#Controcanto. Francesco De Gregori non ascolta Springsteen ma legge Kundera
Il 26 maggio 2026, al teatro Out Off di Milano, Francesco De Gregori sta presentando il suo nuovo progetto Nevergreen e improvvisamente dice una cosa destinata a scatenare un dibattito furibondo.
Parlando degli artisti che scelgono di prendere posizione pubblicamente su temi internazionali e politici, citando Bruce Springsteen e le sue dichiarazioni contro l’amministrazione Trump, De Gregori spiega di sentirsi distante dall’idea dell’artista come figura chiamata a guidare o sensibilizzare il pubblico attraverso proclami dal palco. «Provo sempre un imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra. Il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura e il proclama buttato giù dal palco, anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente. C’è bisogno che Springsteen dica che è contro un’amministrazione Trump? Non credo. È un ruolo che non mi sento di condividere.» E ancora: «Io non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele.»
La reazione è stata immediata e divisiva. Soprattutto a sinistra. Ma chi conosce la biografia di De Gregori sa che questa polemica non è nuova. È, semmai, la ripresa di una vecchia storia che dura ormai da cinquant’anni.
Quella sera al Palalido, Rimmel e il rifiuto delle etichette
Adesso siamo al Palalido, era il 2 aprile 1976. Per capire le parole di De Gregori oggi bisogna tornare a quella sera a Milano. Il concerto degenera, urla, accuse e pressioni dal pubblico bloccano l’esibizione e trascinano il cantautore in uno scontro diretto, chiamato a giustificare il prezzo dei biglietti, gli incassi e il successo, considerati un tradimento politico. Un drappello di un centinaio di facinorosi militanti di estrema sinistra si raduna dietro il palco e comincia a insultare De Gregori. Lo accusano di speculare sulle canzoni per arricchirsi, persino di dormire in hotel troppo lussuosi durante i tour. Alcuni riescono a spezzare il cordone di sicurezza e a invadere il palcoscenico: «Vennero a prendermi nei camerini in dieci, uno aveva una pistola, e mi fecero tornare sul palco, dove venni sottoposto a una sorta di processo popolare.» Il reato contestatogli era di essersi venduto al sistema, di fingersi di sinistra per vendere più dischi. Il contesto non era isolato. Nel decennio più ideologizzato di sempre «venivo sempre scavalcato a sinistra», racconterà.
Quel processo lo segnò profondamente.
La storia del rapporto tra De Gregori e la sinistra non inizia però al Palalido. Inizia prima, con Rimmel. Lui, dichiaratamente di sinistra, cantava l’amore: per questo lo accusarono di non fare canzoni impegnate e persino, orrore, di farsi pagare per fare i concerti. Poi arrivò Viva l’Italia (1979), e si riaprì il dibattito. Venne accusato di aver scritto un brano patriottico o peggio nazionalista. Anni dopo, commentando Viva l’Italia al Corriere della Sera, De Gregori disse: «Ogni volta che canto quella canzone sento che ogni parola di quel testo continua ad avere un peso. “L’Italia che resiste”, ad esempio; e solo le anime semplici potevano pensare che c’entrasse qualcosa con lo slogan giustizialista “resistere resistere resistere”. L’Italia che ogni tanto s’innamora delle persone sbagliate, da Mussolini a Berlusconi. Ho votato PCI quando era comunista anche Napolitano.»
Rimmel e Born in the USA, un confronto tra due mondi impossibili?
«Springsteen è un furbacchione del rock», disse qualche anno fa il cantautore romano, dichiarando in maniera sorprendente la sua lontananza personale e stilistica dal Boss. Per capire appieno la polemica di questi giorni, vale la pena chiedersi che cosa unisce e che cosa divide davvero i due artisti. La frizione non è soltanto politica, è quasi antropologica. Il contesto in cui De Gregori ha citato Springsteen non è casuale. La conferenza stampa del 26 maggio serviva a presentare Nevergreen, progetto nato dalla scelta di esibirsi per venti serate davanti a sole duecento persone. De Gregori aveva già chiarito: «Queste residenze sono un controcanto al gigantismo dei concerti. Si parla sempre di chi riempie stadi e palazzetti. Sold out per me è una parola terribile, mi dà fastidio.» E ancora: «C’è tanta gente che fa musica in Italia, magari può fare 100 o 150 persone, ma va incoraggiata. Lo dico anche ai discografici, lo dico anche alla Sony: non bisogna dimenticare che la musica si fa anche partendo dal basso». Springsteen non è solo il simbolo di un artista politicamente schierato, ma l’incarnazione del modello opposto. «Lui ha sempre cavalcato in qualche modo la politica», ammette De Gregori, con quella costruzione sintattica — “in qualche modo” — che è già una forma di giudizio.
