#Controcanto. Perché Giorgio Gaber ci parla ancora e cosa ci insegna Il Dilemma
«È più difficile sembrare controcorrente, oggi, perché non c’è nessuna corrente», ha osservato una volta Giorgio Gaber.
Perché Giorgio Gaber parla ancora al nostro presente? In fondo ha costruito un teatro intero, e una poetica novecentesca, cercando di indagare l’ossessione di restare fedeli a un’idea, un amore, una comunità, in un tempo che ci spinge continuamente a dimenticare, sostituire, giudicare.
È la fedeltà come ossessione. E se ci pensiamo quell’ossessione negata è diventata il problema centrale della nostra epoca. Viviamo dentro una logica dello scarto rapido applicata ai consumi, alle relazioni, alle opinioni ballerine. Gaber lo aveva intuito prima degli altri e lo aveva messo in scena senza mai offrire soluzioni consolatorie, solo domande scomode. In poche parole ha saputo dare forma teatrale al disagio di un’epoca che fatica a restare fedele a qualsiasi cosa.
La Gaberiana, ideata e diretta da Andrea Scanzi, quest’anno ha indagato proprio il senso dell’essere controcorrente, e lo ha fatto con ospiti come Walter Veltroni, Fiorella Mannoia, Pif, Tosca, Marino Bartoletti e Giorgio Panariello. Persone “libere, coraggiose, refrattarie alle mode e spesso controcorrente”.
Il controcanto a Gaber
Il suo teatro-canzone nasce da una diffidenza profonda verso le ideologie e verso la politica di massa. La sua visione appartiene a un’idea quasi aristocratica della libertà individuale come forma di consapevolezza conquistata nel dubbio più che nell’appartenenza a un gruppo. Il controcanto possibile è quello di chi rivendica invece il valore della partecipazione collettiva e dell’organizzazione politica come unico argine reale al potere. La lucidità culturale, politica, sociale e solitaria di Gaber, si potrebbe obiettare, descrive benissimo le contraddizioni del nostro tempo ma non propone, volutamente, alcuna via d’uscita organizzata. Pone le domande, non offre le risposte. È un’obiezione che lo stesso Gaber non avrebbe respinto. La sua eredità infatti si chiama “dubbio”.
Il Dilemma come economia circolare dei sentimenti
Un esempio su tutti lo troviamo in una canzone (meravigliosa) del 1980 scritta con Sandro Luporini. Il Dilemma racconta la storia di una coppia attraversata dalla domanda più elementare che l’amore possa porre: se abbia ancora senso restare insieme quando la passione e l’innamoramento iniziale finiscono, magari dopo un tradimento, quando la routine, l’abitudine e la noia hanno sostituito lo slancio dei primi tempi. Alla fine i due protagonisti scelgono di restare, una scelta che Gaber stesso, in un’intervista a Giovanni Minoli, definì con una parola precisa: resistenza.
È qui che entra in gioco la metafora dell’economia circolare. L’economia lineare dei sentimenti si produce e si consuma finché rende e si scarta non appena perde efficienza. Quando l’entusiasmo cala si cerca altrove nuova materia prima, un nuovo innamoramento, ripartendo sempre da zero anziché intervenire su ciò che già esiste. È il modello “usa e getta” applicato ai legami, e ha lo stesso costo ambientale di ogni economia dello scarto: energia sprecata, storie interrotte a metà, competenze relazionali mai davvero accumulate perché ogni rapporto ricomincia da capo.
Il Dilemma propone l’alternativa. Non produce sentimento nuovo, ma rigenera quello che c’è già, riparandolo invece di sostituirlo. È una logica di manutenzione più che di sostituzione. Restare, nella canzone, non è rinuncia o mancanza di alternative, ma la scelta di investire di nuovo su una risorsa che si conosce già, di trovarle un senso ulteriore invece di abbandonarla al primo segno di usura. Gaber spiegò che il cuore della canzone non era la fedeltà come dovere morale, ma la capacità di resistere a un bisogno infantile di conferme continue, a quella smania di sentirsi ogni volta di nuovo accettati che rischia di farci credere di avere “grandi capacità” di amare quando forse dovremmo riconoscere e valorizzare il nostro limite di amare.
Il sociologo Zygmunt Bauman avrebbe chiamato la logica opposta a quella del Dilemma “amore liquido”, legami tenuti insieme non da un impegno duraturo, ma dalla disponibilità a scioglierli non appena smettono di soddisfare, in un mercato affettivo dove la fedeltà stessa rischia di apparire un difetto di aggiornamento più che una virtù. Gaber propone la resistenza come unica alternativa reale a quella liquidità, l’unica pratica capace di trasformare un legame da bene di consumo in una risorsa che si rigenera nel tempo invece di esaurirsi.
Quando lo incontrai, molti anni fa, nella sua casa sulle colline versiliesi, a Montemagno, gli chiesi proprio di questa canzone. Mi rispose parlando della resistenza di una relazione quasi come fosse un atto politico, un gesto ideologico prima ancora che sentimentale. Tenere un legame in piedi, mi disse, richiede la stessa disciplina, la stessa capacità di resilienza che si chiederebbe a chi difende un’idea scomoda in un tempo che vuole abbandonarla.
Il motivo per cui Il Dilemma parla ancora, quasi mezzo secolo dopo, sta proprio in questa equivalenza tra fedeltà sentimentale e fedeltà a un principio. Cambiare idea, cambiare partner, cambiare campo, tutto viene raccontato come segno di maturità, di apertura, di rifiuto del dogmatismo. Gaber, con quella canzone, poneva una domanda scomoda e ancora aperta: cosa perdiamo, individualmente e collettivamente, quando smettiamo di essere capaci di restare, in un rapporto, in un’idea, in una comunità, semplicemente perché restare è diventato faticoso? Una domanda ancora oggi capace di generare dubbi.