#MEMOBook. Eureka Street, il romanzo perfetto di uno scrittore scomparso
Ogni volta che mi chiedono il titolo di un libro da leggere rispondo sempre “Eureka Street” di Robert McLiam Wilson. Se non vi piace vi rendo i soldi, dico. Non è mai successo.
Inizia con quella stramaledettissima frase: “Ogni storia è una storia d’amore”. Con quella spiegazione sin troppo logica che “resiste” nella relazione necessaria tra la parola storia e la parola amore.
“Sento un rumore e mi volto. Si è svegliata. Si muove, si alza lentamente e si passa una mano tra i capelli scompigliati. Si volta verso di me. Sorride e mi guarda. I suoi occhi sono chiari e luminosi”.
Questo sarebbe l’amore. Poi c’è la storia.
Ogni parola di quello stramaledetto libro è verità allo stato puro. Mamma mia! C’è tutto: vita, futuro, realtà, sangue, carne, dolore, affetto, solidarietà, complicità, condivisione, paura, sorrisi, rabbia, bestemmie, sogni, preghiere.
Siamo a Belfast, dove batte forte il cuore sotto il cielo d’Irlanda. Dobbiamo dirlo con forza e decisione, Robert McLiam Wilson è uno scrittore vero, brillante, talentuoso, capace di giocare con le parole come pochi altri. Si immerge e ci fa immergere nelle strade della sua città proprio come Balzac a Parigi o Dickens a Londra e la trasforma nel centro della narrazione, nel centro dell’universo. Quella città è la nostra città, “this is my hometown”, canta Bruce Springsteen.
Quando l’ho conosciuto, tanti anni fa al Festivaletteratura di Mantova, ho capito che la fortuna è una roba che arriva con la benda calata sugli occhi. La fortuna, i personaggi del romanzo se la guadagnano. Prospettive, non proiezioni. Certezze, non momenti. Costruzioni, non manipolazioni.
Oggi vorrei farmi una birra con lui per chiedergli che fine ha fatto. Perché dopo aver scritto uno dei più bei romanzi della contemporaneità, è sparito. Non è più riuscito a mettere in fila due parole meritevoli di essere pubblicate.
In effetti, di McLiam Wilson dopo Eureka Street si sono perse un po’ le tracce: qualche prova di narrativa breve, incursioni nel giornalismo, articoli sparsi qua e là. Ma il nuovo romanzo, più volte annunciato, non è mai arrivato.
Una storia divisa in due, quella di Eureka Street. Una prima parte fatta di vita, alti e bassi, cose che non vanno, cose che vanno, invenzioni, magie, pianti e risate, cadute e risalite, verità e incomprensioni, cose non dette e cose dette male.
Poi arriva la bomba. E il registro narrativo cambia, diventa tragico, a tratti devastante. La scrittura ci investe con il dolore, quello vero, e allora cambia tutto, ma proprio tutto, tutto, tutto!
E allora, se si deve cambiare, che almeno cambi in meglio. Eccola, la lezione. Ecco come si sopravvive alla bomba. C’è tutto The Rising di Springsteen in quelle pagine, tanto per continuare a citare un mezzo irlandese con mamma italiana.
In Eureka Street i personaggi dimenticano il prima della bomba, ma costruiscono il dopo la bomba. Per farlo si rinnovano le promesse, si sceglie di fare la cosa giusta, ci si stringe la mano sempre più forte. È resurrezione. È redenzione. È rigenerazione.

Vale la pena ricordare che il romanzo esce nel 1996, appena due anni prima degli accordi del Venerdì Santo che nel 1998 avrebbero segnato la fine ufficiale dei Troubles. McLiam Wilson scrive Eureka Street sul filo di un cambiamento che nella realtà stava già bussando alla porta, e forse è anche per questo che il libro riesce a immaginare, prima ancora che la storia lo confermasse, che dopo la bomba si potesse davvero ricominciare.
Per essere colti, dico un paio di cose tecniche. Faccio questo mestiere e ogni tanto me lo ricordo. La struttura si richiama al romanzo ottocentesco e, nello stile letterario, modula il tono a seconda degli umori e delle vicende dei protagonisti (ad esempio, alternando la terza persona all’io narrante con strabiliante naturalezza).
I “belfastardi” sono uomini e donne che inseguono la normalità in una città che non può essere normale perché lì, da sempre, ci ricorda lo scrittore, “gli irlandesi ammazzano altri irlandesi”.
Il romanzo è divertente e commovente, satirico e tragico, racconta la commedia della vita e non dimentica l’orrore della guerra.
È anche un romanzo generazionale. Chuckie Lurgan è grassoccio e protestante. Deciderà di fare i soldi e miracolosamente ci riuscirà. Ma era veramente questo il suo destino, la sua vera missione?
Jake è un bel ragazzo cattolico che lascia il lavoro da addetto al recupero crediti anche perché è stato lasciato dalla sua donna, Sarah, che aveva deciso di lasciare Belfast. Era inglese, per lei era facile. Voleva ritornare in un posto in cui la politica si occupasse di fisco, tasse e sanità, e non di bombe, mutilazioni, morte e terrore. Jake osserva con malcelata ironia e distacco le ferite del suo Paese, le dispute tra protestanti e cattolici, tra visioni morali diverse sulla sessualità, sul senso del dovere, sulla giusta definizione da dare alla parola libertà.
Chuckie e Jake sono due picari, e picaresche sono le loro avventure. Chuckie farà i soldi vendendo per corrispondenza vibratori giganti che non esistono (chi avrà il coraggio di chiedere pubblicamente il rimborso del mancato acquisto?), si innamorerà di una ragazza americana e la seguirà negli Stati Uniti, dove si inventerà il business dei Veri Bastoni di Gnomo della Foresta. Jake dovrà fare i conti con la sua natura che lo spinge a reagire, talvolta con rabbia e talvolta con cinica indolenza, al passare del tempo. Non sopporta i luoghi comuni del suo Paese e, per fortuna, non si arrende alle circostanze, continuando a sognare che, un giorno, tutto cambierà.
Eureka Street è anche un romanzo sull’Irlanda del Nord e la sua capitale, raccontata come la Striscia di Gaza, Beirut o Sarajevo: le radio che trasmettono solo notizie di attentati, la popolazione divisa, i guerrafondai e i pacifisti, i poliziotti e i civili, chi ha un lavoro e chi vive con il sussidio di disoccupazione. Scrive McLiam Wilson: “Belfast sussurra che l’odio è come Dio: non lo potete vedere, ma se combattete in suo nome e credete ciecamente in lui, riscalderà le vostre notti”.
Chi ha amato Eureka Street troverà eco di quella stessa Belfast, decenni dopo, in Milkman di Anna Burns: stessa città divisa, stesso understatement feroce, stessa capacità di trasformare l’assurdo quotidiano dei Troubles in materia narrativa. Ma dove Burns sceglie il gelo e il non detto, McLiam Wilson sceglie il calore, la risata sguaiata, l’abbraccio. Ed è forse proprio questo a rendere Eureka Street, ancora oggi, un romanzo unico nel suo genere.
PS. Ve lo consiglio di cuore e se non vi piace vi rendo i soldi.