Il confronto tra i due è dunque, prima di tutto, estetico. Da un lato il Boss con i suoi stadi trasformati in immensi raduni civili, dall’altro il Principe che sceglie duecento posti a sera e definisce “sold out” una parola terribile. De Gregori però non cita la storia politica di Springsteen, che ha origini precise, nate da un celebre equivoco. Nel 1984, Ronald Reagan, in campagna per la rielezione, disse che lui e Springsteen condividevano lo stesso sogno americano, tentando di appropriarsi dell’immagine del cantautore. Era un clamoroso fraintendimento: Born in the USA parla di un reduce del Vietnam che torna in patria e non sa che cosa fare della sua vita, e Reagan aveva tentato di farne un inno nazionalista. Quell’episodio si rivelò determinante. Fu proprio il tentativo di strumentalizzazione ad uccidere l’apatia politica di Springsteen e ad accendere in lui un attivismo che dura ancora. Da allora la traiettoria è stata lineare. Il primo endorsement esplicito arrivò nel 2004 per John Kerry, poi per Obama nel 2008 e nel 2012. Prima Springsteen non era un artista dichiaratamente militante. Le sue prese di posizione, esattamente come le storie che raccontava in musica, facevano in genere volentieri a meno della politica. Parlavano spesso di resistenza, ma alle insidie, agli inganni e alle delusioni della vita. In questo senso, il Springsteen delle origini non era poi così distante dal De Gregori di Rimmel. Entrambi raccontavano storie di vita ordinaria con una densità politica implicita, senza schierarsi in modo diretto. La differenza è che Springsteen, dopo Reagan, ha scelto di uscire dall’ambiguità. De Gregori no.
Un’affinità insospettata ma non insostenibile con Milan Kundera
La posizione di De Gregori ha radici anche in una concezione più profonda del ruolo dell’artista, che trova un parallelo sorprendente in Milan Kundera. Il romanziere ceco, morto a Parigi nel 2023, ha vissuto una dura storia di persecuzione politica: espulso due volte dal Partito Comunista, privato della cittadinanza cecoslovacca, costretto all’esilio in Francia dopo la Primavera di Praga del 1968. Eppure, nonostante questa biografia segnata dalla persecuzione politica, Kundera è arrivato a elaborare una delle riflessioni più radicali sul perché l’artista non debba trasformarsi in un tribuno. Nel suo saggio L’arte del romanzo (1986), considerato uno dei testi fondamentali della teoria letteraria del Novecento, Kundera scrive che «il romanziere non è né uno storico né un profeta: è un esploratore dell’esistenza».
La distinzione è decisiva. Il profeta annuncia verità. L’esploratore abita il dubbio. E il dubbio, per Kundera, non è debolezza: è la sostanza stessa del romanzo, la sua funzione. Il romanzo deve avere «la saggezza dell’incertezza». Il miracolo del romanzo consiste nel farci percepire i torti e le ragioni di entrambe le parti in conflitto, contemporaneamente.
Francesco De Gregori al teatro Out Off di Milano ha usato le stesse parole: «Io ho le idee confuse, e mi sembra onesto averle confuse.» Quella che in superficie suona come una dichiarazione di disimpegno è in realtà una professione di fedeltà alla complessità. Lo stesso gesto intellettuale che Kundera compiva quando rifiutava di lasciare che i suoi romanzi venissero letti come pamphlet politici, anche quando il loro contenuto era inequivocabilmente politico.
Va detto che Kundera era anche consapevole del peso storico di ciò che aveva attraversato. I suoi romanzi erano la sua politica: L’insostenibile leggerezza dell’essere, Lo scherzo, Il libro del riso e dell’oblio sono atti politici più potenti di qualsiasi appello firmato su una pubblica piazza. «La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per tutto. La saggezza del romanzo deriva dall’avere una domanda per tutto», ha scritto. Sarebbe però sbagliato leggere il rifiuto dei proclami come disimpegno. Chi sostiene che De Gregori non prenda posizione dimentica la densità politica delle sue canzoni.
La domanda che resta aperta è se il silenzio pubblico di un artista sia sempre una scelta legittima o se, in certi momenti storici, diventi anch’esso una posizione. De Gregori direbbe probabilmente che questa domanda è già, in sé, una forma di processo.
Lui tutto questo lo ha teorizzato, Milan Kundera lo ha vissuto, Bruce Springsteen lo ha portato su un palco.