Inginocchiamoci in riva al fiume
Il terzo giorno la lingua non è più una lingua. È un pezzo di cuoio secco, incollato al palato. Antoine de Saint-Exupéry arranca nel deserto egiziano accanto ad André Prévot, il suo meccanico. Non sudano più. I corpi hanno smesso di sprecare persino quelle minuscole gocce. È la fine del 1935. Dietro di loro, tra le dune, il piccolo monomotore con cui avevano tentato il raid Parigi-Saigon giace sventrato. Davanti, solo miraggi. Laghi che tremano all’orizzonte e si dissolvono a ogni passo; città d’acqua che il sole costruisce e distrugge nello stesso istante. All’alba, hanno leccato la rugiada da un telo. Non hanno più niente. Solo sete. Né bisogno né desiderio: una voce che parla sempre più forte. Ed è sul punto di urlare.
Chi muore di sete torna all’inizio di tutto. E, all’inizio di tutto, c’è l’acqua. Prima della luce, prima del giorno e della notte, prima dell’erba, delle bestie e dell’uomo, uno spirito «aleggiava sulle acque». Comincia così il mondo nella Genesi: con un respiro sospeso sopra un abisso liquido, buio, senza forma. In attesa.
Molti secoli dopo, in un’altra lingua e sotto un altro cielo, il Corano scolpirà la stessa verità: «dall’acqua abbiamo tratto ogni cosa vivente». Popoli che, per secoli, si sarebbero combattuti su quasi tutto, su questo non hanno mai nemmeno discusso.
Salmo 42. C’è una cerva. Ha corso tutto il giorno su una terra spaccata dal sole. Ha il collo teso, le narici dilatate, il cuore che le batte contro le costole come un pugno che vuole sfondarle il petto. Fiuta un torrente lontano, e si slancia verso di lui con le ultime forze. «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio». Chi ha scritto quel versetto – la tradizione lo attribuisce ai figli di Core, i cantori del Tempio di Gerusalemme – quella cerva l’aveva vista davvero. O, forse, è stata proprio lei a scrivere quelle parole per noi.
Sesto secolo avanti Cristo. Un popolo in esilio, curvo sotto il sole di Babilonia, lontano dai pozzi dei padri. Un profeta, quello che la Bibbia chiama Isaia, gli grida una promessa che è vita: «O voi tutti assetati, venite all’acqua!». Per dirci che la parola di Dio non torna mai al cielo a mani vuote, senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata, canta la pioggia che scende dal cielo e non vi risale prima di aver bagnato la terra, averla resa gravida e fatta germogliare.
Negli stessi anni, sulla costa dell’Asia Minore dove il Meandro si perde nel mare, un uomo di Mileto si inginocchia sulla riva. Guarda il fiume farsi salato, la terra impastarsi di limo, i semi gonfiarsi d’umido. E sente che tutto viene da lì. Si chiama Talete. La tradizione lo consacrerà come il primo filosofo d’Occidente. E la sua prima parola è «acqua».
Poche generazioni dopo, a Efeso, un altro uomo della Ionia si ferma sulla riva di un altro fiume. Si chiama Eraclito, ma lo chiameranno l’Oscuro. Osserva la corrente e capisce che chi si immerge nello stesso fiume è bagnato da acque sempre diverse. Perché il fiume resti fiume, l’acqua deve cambiare. E così l’uomo.
476 avanti Cristo. Pindaro, il più grande lirico della Grecia antica, deve cantare la vittoria del signore di Siracusa a Olimpia. La corte attende oro, gloria, cavalli. Il poeta, però, comincia con parole che nessuno si aspetta: «L’acqua è il bene supremo». Più dell’oro, della gloria, dei cavalli.
Dall’altra parte del mondo, in Cina, un vecchio che chiamano Laozi – il Vecchio Maestro – e di cui non sappiamo quasi nulla, nemmeno in quale secolo sia vissuto, aveva lasciato scritto che il bene più alto è come l’acqua: giova a tutte le cose ma non lotta, non pretende il primo posto, non si oppone a niente. Davanti alla roccia cede, la aggira, la accarezza. E, in mille anni, la scava.
