#Controcanto. Claudio Baglioni e la poesia del tempo
Il “GrandTour La vita è adesso” di Claudio Baglioni, che avrebbe dovuto debuttare lunedì 29 giugno 2026 in Piazza San Marco a Venezia, è stato posticipato al 2027 a causa di una polmonite interstiziale acuta che ha colpito l’artista. Una notizia che rende ancora più attuale una riflessione sul rapporto tra Baglioni e il tempo: lo stesso tempo che le sue canzoni hanno sempre raccontato, e che oggi l’artista è chiamato ad attraversare in prima persona.
Viviamo nell’epoca dell’istante. Lo sappiamo bene, la cultura contemporanea celebra il presente assoluto. Parliamo di ricerca immediata delle emozioni, perdita del sapore dell’attesa, consumo veloce, l’effimero di un meme che sostituisce la lentezza delle esperienze, un susseguirsi di momenti, uno dietro l’altro. La musica pop spesso è il manifesto impietoso del rapporto caotico e talvolta effimero che abbiamo con il nostro tempo.
Spesso ma non sempre.
Ho cercato di capire come mai l’ascolto delle canzoni di Claudio Baglioni non mi abbia mai fatto pensare solo all’amore dei mille giorni di te e di me accoccolato ad ascoltare il mare, ma a qualcosa di più profondo, personale, sensibile, legato al divenire, all’attesa. E alla fine una risposta ci deve essere. Negli anni ’80 ascoltavo musicassette nel walkman, avevo già scoperto Dylan, Springsteen, i Led Zeppelin, Faber, il blues e i primi rudimenti del jazz. Ma avevo scoperto anche Strada facendo, ricordo che impazzivo per Fotografie. Non sapevo perché mi piacesse così tanto quel disco, ma mi piaceva.
Oggi ho capito che il vero protagonista di quelle canzoni non era l’amore, ma il tempo. L’amore, il viaggio, la memoria, la perdita, la speranza sono soltanto forme diverse di retorica attraverso cui Baglioni si interroga e ci interroga con la stessa domanda: che cosa fa il tempo alle nostre vite?
Ecco cosa mi piaceva. Le sue canzoni non raccontano mai l’istante ma la sua memoria. La vita e quello che accade continua ad abitare il presente anche quando appartiene al passato. In Strada facendo il senso non si trova nella meta ma nel percorso. La canzone costruisce il suo senso interamente sul viaggio, non sull’arrivo. Ero un adolescente e avevo bisogno di questa proiezione. Ho avuto nel corso del mio tempo la fortuna di conoscere Claudio Baglioni e di collaborare con lui a un progetto dedicato al tema della clandestinità. Ed è stato un gran bel viaggio. Ma questa è didascalia.
Torniamo al tempo. Ho fatto delle ricerche. Baglioni ha dichiarato apertamente che a salvarlo da una crisi creativa furono «soprattutto Pasolini e Pavese». Nel caso di Pasolini si trattava, secondo le sue stesse parole, di una vera e propria “fase d’innamoramento” vissuta da giovane per l’autore di Poesie a Casarsa. Non una lettura occasionale, dunque, ma una frequentazione intensa e prolungata che ha lasciato tracce profonde nella scrittura. La ricostruzione più rigorosa di questo rapporto si deve a Francesco Ciabattoni, professore di Italianistica alla Georgetown University, nel saggio La citazione è sintomo d’amore. Il titolo dice già tutto: per Baglioni la letteratura non è un archivio da cui attingere materiali, ma qualcosa di cui innamorarsi.
L’album che più porta il segno di questa frequentazione è La vita è adesso (1985), ad oggi il disco italiano più venduto di sempre. Ciabattoni ne ha teorizzato lo stile come una scrittura “à collage”: Baglioni incorpora frammenti di Pasolini con un grado di rielaborazione così alto da non lasciare linee di sutura visibili. Il testo originale viene assorbito, trasformato, orientato verso nuovi significati. Non imitazione, ma dialogo. Il grande serbatoio a cui Baglioni attinge è soprattutto la Roma pasoliniana: Ragazzi di vita, Una vita violenta, Le ceneri di Gramsci.
La vita è adesso è un concept-album che racconta una giornata ideale, dal mattino alla sera, in una città che è senz’altro Roma ma che non viene mai nominata, nessuna icona, nessun toponimo, solo la vita urbana delle periferie evocata attraverso la letteratura. I parallelismi testuali individuati da Ciabattoni sono precisi. In Un treno per dove, il protagonista sogna un biglietto per «un posto senza le borgate calce e polverone / bucate da mille finestre uguali / che si mangiano la campagna»: è la stessa immagine del Pianto della scavatrice di Pasolini — «vivevo in una borgata calce / e polverone, lontano dalla città / e dalla campagna. […] / bucato tra mille file uguali / di finestre sbarrate» — ma con un esito opposto: in Pasolini non c’è fuga, in Baglioni il treno diventa il simbolo di una via d’uscita. Un altro esempio? Baglioni scrive che la notte è «tesa come pelle di tamburo»; in Una vita violenta di Pasolini «l’aria era tesa come la pelle d’un tamburo». La citazione è quasi letterale, ma il senso si rovescia, in Pasolini alba, in Baglioni tramonto. Stesso paesaggio sonoro, direzione inversa. Questa tecnica dell’inversione è significativa. Baglioni non riproduce Pasolini, gli risponde.
E questo cambia la prospettiva. Non si tratta soltanto di un’influenza stilistica ma di come si abita il tempo. Pasolini era ossessionato dalla perdita. La perdita dell’innocenza contadina e proletaria, la perdita di un mondo che la modernità stava cancellando. Il passato in lui è sempre lutto. Baglioni eredita questa sensibilità ma il passato per lui è una materia ancora viva, capace di nutrire il presente. È la stessa differenza che c’è tra speranza e nostalgia.
Henri Bergson distingueva il tempo degli orologi dal tempo della coscienza, che chiamava durée, durata. Il tempo autentico non è una successione di istanti isolati ma un flusso continuo nel quale passato e presente si compenetrano. Molte canzoni di Baglioni sembrano muoversi esattamente in questa direzione. I ricordi non vengono archiviati ma continuano a vivere nel presente, capaci di influenzare ciò che siamo. Marcel Proust nella Recherche descrive come un odore, una luce o un oggetto possono improvvisamente restituire un’intera stagione della vita. Qualcosa di simile accade nelle canzoni di Baglioni: una stanza, una strada, una fotografia, una finestra diventano depositi di memoria. Gli oggetti non decorano il racconto ma custodiscono il tempo. E tutti noi riscopriamo le nostre madeleine.
Ecco cosa mi piaceva. Baglioni resisteva radicalmente alla cultura dell’istante. Il canto del suo viaggio non inseguiva la verità ma attraversava il tempo cercando di comprenderne il senso, sapendo che nessuna risposta sarà definitiva e che questa, forse, è già una risposta. Niente male per essere solo canzoni d’amore.