tutto strumentalmente) di voler proteggere la sacralità della vita umana e, dall’altra, non si riesca nemmeno a limitare la vendita delle armi (gli alcolici non si possono bere fino a 21 anni ma, sin dai 18 anni, si possono comprare fucili d’assalto!), nonostante le stragi di innocenti che continuano a insanguinare il Paese.

Cos’è? I feti sono sacri, gli esseri umani no?
O la vita umana è sacra sempre – dentro e fuori dall’utero – o non è sacra né dentro né fuori. Chi sostiene che lo sia, allora, oltre a impedire l’aborto, dovrebbe impedire il commercio delle armi; chi sostiene che non lo sia, allora, oltre al commercio delle armi, dovrebbe consentire anche l’aborto.

La verità è che limitare l’aborto ma non le armi non è un atteggiamento contraddittorio. Si tratta, semplicemente, di due facce della stessa me(r)daglia: quel Neo-totalitarismo del quale ho parlato, che – in quanto figlio di quello che Eco chiamerebbe Ur-fascismo (“Il fascismo eterno”, La Nave di Teseo, 2017) – si fonda su alcune caratteristiche immutabili e “immortali”: culto della tradizione, rifiuto del modernismo, irrazionalismo, culto dell’azione per l’azione, paura della differenza, appello alle classi medie frustrate, ossessione del complotto, rifiuto del pacifismo (visto come collusione col nemico), vita come guerra permanente, disprezzo per i deboli, machismo, disdegno per le donne, condanna intollerante per abitudini sessuali non conformiste, culto della morte, populismo “qualitativo” opposto ai putridi governi parlamentari, e, naturalmente, “neolingua” (come quella trumpiana o quella che ha portato alla Brexit e, da noi, invoca l’Italexit).

Molti, se non tutti, questi elementi sono alla base di quella (in)cultura neo-totalitarista che produce i due fenomeni esemplificati dalle immagini proposte all’inizio di questa riflessione. Fenomeni rilevanti – certamente non gli unici – che sono, allo stesso tempo, causa ed effetto della riduzione sia del numero che della qualità e della “fortuna” delle democrazie sul pianeta. Numero, qualità e “fortuna” in costante riduzione anche grazie alla complicità di classi dirigenti spesso indifendibili che hanno fatto disamorare della democrazia più di una generazione, come dimostra il preoccupante e sempre più diffuso crollo dell’affluenza elettorale.

Che dire? La democrazia è come l’aria: ci si accorge di quanto sia vitale, solo quando manca. Quando manca, però, è troppo tardi.