In Giudea, un uomo stanco guarda il mondo. Si fa chiamare Qohelet: colui che parla all’assemblea. La tradizione lo ha confuso con il re Salomone, ma il suo vero nome è perduto. Vede che tutti i fiumi vanno al mare ma il mare non si riempie mai. E i fiumi tornano là da dove sono venuti, per scorrere ancora. È l’immagine della vanità di ogni cosa. Vanità non nel senso di vanto ma in quello di soffio, vapore, fumo che il vento porta via: fugacità, assurdità, inconsistenza.
Primo secolo avanti Cristo. Lucrezio guarda ancora più indietro. Prima dei profeti, prima di ogni dio, immagina un uomo senza nome in ginocchio davanti a una pozza. Non ha coppe. Non ha brocche. Ha soltanto le mani. Il poeta lo vede in fondo al tempo, e lo fissa in un verso nudo e immortale come quelle mani: «Prima che esistessero le coppe, già si placava la sete». Prima della coppa, le mani. Prima della città, il fiume. Nilo, Tigri, Eufrate, Tevere, Indo, Fiume Giallo: la storia dell’uomo è cominciata in ginocchio, su una riva.
All’inizio dell’era cristiana, Ovidio racconta una storia senza tempo. È mezzogiorno in Licia: il sole spacca le zolle. Latona, una dea inseguita dall’odio di una regina del cielo, cammina da giorni con due neonati in braccio e la gola secca come una mendicante. Trova un piccolo lago orlato di giunchi, si inginocchia per bere. Alcuni contadini glielo impediscono. Lei non minaccia. «Perché mi negate l’acqua?» domanda. «L’acqua è di tutti». Poi si fa supplice: «Un sorso d’acqua sarà per me nettare. Nell’onda mi avrete dato la vita». I contadini ridono, saltano nel lago e lo intorbidano di fango. E Latona li condanna a restarci per sempre. Le gole si gonfiano, la voce si fa rauca, la pelle diventa verde. Sono rane. Ogni volta che qualcuno recinta un pozzo, da qualche parte, in una palude, una rana grida.
1225. In una capanna accanto a San Damiano, sotto Assisi, giace un uomo che ha poco più di quarant’anni ma ne dimostra cento. È quasi cieco: la luce gli trafigge gli occhi come una lama. Di notte i topi gli corrono addosso. In quel buio, Francesco loda il sole che non può più guardare. E poi l’acqua: «Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta». Sorella. Non risorsa, non bene, non proprietà. Sorella. La parola con la quale si benedice chi ci dà la vita e ci tiene in vita.
Nel deserto egiziano, intanto, è scesa la notte. Il freddo arriva come una lama e la sete, invece di dormire, comincia a mentire. Saint-Exupéry vede luci all’orizzonte. Sente voci. Si alza, cammina verso di loro, cade. Non c’è niente. Il deserto gli mostra ciò che non esiste, e poi glielo toglie.
Forse perché per sapere davvero che cosa sia l’acqua bisogna scendere là dove non c’è. Giù, nell’ultima bolgia dell’ottavo cerchio, giace Maestro Adamo, il falsario di Romena finito sul rogo. L’idropisia lo ha gonfiato come un liuto, il volto è scavato fino all’osso. Avrà sete per l’eternità. Ma non è la sete a torturarlo. È il ricordo. Davanti agli occhi avrà per sempre «li ruscelletti che d’i verdi colli del Casentin discendon giuso in Arno, faccendo i lor canali freddi e molli». E quell’immagine, lo dice lui stesso, lo asciuga più della malattia. Nel punto più putrido dell’Inferno, Dante scrive tre dei versi più freschi della Commedia. Perché la bellezza dell’acqua, a volte, riesce a vederla solo chi l’ha perduta per sempre.

Ottobre 1779, valle di Lauterbrunnen. Un uomo di trent’anni sta immobile sotto una parete di roccia, con il viso bagnato. Per quasi trecento metri precipita la cascata dello Staubbach, ma l’acqua non arriva mai a terra intera. A metà del volo si sfalda, diventa polvere, nebbia, vento, e torna a salire. Johann Wolfgang Goethe la osserva a lungo. «L’anima dell’uomo – scrive – somiglia all’acqua: viene dal cielo, al cielo risale, e di nuovo giù deve tornare alla terra, in eterno mutando».
Sotto quella cascata ritroviamo l’uomo di Efeso con i piedi nella corrente e il predicatore stanco della Giudea, con i suoi fiumi che vanno al mare e tornano a scorrere. Il Qohelet ci leggeva la vanità di ogni cosa. Noi ci leggiamo una promessa. Perché l’acqua non muore. Passa. Ma torna. Sempre. L’acqua che stamattina ci ha bagnato le labbra è la stessa che è scivolata nella gola della cerva, tra le mani di Talete, sul viso di Goethe. È la stessa che Latona non poté bere. Gira da sempre. E per sempre. A una sola condizione: che nessuno spezzi il cerchio.
1798. Eppure, persino in mezzo all’acqua, si può morire di sete. Una nave giace nel mezzo dell’Oceano Pacifico, immobile come fosse dipinta. Non c’è un filo di vento. Il sole è un chiodo rovente piantato nel cielo. Il fasciame si ritira e si spacca, le lingue dei marinai si anneriscono nella bocca. Tutt’intorno, fino all’orizzonte e oltre, acqua. «Acqua, acqua, dappertutto, e non una goccia da bere». Coleridge descrive un incubo. Oggi è il ritratto del nostro pianeta: un mondo azzurro, quasi tutto mare, e tanta sete. Siamo tutti su quella nave. La stessa nave.
E il cerchio, che sembrava eterno, si può spezzare. Ciò che non contende, ciò che non si difende, è la preda più facile.
Settembre 1881. Un gesuita inglese, magro, fragile, con gli occhi di chi dorme poco, arriva in Scozia, sulle rive del Loch Lomond. Si chiama Gerard Manley Hopkins. Viene da un paese di ciminiere, dove i fiumi corrono neri di carbone e le città bevono l’acqua che le avvelena. A Inversnaid, si ferma davanti a un torrente bruno, schiumoso, selvatico, che salta tra le rocce e si getta nel lago. E scrive quella che oggi suona come una profezia: «Che cosa sarebbe il mondo, privato dell’umido e del selvatico? Lasciateli stare, oh, lasciateli stare, il selvatico e l’umido; vivano ancora le erbacce e le terre selvagge».
Negli anni Cinquanta, il poeta inglese Wystan Hugh Auden chiude una delle sue poesie d’amore con la verità più nuda: senza amore, migliaia di persone sono vissute. Senza acqua, nessuna.
Italo Calvino ha immaginato Isaura, la città dei mille pozzi, costruita sopra un lago sotterraneo che nessuno ha mai visto. Noi viviamo a Isaura. E, in troppe parti del mondo, stiamo svuotando quel lago, pozzo dopo pozzo, molto più in fretta di quanto il cielo riesca a riempirlo di nuovo.
Deserto egiziano. Quarto giorno. Saint-Exupéry e Prévot non camminano più: si trascinano. Non parlano più: persino la voce costa acqua. Hanno smesso anche di sperare: la speranza ha un prezzo che non possono più pagare. Poi, sulla cresta di una duna, una sagoma. Un uomo. Un beduino, avvolto in vesti del colore della sabbia, che li guarda come si guardano i naufraghi che il deserto, a volte, restituisce. Scende verso di loro. Si china. E porge l’acqua.
Anni dopo, Saint-Exupéry tornerà a quel momento in Terra degli uomini. E non parlerà dell’acqua: parlerà all’acqua. Le dirà che non ha sapore né colore né profumo, che non la si può definire, che la si beve senza conoscerla. E poi le dirà la frase che, dopo millenni di poesia, sembra chiudere il cerchio: «Tu non sei necessaria alla vita. Sei la vita».
La cerva l’aveva capito correndo. Latona, supplicando. Maestro Adamo, bruciando. I marinai, impazzendo in mezzo all’oceano. Francesco nel buio, senza più occhi. E un aviatore francese con la faccia nella sabbia, quando uno sconosciuto gli ha messo in bocca la vita.
Forse dovremmo ricominciare da lì. Dal gesto più antico del mondo, quello che Lucrezio poneva prima di ogni coppa: raccogliere l’acqua nel cavo delle mani. Lentamente. Con rispetto. La storia dell’uomo – la nostra storia – è cominciata in ginocchio, sulla riva di un fiume. E in ginocchio, sulle rive, dovremmo imparare a tornare.